One Direction, l'ascolto di "Four"

One Direction, l'ascolto di "Four"

Le boy band, di solito, al quarto album non ci arrivano. Oppure ci arrivano bollite, disilluse, arrabbiate e con qualche membro di meno. In questo senso, gli One Direction (e quelli che lavorano con loro) hanno fatto un lavoro di manutenzione straordinario: quando la band fa parlare di sé, è in genere per via delle loro vite sentimentali o, al massimo, per una canna fumata in tour. Malgrado una routine che distruggerebbe chiunque in 24 ore, nessuno è ancora impazzito, nessun ego è esploso e, se ci sono conflitti interni, sono stati gestiti lontano dai riflettori.
Da mesi si parla di uno scioglimento imminente non perché il loro successo sia tanto diminuito: se ne parla perché non siamo abituati a vedere boy band simili crescere, evolversi e diventare una certezza. Eppure, uno di loro si sta per sposare, il più giovane ha l'età per immatricolarsi all'università e il più vecchio potrebbe averla già finita: per quanto tempo ancora le ragazzine potranno urlare a idoli sempre più lontani? Avrebbero potuto continuare a fare i ragazzini anche loro, ma hanno scelto una strada diversa, tanto nell'immagine quanto nella musica.
Questo è il terzo album degli 1D che recensisco in due anni ed è il primo che, per concept e realizzazione, trovo pressoché inattaccabile. Posso quindi aggiornare la timeline che abbozzai in occasione di "Midnight memories": se il primo album era per le ragazzine, il secondo per le mamme e il terzo per i maschi, il quarto se ne frega. "Four" non ha bisogno di conquistare un target specifico perché gli 1D hanno trovato il loro suono definitivo e hanno già convinto chi dovevano convincere. È un album che usa come punto di partenza i momenti migliori del precedente, ma li rielabora con più consapevolezza e originalità. Restano i rimandi agli anni '70 (gli Who continuano ad essere una delle ispirazioni principali), '80 ("Steal my girl" fa pensare ai Journey) e al folk contemporaneo già brevettato in "Story of my life" ("Ready to run" ha un attacco davvero troppo simile, ma esplode poi in un ritornello pronto per le arene). L'elettronica, invece, è stata del tutto bandita e, mentre la stampa musicale invoca con disperazione un ritorno al rock (promuovendo gruppi abbastanza anonimi pur di creare una scena che non esiste), gli 1D sono arrivati a fare album che contengono più chitarre di tutto il resto della top 100 britannica. Quindi non sentiremo i risultati della collaborazione di Malik con Naughty Boy ed Emeli Sandé né li vedremo cavalcare l'onda della deep house, ma è meglio così: il gruppo ambisce a essere l'eccezione fuori moda e preferisce la credibilità a lungo termine alla freschezza immediata. I grandi produttori e autori che regnano sul pop sono qui sostituiti da una squadra di nomi minori già collaudati più, ancora una volta, Ed Sheeran per "18". Ma se in passato il suo aiuto si faceva notare ("Little things"), qui si mimetizza tra le numerose buone ballate della collezione – segno che anche gli 1D, come autori, hanno imparato qualcosa. L'ultimo singolo "Night changes" e soprattutto "Fool's gold" conservano quella dose di patetismo che ci si aspetta da una boy band senza mai cadere nelle rime imbarazzanti di un tempo. E quando riescono poi a unire quella malinconia ai cori da stadio, esce fuori "Spaces", forse la canzone che meglio rappresenta l'ultima fase del gruppo nonché l'interpretazione più riuscita (Horan e Tomlinson finalmente si guadagnano qui un posto in prima linea).
È l'album della maturità? Sì, anche se ci sono arrivati così gradualmente da non stupire nessuno. È l'album che venderà di meno? Sì, ma non è colpa loro. È l'ultimo album? Forse, e sarebbe un peccato, ora che hanno trovato un'identità così ben definita e sono diventati una certezza.

 

(Pop Topoi)



 

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