Musica dal vivo in Italia: parlano Spera (Assomusica) e Sangiorgi (MEI)

Musica dal vivo in Italia: parlano Spera (Assomusica) e Sangiorgi (MEI)

Probabilmente, parafrasando Cormac McCarthy, l'Italia non è un paese per musicisti - anche se Milano, secondo una ricerca condotta dall'irlandese Busking Project, è risultata, insieme a Sidney, una delle migliori città al mondo per fare busking, ma andando a consultare i dati riferiti dalla SIAE in una corposa relazione pubblicata all'inizio dell'estate lo stato delle musica dal vivo, nello Stivale, è più vitale che mai: nel 2013, quando la congiuntura aveva già cominciato a mordere, la "musica leggera" - come chiama la Società di Autori e Editori i generi ascrivibili all'ambito rock, pop e hip hop - aveva fatto segnare, rispetto all'anno precedente, un incremento del +32,17%, muovendo un volume d'affari pari a 293 milioni e 517mila euro in soli dodici mesi. Si potrebbe dire: merito, più dell'attenzione del pubblico, dell'offerta: a far segnare in dato record in termini di incassi, per il 2013, non a caso è stato il concerto di Bruce Springsteen del 3 giugno allo stadio Mezza di San Siro, a Milano. Una star internazionale - e, come lui, ce ne sono tante - che possono vantare una fan base fedele e devota, che non si fa spaventare da un prezzo del biglietto leggermente più alto rispetto allo standard delle produzioni internazionali medio-grandi.

Però, avevamo già osservato, un dato se possibile ancora più interessante era stato dato alla voce "concertini", che nel termine vagamente passé dell'ente indica quegli spettacoli musicali dal vivo di "carattere accessorio" e che non svolgano "funzione di principale richiamo per la clientela" dei locali: in buona sostanza, quella miriade di micro-eventi, che nella maggior parte dei casi ha per protagonisti dilettanti o semi-professionisti, che in (quasi) tutte le regione affolla (quasi) ogni sera pub, bar, piccoli club e spazi ricreativi. Alla voce "volume d'affari" mosso dal comparto la cifra indicata corrisponde a 299 milioni e 882mila euro, che - euro più, euro meno - significa 3 milioni e 650mila euro in più rispetto al comparto "maggiore" e istituzionalizzato. Che - è vero - corrisponde essenzialmente a quando speso dal pubblico al bar durante le serate, ma che pure rappresenta una fetta di mercato affatto trascurabile.

Una realtà più diffusa e sfaccettata, sicuramente meno rappresentata, che però rappresenta una fetta di mercato tutt'altro che trascurabile. In Inghilterra se ne erano accorti già due anni fa, quando il governo britannico varò il Live Music Act, che aveva deburocratizzato il sistema dei live minori concedendo ai locali con affluenza inferiore alle 200 unità di ospitare spettacoli senza l'obbligo di chiedere permessi. E in Italia?

A muoversi su questo fronte, poco più di un anno fa, fu l'architetto - e ex assessore comunale milanese - Stefano Boeri, che in una lettera indirizzata all'allora ministro a Turismo e Beni Culturali Massimo Bray propose un provvedimento simile a quello emanato dal parlamento britannico: il senato diede un primo assenso alla proposta, che - però - si arenò con l'avvicendamento di Matteo Renzi a Enrico Letta a Palazzo Chigi e la conseguente riformulazione della squadra di governo (con Dario Franceschini subentrato allo stesso Bray).

La situazione, insomma, è rimasta invariata.

"Con Boeri c'era un ottimo feeling, avevamo una prospettiva comune: poi il progetto ha subito una battuta d'arresto con l'avvicendamento al ministero", spiega Vincenzo Spera, presidente di Assomusica: "Avevamo proposto alla SIAE la creazione di un fondo per la musica dal vivo, per il quale eravamo pronti a metterci in gioco con un finanziamento annuo tra i 700 e gli 800mila euro, ma la nostra istanza non è stata accolta". Il vero problema, però, pare essere un altro: "Una volta i grandi gruppi nascevano dal vivo, i dischi per le major venivano dopo", continua Spera, "Al panorama musica italiano, al momento, manca ricambio generazionale: i grandi artisti che richiamano grandi folle sono rimasti quelli di due generazioni fa. Senza la possibilità di coltivare un vivaio di musicisti su una dimensione live più ridotta in grado, un domani, di prenderne il posto, la scena dal vivo italiana, con gli anni, è destinata a scomparire. O per lo meno a rimanere marginale rispetto a quella straniera. Occorre creare una crescita proporzionale di artisti che creino sviluppo". E non solo: "I DJ non sono considerati musica dal vivo ma - in Italia - rientrano nel novero degli spettacoli da ballo: inserire anche il panorama clubbing in quello live potrebbe favorire il ricambio generazionale e l'interazione tra artisti. Lo status quo, è bene specificarlo, è dato da disposizioni fiscali che svantaggiano questo tipo di esibizioni: ma l'economia del live crea ricchezza, e va considerata non come 'interna' o come problema di una singola azienda".

"Dati come questi non fanno altro che confermare quello che noi sosteniamo da anni, cioè che - in Italia - sette eventi su dieci siano da ascrivere all'ambito totalmente indipendente": con Giordano Sangiorgi, patron del MEI da anni impegnato nella promozione delle realtà più marginali rispetto a quelli frequentati da major e media, si sfonda una porta aperta. "E' a questi territori - i 'concertini', come li chiama la SIAE - che dobbiamo guardare per veder nascere la musica del futuro. E' questo il settore trainante del comparto. In qualsiasi altro ambito si sarebbero attuate delle politiche di sistema, soprattutto per interagire con le istituzione e guadagnere 'peso' politicamente: alla musica, però, manca questo passaggio". Perché quello che serve, secondo Sangiorgi, sono "facilitazioni negli adempimenti burocratici e piccoli interventi a costo zero che incentivino il settore", anche se pare sia più facile a dirsi che a farsi. E si ritorna alla questione Boeri: "I decreti al proposito, firmati dal governo Letta, ci sono, ma il passaggio di consegne a Renzi e il conseguente cambio di squadra di governo, con tutto ciò che ne consegue, ha impedito di farli diventare attuativi. Adesso è finito nella mani del ministro Boschi. Alla quale abbiamo già scritto, ma...". La sponda, per Sangiorgi, non può e non deve essere solo istituzionale: "I privati devono capire che questo settore merita più attenzione. E che va coltivato. Ci sono tanti locali che possono trarne profitto giovando alla crescita della scena musicale nazionale, a patto che ci credano davvero. Perché, se dovessi consigliare a un gestore di un club di dedicarsi alla musica dal vivo, gli direi di farlo solo se decidesse di fare di questa scelta una caratteristica distintiva e strutturale della propria attività. Tanti invece scelgono di avere un gruppo che suona nella speranza di attirare più pubblico e vendere più birre: in quel caso, raccomando caldamente di lasciare perdere. Per il bene di tutti...". C'è poi una questione prettamente geografica da considerare: sia per quanto riguarda gli eventi principali (quelli raggruppati alla voce leggera) che secondari (i "concertini") a fare la parte del leone è il nord, e più precisamente la Lombardia. E il dato è confermato non solo dai dati della SIAE - dove la regione che ha per capoluogo Milano fa registrare i valori in assoluto più alti sia in termini di affluenza, incassi e volume d'affari nella "leggera" che in termini di mero volume d'affari per i concertini - ma anche da quelli di Assomusica, l'associazioni di categoria degli impresari italiani, che nel prospetto riferito al 2013 riporta stime più o meno identiche.

Prendendo in considerazione i concerti con affluenza inferiore alle 5000 persone - caratura che esclude i mega eventi all'aperto e negli stadio - si scopre che, in termini di mero incasso, la Lombardia assorbe quasi un terzo del totale fatto segnare su tutto il territorio italiano, com Milano punta di diamante in testa alla classifica di numero spettacoli annuali - 845, contro i soli 237 della seconda in graduatoria, Firenze. Tendenza confermata anche allargando il quadro: il nord Italia, da solo, richiama a sé il 70% degli ingressi del totale nazionale, e il 65% degli spettacoli tenuti su suolo italiano in tutto il 2013.

"Crediamo molto nella cultura meridionale, stiamo dedicando grande impegno a sviluppare le attività live al Sud, anche se la predominanza del nord ha ragioni innanzitutto geografiche, con una maggiore vicinanza agli itinerario dei tour europei", osserva Vicenzo Spera: "Il grosso problema del meridione, però, riguarda le infrastrutture: la mancanza di venue adatte penalizza notevolmente il territorio. E poi andrebbe praticata una politica dei prezzi diversa da quella del nord". Una possibile soluzione? "Sfruttare i progetti - e i fondi - europei per creare centri polifunzionali interregionali che sappiano aggregare diverse realtà a creare sinergie tra generi. Delle strutture da intendere come sedi a 360 gradi da dedicare allo spettacolo".

Più o meno dello stesso avviso è Sangiorgi: "Disparità tra nord e sud c'è sempre stata, e ce ne sarà sempre, un po' per ragioni logistiche ma soprattutto per una questione culturale. E' vero, però, che il primo problema è rappresentato dalla mancanza di spazi: una possibile soluzione potrebbe essere quella di intervenire con interventi strutturali a livello locale".

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