Appello dei musicisti: 'I servizi di streaming ci riconoscano l'80 % dei ricavi'

Spotify - lo spiega la società stessa sul suo sito Internet - riconosce ai detentori dei diritti musicali quasi il 70 per cento dei suoi ricavi complessivi, trattenendo per sé il restante 30 per cento. Troppo poco, secondo un gruppo di musicisti raccolti sotto l'insegna International Council of Creators of Music (CIAM), organizzazione nata nel 1966 e oggi diretta da Lorenzo Ferrero della SIAE che - riporta il sito Sys-Con Media - invoca "regole più eque" e "maggiore trasparenza": richiedendo in sostanza che l''80 per cento degli introiti generati dai servizi di streaming venga versato ai fornitori dei contenuti.

Uno studio commissionato dall'ente, intitolato "Fair Compensation for Music Creators in the Digital Age" e redatto dal professor Pierre-E. Lalond, sostiene che l'attuale modello di spartizione dei ricavi (in alcuni casi i servizi di streaming non riconoscono più del 60 per cento) è penalizzante per gli artisti e le etichette e ancora di più per gli autori, compositori ed editori musicali: secondo Lalonde, sarebbe auspicabile una distribuzione paritaria, 50/50, tra le diverse categorie dei titolari diritti.

Lo studio sostiene anche che trattative e contratti tra servizi di streaming e case discografiche non sono abbastanza trasparenti e lasciano all'oscuro di troppi dettagli le altre parti in causa. Solo una maggiore chiarezza ed equità distributiva, è la conclusione del rapporto sottoscritto da diverse associazioni internazionali di categoria, potrà garantire uno sviluppo equilibrato del mercato dello streaming.

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