NEWS   |   Recensioni concerti / 18/11/2014

St. Vincent, il report del concerto di Milano all'Alcatraz

St. Vincent, il report del concerto di Milano all'Alcatraz

Annie Clark si muove come l’aliena di “Mars Attacks!”: non cammina, scivola sul pavimento con grazia innaturale. Un po’ geisha e un po’ marziana, sale sul palco arrampicata su stivaletti neri offrendo mosse robotiche e sorrisi affettati. Sarà così per tutto il concerto, di fronte al pubblico che riempie l’Alcatraz di Milano diviso a metà da un tendone. Clark disegna nell’aria forme geometriche con le braccia. Ondeggia sulle note di “Rattlesnake” come se avesse le labbra attaccate al microfono. Lancia sguardi fra l’ironico e l’allucinato. Ma quando attacca un assolo di chitarra elettrica riesce a suonare in modo viscerale e fantasioso quanto la più seria delle rocker. Toglierle gli occhi di dosso è impossibile.


Ironica e magnetica, St. Vincent basa il suo concerto sui suoni e sul repertorio dell’ultimo, omonimo album che viene eseguito per due terzi, a partire dall’uno-due che apre lo show, “Rattlesnake” e “Digital witness”. Alla sua sinistra c’è la postazione di Toko Yasuda, polistrumentista giapponese che mette le mani su tastiera e chitarra elettrica, oltre ad affiancare Clark nelle piccole coreografie in stile Annie-B Parson. Dietro di loro ci sono il batterista Matt Johnson, cuffia sulle orecchie e drumming preciso, e Daniel Mintseris che con la tastiera pone le basi del sound che è sì “sintetico”, ma non dà mai l’impressione di essere prodotto da macchine. Il concerto è giocato sui contrasti: da una parte le ripetizioni meccaniche delle tastiere, dall’altra le imprevedibili invenzioni chitarristiche di Clark e il suo cantato elegantemente melodico, mai sopra le righe. L’aria lievemente algida dell’album “St. Vincent” svanisce e ascoltati dal vivo i pezzi assumono un calore inedito.


Clark indossa una camicetta a stampe rossastre e una minigonna di pelle. È una presenza aliena, al contempo leggera e imperiosa. Va avanti e indietro nel suo repertorio – l’acclamata “I prefer your love”, “Actor out of work”, “Regret”, “Birth in reverse” – e trova un singolare equilibrio fra il pathos delle performance e il distacco mostrato dai musicisti, tra i groove robotici che escono dagli strumenti e la grazia tipica della musica di St. Vincent. In mezzo al palco c’è una sorta di podio bianco, una piattaforma fatta a gradini su cui Clark s’arrampica strisciando. Ci sale al culmine nel concerto e da lì, in piedi con la chitarra a tracolla, offre una performance catartica di “Cheerleader” e di “Prince Johnny”, che ammalia con le sue spire melodiche. Arriva “Surgeon” e la band cavalca il caos offrendo una performance strepitosamente eccentrica.

Nell’arco di un’ora e mezza, St. Vincent fa a pezzi l’idea rock che la musica sia autenticità e che i musicisti sul palco debbano essere se stessi. Lei no. Lei si muove in modo studiato. Scandisce le parole con enfasi. Fa teatro. Appoggia la fronte a quella di Yasuda e con lei si scambia riff alla chitarra in una sorta di versione stilizzata delle mosse cameratesche dei rocker, che s’appoggiano uno all’altro persi nella musica. Nascondendosi dietro questa maschera stravagante e irreale, Clark trova il modo di essere espressiva e comunicativa. Finisce con un roadie che solleva Annie sopra le transenne per il delirio delle prime file. Poi l’adagia sul palco e lei si trascina strisciando verso la chitarra elettrica mentre “Your lips are red” si spegne in una brace di distorsioni. Persino l’inchino per i saluti finali ha qualcosa di rituale, con un braccio piegato sulla pancia e l’altro dietro la schiena. Ma il trucco sfatto e il sorriso disegnato sulle labbra sono fra le cose più sincere della serata.

(Claudio Todesco)

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