Taylor Swift in copertina di 'Time' e 'Businessweek' quasi come il Boss nel '75

Taylor Swift in copertina di 'Time' e 'Businessweek' quasi come il Boss nel '75

Che il "Time" e "Businessweek" scelgano il medesimo soggetto di copertina in una settimana è un evento decisamente raro - anche in virtù del fatto che il primo è un settimanale di informazione a 360 gradi, mentre il secondo è più strettamente legato al mondo dell'economia. Eppure questa settimana è accaduto e il soggetto comune è nientemeno che Taylor Swift, protagonista negli scorsi giorni di una serratissima polemica contro Spotify (servizio da cui tutto il suo catalogo è stato volutamente rimosso e a cui non ha neppure voluto concedere il suo nuovo lavoro "1989"). Ma non è solo la sua posizione critica nei confronti del business model della musica in streaming a fare di lei un personaggio da copertina, visto che il suo nuovo disco è un successo planetario.
Il "Businessweek" pubblicato da Bloomberg strilla in copertina: "Taylor Swift is the music industry" (ovvero "Taylor Swift è l'industria musicale"). Il "Time" opta per un meno sensazionalistico "The power of Taylor Swift" ("Il potere di Taylor Swift").

Una simile situazione, a livello musicale, si verificò nel 1975, ma con Bruce Springsteen come protagonista. Le testate non erano esattamente le stesse - parliamo del "Time" e del "Newsweek". Era, per la precisione, il 27 ottobre del '75 e il Boss divenne la prima rockstar a finire sulle copertine delle due prestigiose riviste nella medesima settimana.

Nei due magazine comparvero altrettante interviste faccia a faccia con Bruce; due pezzi che, pur condividendo - ovviamente - una serie di dettagli riguardanti fatti e background dell'artista - si configuravano come profondamente diversi nel tono e nel taglio. Jay Cock, sul "Time", scrisse un pezzo da fan tessendo le lodi della musica e del talento del rocker; al contrario, Maureen Orth sul "Newsweek" presentò la propria teoria secondo cui il successo del Boss sarebbe stato da attribuire anche e in buona misura alla fortissima campagna promozionale e al sostegno pubblicitario in cui la Columbia Records aveva investito all'uscita di "Born to run".

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