NEWS   |   Italia / 11/11/2014

Suor Cristina, l'ascolto dell'album

Suor Cristina, l'ascolto dell'album

“Ma insomma, questo disco di Suor, pardon Sister Cristina, com’è?”

Abbiamo fatto una prova: abbiamo ascoltato il suo album cercando di dimenticarci che è una Suora, di dimenticarci delle views su YouTube, dei tweet delle star e delle interviste: l’ultima, domenica a “Che tempo che fa”, dove ha ripetuto le  cose che già sappiamo: la mia musica è un dono, ho scelto le canzoni in base al loro messaggio - e preannunciando un possibile sbarco a Sanremo.

Suor Cristina è un personaggio, e non c’è nulla di male. Tutti i cantanti sono personaggi. Ma i cantanti sono cantanti, e noi abbiamo provato ad ascoltarla come tale. Ecco le impressioni, brano per brano, del suo debutto discografico.

Il disco è stato prodotto  da Elvezio Fortunato e registrato a Los Angeles. Tra i musicisti, Vinnie Colaiuta e Davide Rossi (arrangiatore e produttore italiano che ha lavorato con Coldplay e Goldfrapp, tra gli altri).

Il disco, a parte “No one” (la canzone del famoso provino) non contiene nessuno dei brani cantati a “The voice” e curiosamente neanche l’inedito “Lungo la riva”. Gli inediti sono due, uno dei quali "Free fallin"  porta la firma di Suor Cristina come co-autrice del testo. L'altro, "L'amore vincerà", è l'unica canzone in Italiano, a firma Fabio Barnaba e Debora Vizzani.

 

 

"Try" (Pink): Inizio per archi e batteria, poi arriva la voce, e i chitarroni - ma gli archi sono l’unico tratto distintivo rispetto alla versione originale. Alla voce manca decisamente la “pasta” di Pink e in qualche passaggio si ha la sensazione di incertezza nella scansione delle parole, soprattutto nelle strofe. Inizio molto urlato per l'album, scelta popolare, per una canzone soprattutto nota in Italia per essere già stata usata come stacco da “Amici”, e poi anche per i promo di “X Factor”. Senza infamia e senza lode.

"Fallin' free” (Inedito): Il primo inedito: testo della stessa Cristina Scuccia con Monica Cialona e Roberta Borgonovo, musica di Elvezio Fortunato e Deborah Summa; anche qua si ha la sensazione di qualche incertezza nel macinare l’inglese; la canzone prova a ricordare “Try”: pop-rock urlato con i chitarroni, un inizio ed un break con il piano che fa il verso ai Coldplay.

"Like a virgin" (Madonna): Questa la conoscete: arrangiamento rallentato basato sul piano, che dà alla canzone un altro tono, più drammatico, che funziona bene. Nel ritornello si sentono pesanti indizi di auto-tune sulla voce, che a tratti suona davvero metallica.

"Somewhere only we know" (Keane): Arrangiamento spogliato dal piano, che era l’ossatura della versione originale, a favore di un tocco di elettronica, fino all’apertura sostenuta dalla batteria. La voce risulta particolarmente esile sulle strofe iniziali, meglio quando si apre - anche qua con la tendenza allo squarciagola. Una gran canzone maltrattata, però, giocando tutto sull’epica.

"Blessed be your name" (Matt Redman): Per chi non lo sapesse, il “Christian rock” esiste davvero, ed è un genere con una lunga tradizione e con un ampio seguito nei paesi anglosassoni. Matt Redman ne è un esponente inglese, questa canzone è sua, e riprende i canoni del genere: un rock semplice (ed anche un po’ semplicistico) e testi spirituali. La versione originale iniziava con organo e basso, qua si gioca su piano e batteria. E sugli inevitabili chitarroni. Sarà una suggestione, ma - visto il genere - qua la voce qua sembra più a suo agio che in altri brani.

"Fix you" (Coldplay): Una di quelle canzoni intoccabili, il capolavoro di Chris Martin dedicato alla moglie, che aveva perso il padre. Una di quelle canzoni per cui ci vuole una moratoria.  E infatti l’inizio fa accapponare la pelle: è trasformata in un coro. Da chiesa. (Ma non dovevamo far finta di non sapere? Qua è davvero impossibile). Arrangiamento kitsch che vorrebbe trasformare la canzone in un gospel, ma semplicemente la rovina. Il crescendo è fotocopiato da quello dei Coldplay, con la chitarra e la batteria e, argh, ancora i cori gospel e la voce principale. 

“No one” (Alicia Keys): Voce e piano e batteria. Puro e semplice: senza i giudici che si girano, la faccia sorpresa di J-Ax e Raffella Carrà, questa versione è una versione qualunque. La voce è buona, ma non paragonabile a quella di Alicia Keys. Una cover da talent, appunto.

"I surrender" (Hillsong): Gli Hillsong sono un altro gruppo christian rock australiano, una sorta di collettivo che è il braccio musicale di una chiesa pentecostale, la Hillsong Church. Stesso schema: inizio lento, e apertura rock. La versione originale, manco a dirlo, è più misurata, ma anche più corale. Questa, per tenere fede agli arrangiamenti del disco, è più “pestata” ed elettrica. La canzone è bella, molto enfatica, come tende e a essere spesso il christian rock, ma e questa versione tende alla sguaiatezza.

"True colors" (Cyndi Lauper): voce sofferta, arrangiamento rallentato che inizia sul piano, e si apre enfaticamente con gli archi. La versione di Cyndi Lauper basava il suo pathos sulla misura e sulle sfumature, qua è esattamente l’atteggiamento opposto. E’ in linea con il resto del disco, ma il confronto con l’originale è impietoso.

"Price tag" (Jessie J): Il pop di Jessie J trasformato in un reggae: meno elettronica, meno ritmi sincopati, più chitarre e fiati; l’idea è buona, il risultato è divertente. 

"Perto, longe ou depois (Ordinary world)" (Duran Duran, nella versione dei Rosa de Saron): Lo sapevate che i Duran Duran erano già stati riletti in portoghese dai brasiliani christian-rockers Rosa de Saron? La band brasiliana aveva rispettato l’arrangiamento originale, con quel giro di chitarra inconfondibile, che qua viene messo da parte per il pianoforte. Si parte piano, arriva l’apertura, con tanto di archi. Ma era proprio necessario cantarla in portoghese, visto che tutto il disco è in inglese? O è solo un vezzo per richiamarsi al christian rock e non ai più pagani Duran Duran?

"L'amore vincerà” (inedito): L’altro brano originale, l’unico in italiano (ma con parole riconoscibilissime anche all’estero). Rime che sottolineano IL MESSAGGIO (“Beato chi sa amare/e riesce a camminare/nell’invisibile/Nel buio più totale/chi ci salverà/è solo il cuore"): la canzone che, tanto per cambiare, parte con il piano, e si apre enfaticamente. 

 

Conclusioni

Ascoltato al buio, questo è un album di cover molto enfatiche, grandi aperture molto caricate sulla chitarra, con una voce non particolarmente elegante, a tratti potente, a tratti molto incerta sulle strofe e su come maneggiare certe parole in inglese. Insomma, potrebbe essere l’album di un/una qualsiasi reduce da un talent, con una produzione molto curata.

A me personalmente non piace, questa produzione, al netto del personaggio: troppo enfatica, appunto, e rovina decisamente alcune canzoni. Dove invece viene applicata la misura (“Like a virgin”, “Price tag”) funziona meglio.

Ma la misura che si cerca in questo disco è quella del Cristian Rock, inteso come genere, da cui Sister Cristina ha preso tutto: il rock semplice, anzi semplificato e un po’ sterotipato nei suoni. Le chitarrone e le aperture epiche. La tendenza a cantare a squarciagola. Certe scelte di canzoni sconosciute (da noi è un genere che non ha mai funzionato) si capiscono solo in questa ottica. Le altre canzoni si piegano al MESSAGGIO, quello scritto tutto in maiuscolo, e questa flessione è spesso faticosa, come se fosse fatta da una persona fuori allenamento appoggiandosi solo sulla punta dell’indice.

Questo album ci dice una cosa che già sapevamo: senza il velo, Suor Cristina ha una discreta voce, ma nulla più. Non ha una personalità musicale forte. Non staremo qua a parlarne come - per fare un esempio simile ma opposto - non saremmo stati a parlare dei dischi di Carla Bruni se non fosse stata un-ex modella, poi moglie del presidente della Francia.

I cantanti sono personaggi ma, nella musica, è difficile essere personaggi senza essere anche davvero cantanti…

 

(Gianni Sibilla)

 

Scheda artista Tour&Concerti
Testi