Franc Roddam, da ‘Quadrophenia’ a Masterchef: intervista al regista dei Mod

L’idea di carriera di Franc Roddam è più originale rispetto alla media. Asceso alla popolarità internazionale poco più che trentenne nel 1979 con il suo debutto cinematografico, la versione su grande schermo della rock-opera degli Who, non dirige un film da 23 anni. Durante i quali, tuttavia, non è propriamente restato con le mani in mano: serie televisive, pubblicità, una casa editrice, iniziative benefiche. E, soprattutto, la creazione di un format globale, Masterchef, il generatore di cassa con cui finanzia tutti suoi progetti…


Sei mai stato un vero fan degli Who?
Certo, sono un vero fan e lo sono sempre stato. La prima volta che li vidi suonare dal vivo fu alla Liverpool University, ero andato a trovare una ragazza là. Arrivammo al concerto e gli Who cominciarono con due ore di ritardo. Eravamo arrabbiatissimi, ma poi presero il palco e suonarono “My generation” a volume altissimo – fu fantastico, molto eccitante. Erano molto carismatici. Sì, li adoro.

E quando accadeva questo?
Fammi pensare… Direi che potrebbe essere stato nel ’66, o qualcosa di simile. Avevo vent’anni, Ci andai in autostop. Volevo fare impressione su quella ragazza e c’era questo mio amico che aveva un cappotto bellissimo e glielo chiesi in prestito. Nevicava a Liverpool. Guardammo il concerto, e gli Who furono fantastici.

Cosa pensasti quando qualche anno dopo ascoltasti “Quadrophenia”?
Sai, quando uscì ero sempre in viaggio e confesso che avevo un po’ perso il contatto con la loro musica. Stavo per fare un altro film, un thriller, quando mi chiesero: “Vuoi fare “Quadrophenia”?”. E così lo ascoltai, non lo conoscevo veramente. La prima cosa che pensai prendendo l’album in mano fu che la copertina era bellissima. Molto stilosa, con questa foto in bianco e nero. Bellissima. Poi lo ascoltai e mi dissi: “Questa musica è veramente ottima”. E mi piacque subito la storia. Penso che Pete Townshend abbia sempre saputo cosa significa essere un adolescente non di successo.

Al contrario di “Tommy”, l’altra epica rock-opera degli Who, la versione cinematografica di “Quadrophenia” non è stata trattata come un musical: hai sviluppato la sceneggiatura in modo che fosse solo parzialmente ancorata alla trama dell’album. Quali sono le principali differenze tra film e album? Hai mai dovuto discutere del tuo approccio con Pete Townshend o con i produttori?
Mi chiesero di fare “Quadrophenia”, fu così che incontrai i produttori. Io venivo da un altro mondo, dai documentari della BBC e stavo iniziando a farmi strada nel mondo del cinema. E sono un grande fan di Ken Russell, che diresse “Tommy”, ma è una cosa completamente diversa: lui fece una rock-opera. Quello che decisi io fu di fare un film realistico. Quando incontrai Pete Townshend per la prima volta, portò con sé dei nastri di “Quadrophenia” in una versione orchestrata, c’erano violini e violoncelli… Gli dissi: “Guarda, io non voglio fare quel genere di film. Per me “Quadrophenia” deve essere un film sul rock and roll, sulla strada e sulla working class. Deve essere blue collar”. E Pete fu incredibilmente carino. Mi disse: “Vedo che hai un’opinione precisa e una visione forte, quindi metto da parte questa roba e tu, per piacere, fai esattamente il film che hai in mente”. E una volta ottenuto il suo consenso, a quel punto avevo il permesso di tutti, perché lui era il creatore dell’opera. E pensai anche un’altra cosa: che se volevo fare un film realistico, avrei dovuto incorporare la musica degli Who all’interno di altra musica, perché i teenager ascoltano qualsiasi tipo di musica. E furono d’accordo anche su questo. Sai, la storia riguarda un ragazzo di diciott’anni nel 1964, e io nel 1964 avevo diciotto anni, quindi ero perfettamente immedesimato nella situazione. Avevo totale familiarità col contesto – circondato da mods, le risse, i viaggi alla scoperta del sesso e delle droghe. Sapevo tutto, potevo farlo. Ma dovevo creare una trama, un “full drama”. Il disco forniva una storia parziale, così per completarla attinsi dalla mia vita, dagli incidenti e dagli eventi del mio tempo – le irruzioni alle feste private, i conflitti con i genitori. Sai, io avevo lavorato in un’agenzia pubblicitaria e la utilizzai come contesto per la storia. Non è interessante una situazione in cui lavori nel posto più glamour ma il tuo è il peggior lavoro del mondo? Io avevo un bel lavoro, facevo il copyrighter e il producer negli spot, ma sapevo come si sentivano i ragazzi addetti alle consegne, mi ricordavano gente con cui ero cresciuto. Incorporai tutto nella storia. Ma molte di quelle cose assomigliavano alle storie di cui scriveva Pete Townshend. Ho trovato sempre molto intrigante la tensione tra lui e Roger Daltrey. Da un lato avevi questo macho, di bell’aspetto; dall’altro questo nasone introspettivo e intellettuale. La mia convinzione personale è che Pete scriva la maggior parte delle canzoni su Roger e sé stesso e la loro tensione. E, giusta o sbagliata che sia, l’ho incorporata nel film. Sai che credo che i due si diano fastidio a vicenda? Voglio dire, ovviamente si adorano, ma un po’ si detestano. Vedendoli dal vivo mi ricordo un momento in cui Roger ci stava dando dentro, gridando e quasi rompendo la voce, e Pete continuava ad alzare il livello della musica, sparando i suoi accordi, come se lo sfidasse ad arrivare a un punto in cui non ce l’avrebbe fatta, ma lui non mollava, e Pete continuava a spingere. E poi, quasi riluttante, tirò i remi in barca, abbassò il ritmo e fu come se stesse ammettendo: “Wow, ce l’ha fatta, è un grande”. Odio e amore, un’ammirazione reciproca.


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Quando ti accingevi a filmare “Quadrophenia” l’Inghilterra aveva già sperimentato un paio d’anni di punk. Hai mai pensato che tra il punk dei tardi anni ’70 e il mod dei metà ’60 ci fosse del terreno comune?
All’epoca del film la mia principale ragione di ansia era il punk. Pensavo che il movimento punk fosse qualcosa di nuovo e moderno, in antitesi al movimento mod, che a quel punto era retrogrado e ancorato al passato. Pensavo: mi hanno chiesto di fare qualcosa fuori moda. Ero nervoso per questo, così decisi di andare a vedere Johnny Rotten: forse avrei potuto inserire nel mio film l’icona, l’eroe del movimento punk, riuscendo così a unire le due epoche. Questa, però, fu solo una sensazione iniziale. Poi realizzai che il film che stavo per fare non era sui mods, ma sulla cultura della classe lavoratrice e sui giovani. E i giovani – quelli passati, presenti e futuri – hanno diverse qualità in comune: l’importanza di superare la generazione precedente, di esercitare la libertà sessuale, di sprigionare l’energia che hanno dentro, di sperimentare con droghe e sesso. Il che va bene. E quindi, quando arrivammo allo stadio di pre-produzione, ormai mi ero completamente riconciliato con me stesso, avevo controllo sul film e sapevo che potevo farlo.

Leggi qui la seconda parte dell'intervista a Franc Roddam, regista di "Quadrophenia" e ideatore si "Masterchef".

Leggi qui la terza parte dell'intervista a Franc Roddam, regista di "Quadrophenia" e ideatore si "Masterchef".

Leggi qui la recensione dell'album "Quadrophenia: the director's cut"

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