Album di cover: un modo economico e sicuro di vendere dischi

Album di cover: un modo economico e sicuro di vendere dischi

Negli stravolgimenti recenti del mercato discografico una delle poche certezze è rappresentata dal fatto che i consumatori occasionali e spesso più in là con l'età - quelli che comprano musica registrata saltuariamente e soprattutto in prossimità delle festività natalizie - amano andare sul sicuro acquistando best seller, vecchi classici, dischi di "stagione" e album di cover. Questi ultimi, in particolare, si sono rivelati una miniera d'oro dai tempi del primo volume che Rod Stewart dedicò al "Great American Songbook" (era il 2002, e ora la serie è arrivata a cinque) e dell'album di duetti che Ray Charles fece uscire nel 2004 poco prima della sua morte, "Genius loves company".
Da allora gli argini si sono (ri)aperti, e in questi mesi in particolare gli album di cover stanno letteralmente inondando il mercato: solo sulla scena internazionale si contano i casi di Lady Gaga e Tony Bennett (il cui "Cheek to cheek" ha raggiunto il numero uno delle classifiche statunitensi), Annie Lennox ("Nostalgia"), Barbra Streisand (in coppia con colleghi come Stevie Wonder, Billy Joel, Lionel Richie e Michael Bublé: il suo "Partners" è un altro best seller in piena corsa), Bette Midler ("It's the girls"), Aretha Franklin ("Sings the great diva classics"), Barry Manilow ("My dream duets"), Bryan Adams ("Tracks of my years") o She & Him ("Classics"), tutti desiderosi di cimentarsi con vecchi standard o con le canzoni con cui sono cresciuti.

Anche l'Italia, nel suo piccolo, non si fa mancare niente, allineando in uscita in tempo per Natale il nuovo "Hitalia" di Gianna Nannini, "Fiorella" di Fiorella Mannoia, "Vivavoce" di Francesco De Gregori ma anche dischi indie a firma di Diodato e Punkreas, epigoni di un filone che ha avuto in "Io canto" di Laura Pausini (2006) uno dei più fortunati progenitori di questi ultimi anni, uscito poco dopo "Quelli degli altri tutti qui" di Claudio Baglioni e seguito poi da  "Un'altra me" di Syria (2008, "Orchestraevoce" di Francesco Renga (2009),  "Fotografie" di Giusy Ferreri (2009), i due volumi di "Italian songbook" di Morgan (2009/2012) e "Masters" (2013) di Rita Pavone, solo per citarne alcuni.

Non sono solo considerazioni artistiche, ovviamente, a dettare scelte del genere: come sottolinea Ed Christman su Billboard che al fenomeno dedica un articolo, il disco di cover serve a tamponare un "buco" produttivo tenendo alta l'attenzione del pubblico sul nome di un artista, non costa tempo e fatica nella ricerca del repertorio (già pronto all'uso), riduce di molto i tempi di realizzazione e risulta lucrativo anche per gli editori musicali, che trovano così un'occasione in più per far fruttare copyright da cui molto è già stato spremuto. Insomma: pochi rischi (per gli artisti e per un certo tipo di pubblico, che ama andare sul sicuro e si muove con più cautela nei confronti di un repertorio totalmente inedito) e - potenzialmente - grossi guadagni per tutti a fronte di spese decisamente minori.

Con i loro nuovo dischi De Gregori e - in parte - Mannoia sono andati oltre, interpretando se stessi e realizzando, in pratica, delle "autocover". E anche in questi casi le motivazioni non sono sempre e soltanto artistiche: operazioni del genere, oltre a rinfrescare il repertorio (rendendolo, ad esempio, più "radiofonico" e promuovibile come si trattasse di una novità), possono servire ad allargare il bacino d'utenza ai fan di altri artisti (quando, come in questi casi, si ricorre anche ai duetti e alle collaborazioni). In altre circostanza - si vedano le recenti collezioni "tematiche" pubblicate da Suzanne Vega poi raccolte in un cofanetto - riregistrare le proprie canzoni è anche un sistema per acquisirne almeno in parte il controllo, originando master nuovi di zecca di cui si mantiene la proprietà quando gli originali sono in mano a case discografiche che non hanno intenzione di cederne i diritti.

Il rischio dietro l'angolo, ovviamente, è quello dell'esagerazione e della saturazione del mercato , come dichiara a Billboard Mark Hudson della grande catena di negozi amerciani Trans World. Anche se poi lui stesso è il primo a mostrarsi sorpreso dalle vendite della Streisand.

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