Jungle, intervista: “Ascoltate la nostra musica, non badate alle nostre facce”

Jungle, intervista: “Ascoltate la nostra musica, non badate alle nostre facce”

Sono bianchi o neri? Inglesi o americani? Suonano musica o la campionano? E come si chiamano i cantanti? Per alcuni mesi, i Jungle sono stati il mistero più affascinante del pop britannico, una band senza volto che si manifestava attraverso videoclip semplici ed efficaci, radicati nella cultura di strada. Per dire, la protagonista di “Platoon” – quasi quattro milioni di visualizzazioni su Vimeo a partire dal maggio 2013 – era una breakdancer di 6 anni chiamata Terra. Il video di “The heat” era animato dal duo di pattinatori a rotelle High Rollaz. Del gruppo nemmeno l’ombra. Il loro funk per millennials, raffinata miscela di cut-up, groove seducenti e soul cantato in un registro insolitamente alto, s’è fatto strada su Internet suscitando domande. Persino l’identità dei due leader del gruppo, noti solo come J e T, è rimasta ignota per mesi fino a quando è stato rivelato che si tratta di Josh Lloyd-Watson e Tom McFarland. Fino a tre anni fa erano membri di un gruppo post brit pop di poca gloria chiamato Born Blonde. Da quando hanno nascosto la loro identità sono diventati gli officianti di un culto fatto di mistero e seduzione.

 Prima che il loro nome scalasse il posizionamento di Google, persino digitare “Jungle” in cerca di informazioni era frustrante. La strategia comunicativa del gruppo contesta implicitamente i meccanismi di trasparenza e ostentazione di sé tipici della narrazione pop contemporanea. J e T non condividono se stessi col pubblico e i media. Al contrario, si nascondono dal loro sguardo indagatore. “Jungle è il luogo in cui canalizziamo le nostre emozioni”, mi dice Josh, al telefono dall’Inghilterra. “Jungle non è semplicemente la somma di J e T, è un’entità più grande di noi due. Jungle è un altrove in cui ci liberiamo dal nostro ego”. Amanti del mistero? “No, è che siamo timidi, perciò facciamo un passo indietro per far sì che sia la musica a parlare. Non è la musica il motivo per cui lo facciamo? Non è la ragione per la quale io e te stiamo conversando, adesso?”.

  Amici fin dall’infanzia, Lloyd-Watson e McFarland hanno passato anni a mettere da parte frammenti musicali, idee sonore, spunti da sviluppare. Poi si sono chiusi in una stanza con un computer portatile, hanno affinato la loro fantasia funk e ne sono usciti col primo, omonimo album dei Jungle, nei negozi dal luglio 2014. “La tecnologia è sempre meno costosa, perciò fare musica è un’attività sempre più accessibile. È vero che nell’album ci sono dieci anni di noi due, ma è stato assemblato l’anno scorso. Svolgiamo gran parte del lavoro su un laptop, come molti produttori del resto. È il modo più semplice di fare dischi oggigiorno. Hai bisogno di un microfono e di nient’altro”. Eppure nell’album non ci sono campionamenti intesi in senso tradizionale. “Mettiamola così: abbiamo ri-campionato noi stessi. Registravamo una canzone, ne tagliavamo un frammento e a partire da quello costruivamo un secondo brano”.

 Ecco il segreto del sound di “Jungle”: usa i processi tecnologici odierni per mimare la musica elettronica. In un certo senso, seduce per quello che non è: sembra un disco sintetico costruito con la tecnica del collage e invece è un’opera del tutto originale. “Amiamo il suono campionato, ma non vogliamo prendere in prestito le canzoni degli altri. Non vogliamo rubare la musica di qualcun altro. Ecco come vengono fuori i nostri pezzi: li scriviamo noi, ma suonano come se fossero stati campionati. È una versione moderna della tecnica hip-hop, se vuoi. Siamo affascinati dall’idea di creare musica che sembri elettronica, ma che abbia un’anima. E per noi avere l’anima significa esprimere quel che senti. Significa catturare un’emozione attraverso una registrazione”.

L’album “Jungle” ha ricevuto una nomination come disco dell’anno ai prestigiosi Mercury Prize, i premi che negli anni scorsi hanno consacrato James Blake, Alt-J, XX, Arctic Monkeys. Il vincitore sarà proclamato domani, mercoledì 29 ottobre. “Non abbiamo aspettative, ma è un onore essere in quella lista con gente come Damon Albarn e Twigs. I loro dischi sono fantastici. Non ho idea di come andrà a finire”. I bookmaker inglesi un’idea se la sono fatta: la vittoria dell’ex cantante dei Blur viene data sedici a uno, quella dei Jungle sette a uno, FKA Twigs paga solo cinque sterline per ogni due giocate. Anche se non dovessero farcela, Josh e Tom hanno già vinto la loro scommessa: hanno trasformato la loro fantasia in un gruppo di successo. Jungle erano il progetto di due produttori chiusi in camera con un laptop, oggi è un collettivo di sette elementi che si esibirà il 7 novembre a Torino e il 22 a Milano. “I Jungle ci offrono la possibilità trascendere la vita ordinaria che conduciamo”.

(Claudio Todesco)

 

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