Berlino, 25 anni dopo la caduta del Muro: parla Massimo Zamboni (CCCP, CSI)

Berlino, 25 anni dopo la caduta del Muro: parla Massimo Zamboni (CCCP, CSI)

Quando la musica incrocia la storia, quella con la "s" maiuscola che poi si studia sui libri, a chi si occupa di canzoni non rimane che registrare umori, impressioni, sensazioni che riveleranno la propria profondità anni dopo, quando il tempo avrà permesso di guardare alla cose dalla giusta distanza - ammesso che esista, quella giusta. Venticinque anni fa, il 9 novembre del 1989, a Berlino cadeva quella che era rimasta l'ultima frontiera fisica - altre ne esistono, invisibili e di diversa natura, e lo stiamo provando ancora oggi noi, sulla nostra pelle - rimasta a dividere quello che con molta approssimazione viene indicato come il cuore del mondo occidentale: un evento di portata storica che si è riverberato inevitabilmente anche nella musica, segnando una tappa fondamentale nell'evoluzione dell'immaginario rock contemporaneo. Invece di rievocare i fasti agiografici delle epopee bowiane e reediane, e prima di ricordare l'evento che più di qualsiasi altro - lo storico concerto di Roger Waters del 21 luglio 1990, quello con l'esecuzione integrale di "The wall" - ha marcato, per gli appassionati di musica, la caduta del Muro, ci è parso doveroso chiedere a chi quel periodo, da artista, l'ha vissuto in prima persona, sul posto: Massimo Zamboni, chitarrista e co-fondatore dei CCCP e poi dei CSI, ha voluto raccontarci l'aria che si respirava nella Berlino separata dalla parte più celebrata e evocata della cortina di ferro, e spiegarci perché quella ferita che per mezzo secolo ha segnato il cuore del Vecchio Continente è stata indispensabile per creare quella che, ancora oggi, è forse la città più viva, creativa e unica dell'Europa continentale. Buona lettura.


A colloquio con Massimo Zamboni

Parlando di Berlino è molto importante essere precisi con le date, perché è una città che negli ultimi settant'anni ha conosciuto una continua e inarrestabile evoluzione. Durante i miei primi soggiorni, nei primissimi anni Ottanta, frequentavo molto la zona di Kochstraße: era un quartiere tetro, con le finestre degli edifici sprangate. Dava l'idea di una città preclusa, a tutto e a tutti. Da lì si poteva vedere Friedrichstraße, che era l'unico posto dove gli abitanti della zona est e della zona ovest potevano anche solo virtualmente incontrarsi, e il Tranen Palast, il "palazzo delle lacrime".

Il richiamo che ha esercitato Berlino su di me è stato non espresso: non mi interessavano Londra o New York, o queste altre grandi città occidentali che sembravano l'epicentro di tutto. Berlino è stato un amore a prima vista: ho trovato una città incapace di difendersi, piena di macerie, con ancora - in pieno centro - le rovine causate da bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale. E c'era il muro. Che dava sì un senso di reclusione, ma che - pure - è stato l'elemento che ha fatto nascere la vita che ancora oggi la anima.

Dopo la guerra Berlino è stata abbandonata dalle attività produttive e dalla finanza. E allora sono arrivati i turchi, tra i quali molti disertori della leva militare obbligatoria, che non sarebbero mai stati accettati in altre città della Germania ovest come Monaco o Stoccarda. E i vecchi, rancorosi, che non avevano avuto le forze per andarsene. E poi tutti gli altri, che cercavano un modello di esistenza differente. Si poteva sperimentare una vita che altrove era impossibile: si potevano aprire negozi, locali, attività e altro senza permesso. Si potevano occupare appartamenti perché nessuno li voleva. La finanza è in grado di espugnare qualsiasi città, imponendo le sue priorità, che non collimano con quelle che sono le aspirazioni umane. A Berlino si poteva vivere. Anche in modo molto semplice e pratico, ma vivere.

Quando ci arrivai la prima volta, dopo quattro giorni di autostop da Reggio Emilia, non sapevo esattamente dove fosse. Non pensavo che si trovasse nel cuore di quella che allora era la DDR, credevo che si trovasse al confine tra le due Germanie. E il fatto che un laureato ne avesse un'idea così vaga dà la misura di quanto, allora, Berlino fosse marginale, nell'immaginario collettivo. Di fatto, era una città che non interessava a nessuno, per la serie di ragioni che tutti sappiamo. Ed era proprio questo a renderla speciale: agli occhi di chi, come me, veniva dall'Italia, era l'"altro mondo" più a portata di mano, il più vicino a noi. E' quasi cinematografico che il primo incontro tra me e Giovanni (Lindo Ferretti, con Zamboni fondatore dei CCCP, ndr), che venivamo dalla stessa città e frequentavamo più o meno le stesse persone, sia avvenuto proprio lì. Quello di Berlino era un universo parallelo che ti costringeva a tenere dritte le antenne.

Poi, il 9 novembre del 1989, la caduta del muro...

Me lo ricordo molto bene, quel periodo: ci sono stati un paio d'anni nei quali sembrava che il blocco comunista fosse interessato da una specie di effetto domino pronto a sgretolare quello che pareva, fino a qualche anno prima, un impero inattaccabile. Non passavano dieci giorni che non succedesse qualcosa di enorme, e che l'onda arrivasse a Berlino era inevitabile, e solo questione di tempo. Guardando le immagini del 9 novembre '89, da lontano, io mi sarei visto insieme gli altri berlinesi, in cima al muro, con un piccone in mano, a smantellarlo. Non sarebbe stata ai miei occhi una cosa offensiva verso una comunità, ma senso di partecipazione verso la stessa.

Pensando al muro come a una ferita, si può sempre dire che le ferite, col tempo, si rimarginano. Berlino dalla sua storia ha imparato la tolleranza: ci sono oltre 140 comunità differenti che vivono in armonia. A differenza di altre metropoli, non ha ghetti o quartieri impenetrabili. E' rilassata: cosa impensabile, per un agglomerato urbano di quelle proporzioni. Ancora oggi, a Berlino, in virtù di queste diverse ed estremamente gradevoli forme di vita, nasce la cultura, non solo quella giovanile. Poi certo, è una città che si sta avviando a diventare come tante altre grandi capitali europee: per esempio, girando oggi nei centri di Budapest, Praga o Sofia, in pochi potrebbero immaginare un loro passato come gangli dell'impero ex sovietico. Eppure credo che la differenza di Berlino, città negli anni ferita, rifiutata, reclusa, marginale e marginalizzata, che ha fatto del proprio passato doloroso il proprio punto di forza, per qualche anno ancora si possa coltivare. Io consiglio a tutti di andarci, almeno una volta, perché Berlino è una città capace di farci capire come potrebbe essere la nostra vita.


Lo Zeit-geist sono le lacrime
(di Massimo Zamboni, da "Prove tecniche di resurrezione", Donzelli Editore, 2011)

Incontro spesso un uomo anziano, seduto come me sulle panchine dello Schiffbauerdamm.Veste in modo semplificato, molto berlinese in questo, per nulla appariscente. Una sorta di casacca operaia, di una semplicità austera che aumenta la sua eleganza; berlinese anche in questo. Aggiusta le mani in grembo; il cappello tra le mani. E sta lì seduto, da solo. E' sempre assorto, sembra che aspetti. Osserva un panorama che deve essergli consueto. Io, dalla mia panchina, consuetamente osservo lui. Mi fa pensare.

Questo Schiffbauerdamm è un angolo incantato, custodito nel centro antico di Berlino. A chi lo frequenta distrattamente, piace per l'acqua del fiume Spree, che pare che neanche scorra, piace per come quell'acqua si infila tra i palazzi. E piace, a chi passa, il ponte Weidendammer, magnifico per le ringhiere in ferro o ghisa, per le sue aquile coronate. Piace infine per il suo nome che riempie la bocca: Schiffabauerdamm, l'argine dei costruttori di navi. Ti rimanda a pensare alle città mercantili del Nord, a quegli uomini severi che a forza e furia di carri tirati da bestie e carriole di sassi hanno eretto queste sponde e terrapieni per arginare le acque, creandosi uno spazio ulteriore per il proprio lavoro. Uomini robusti, arrossati, dissimili dal nostro anziano seduto.Tutto questo viene guardato, senza fermarsi troppo. Ma poi via.

Ma per procedere oltre devo parlarvi brevemente dello Zeit-geist, letteralmente “spirito del tempo”, espressione ottocentesca con la quale si vuole indicare la tendenza culturale prevalente di ogni data epoca. E' il carattere di ogni presente, prima di scivolare via. Certo è più facile individuarlo a posteriori, lo Zeit-geist, perchè impregna così fortemente i suoi contemporanei da essere mimetico a loro. Ci sono luoghi capaci di mostrarlo, incarnato magari in particolari che sembrano dappoco e sono invece rivelatori di tutto un mondo che si nasconde. Come qui sullo Schiffbauerdam. Perchè si irradia così netta, da questo angolo, così forte, la sensazione di uno spirito particolare che, se per una imprevista momentanea disposizione della sensibilità - uno dei momenti “a nudo”, per intenderci, quando stai lì come un cavo elettrico scartocciato - se in uno di quei momenti, dicevo, lo vai a incrociare, quello spiritello, o anche se appena ti sfiora, allora subito ti cattura, e l'attimo da presente diventa eterno; diventa storia, davanti ai tuoi occhi. E tu, diventi l'ingrediente.

Ma non è così per tutti, dicevo. Sono connessioni che si aprono soltanto in momenti rari di cortocircuito. Ai più, il luogo piace, e basta. Niente di più. E poi via.

Lo sguardo dell'anziano seduto riassume lo Zeit-geist di questa Berlino in questi ultimi giorni dell'anno; del decennio, anzi; cioè del secolo; meglio, del millennio. Il qui e l'ora, insomma, di quella vertigine temporale che si andrà a concludere alla mezzanotte del 31 dicembre 1999. Un nostro passaggio obbligato. Voglio pensare, seduto sulla panchina, che ci sia una mia affinità di sguardi con l'anziano seduto assorto. Credo di intuire, nei suoi occhi vecchi, le infinite trasformazioni e relazioni incise nei profili di questa città, che per un caso paiono convergere tutte in questo angolo sul fiume. Ogni buttata d'occhi straparla di storia, pescando da un immaginario vastissimo, e spaventoso. Lui lo ha conosciuto e sofferto per intero. Guardano i suoi occhi il Reichstag, il Parlamento tedesco incendiato dai nazisti, bombardato dai Russi, poi dai Russi conquistato come si conquistano le montagne, piantando la bandiera sulla sommità. La sua cupola, bellissima per i vetri a emisfero, è il simbolo della rinata Berlino. Poi ancora, spostando lo sguardo appena più in qua, la stazione sopraelevata di Friedrichstrasse. Anche lei bellissima per le sue vetrate, per i treni che attraversano quella trasparenza, rendendo soffuso ed esistenziale quello che altrove sarebbe un comune viaggio di pendolari. Questo era uno dei pochissimi luoghi di scambio fino a una manciata di anni fa, unico controllatissimo contatto tra i due mondi creati dal Muro. Luogo di separazione, di paralisi: ruolo insolito per una stazione ferroviaria che solitamente abbiniamo all'idea dell'incontro, del movimento. Non più transito, ma doppio capolinea. Ultima fermata est. Ultima fermata ovest. Fine corsa delle speranze di ritrovo. A fianco della stazione, il Tranen Palast, letteralmente Palazzo delle Lacrime. Il padiglione per il disbrigo delle insostenibili formalità di confine dove potevano avvicinarsi per un attimo, piangendo assieme, le famiglie distaccate. Ancora uno scatto leggero dello sguardo incoccia, poco oltre, la Torre della Televisione che si solleva dalla Alexander Platz. Altro simbolo della guerra fredda: prepotente, altissima, sfacciata, accentratrice di sguardi e di paure. Tutte queste architetture puoi vedere, indicibilmente belle e gonfie per sempre di una tristezza indicibile, da una panchina sullo Schiffbauerdamm. A dispetto degli utilizzi attuali, sono luoghi pregni ancora di speranze spezzate e pianti, di continue negazioni. Tanta è la sofferenza che questa città ha ancora da smaltire, e tanto contrasta con un modo di vita quotidiano molto più gioioso e disteso che altrove, che ogni movimento, ogni sguardo non previsto mette le persone in continua relazione con i toni del destino. Questo lo spirito del tempo che si irradia da lì e ti resta addosso. Euforia per un presente gonfio di futuro. La fine di un millennio, che spazza via per sempre un secolo sporco, orribile. E novità, novità che non sanno scaricare la tristezza, tante novità sopra questa città che anela alla resurrezione e da sempre è laboratorio di reclusioni. Nell'aria ancora l'eco delle storie della gente che queste architetture ha dovuto popolare, pagando sempre, con moneta di sofferenze, di umiliazioni, di soprusi.

A questo, l'anziano non può smettere di pensare.
Sul selciato, proprio davanti alla sua panchina, ci sono parole scritte, posate a terra. Sembra quasi che i suoi pensieri, solidificati, siano caduti. Sono lo specchio di quest'uomo, quelle sue poesie brevi, interrogative nel silenzio. Sono parole sue. “So viele Berichten. So viele Fragen”. Tanti racconti. Tante domande. Quanti racconti, quante domande per ognuno di noi. Proprio nella capacità di porre in relazione ciò che si guarda, nel formulare con precisione le domande, più che le risposte, risiede la forza insistente dello sguardo di alcuni uomini. Anche uomini dimessi, posati, come questo anziano, che ancora continua a chiedere, in parole incise a terra senza urlare:
“Ogni decennio un grand'uomo. Chi ne paga il costo?”
Domande eterne, poste ora a una città che paga ancora oggi e continuerà a pagare il costo inestinguibile del suo ultimo uomo tenuto per grande. “L'imbianchino”, lo chiamava il vecchio nelle sue poesie. “L'imbianchino parla di grandi tempi avvenire”. E incalza: “La Grande Cartagine affrontò tre guerre. Era ancora potente dopo la prima. Ancora vivibile dopo la seconda. Non più rintracciabile dopo la terza”.
La Grande Berlino affrontò tre guerre...
Non si può fare nulla, se non si comprende questo: “La guerra sarà, finchè anche un solo uomo guadagna sulla guerra”. Queste non sono poesie, sebbene ne portino la forma. Sono domande. Domande di un operaio che legge. Proprio questo il loro titolo, Fragen ein lesenden arbeiters.

E' ora di chiamarlo per nome, il vecchio, con il suo nome inciso sulla statua in bronzo che sullo Schiffbauerdam lo rappresenta. Bertold Brecht. Noi lo chiamiamo poeta, pensatore e uomo di teatro. Ma a chi lo interrogasse, direbbe di sé di essere stato nulla più che “un apprendista”. La sua statua lo raffigura anziano, seduto, immobile. Le mani in grembo, il cappello tra le mani. Non è posa da statua, la sua, non ci sono cavalli o esibizioni muscolari. Nemmeno la gloria splendente del socialismo che pure gli ha eretto questo monumento. Nessun potere dell'intelletto. Poche statue espongono una simile volontà di im-potenza. Ne ricordo un paio con la medesima attitudine, entrambe – non per caso - a Trieste: Umberto Saba, James Joyce. Sensibilità eccellenti innestate su un corpo mimetico.

Chissà se Brecht ha mai frequentato il ristorante Brasserie Ganymed, giusto qua a fianco alla sua panchina, sotto al Berliner Ensemble, il teatro da lui fondato. Credo di sì, certo, sarebbe stato plausibile incontrarlo in questa trattoria cittadina dove voglio condurvi per concludere; antica, con le tovaglie quadrettate, l'ambiente legnoso, affumicato per consuetudine più che per vizio, decorato a stucchi. Candele accese. Foto in bianco e nero. Un menu commovente, secolare, per una gioia capace di colmare con i suoi rimandi prima la testa poi, con calma, la pancia. Oca, anatra, choucroute alsacienne, bistecca alla tartara. Birra densa. Tutta la campagna del Nord.
Vi consiglio il tavolo all'angolo, vicino alla vetrata. Da lì potete scorgere il fiume, con le sue acque che neanche scorrono, e vanno e tornano, e i treni che passano sopraelevati sfumati dalla trasparenza delle vetrate della Friedrichstrasse. E sentire che tutti quei treni sopraelevati, belli e inafferrabili, portano un loro senso profondo, e le loro andate e ritorni concentrano tutte le possibilità e insieme l'ingabbiamento, l'impossibilità di stringere occasioni che sembrano semplici da cogliere, e non lo sono e non saranno mai.
Osservate la clientela; chi ride, chi chiacchiera, chi parla o tace per solo ottimo mangiare. Sembra impossibile, ma qualcuno sempre inevitabilmente piange, in silenzio sommesso, e inavvertito. Punto dallo spiritello che l'ha toccato in un suo nervo dissepolto...
Così è. Scritte nel panorama, incise nella sensibilità di alcuni, allo Schiffbauerdamm lo Zeit-Geist sono le lacrime.

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