Jeff Tweedy, intervista: “Sukierae, album di famiglia. I 20 anni dei Wilco..."

Padre e figlio che lavorano assieme: succede spesso. Nello sport professionistico, ogni tanto, le generazioni si uniscono: qualche volta sul campo, più spesso con il padre allenatore, il figlio giocatore. Nella musica è più raro. In Italia Claudio Fossati ha suonato la batteria nella band del padre, spesso. Ma rimaneva la band di Ivano Fossati. “Sukierae”, invece è un disco dei Tweedy: scritto e cantato da Jeff, il leader silenzioso dei Wilco. Spencer Tweedy, 18 anni, suona la batteria. Il resto della famiglia assiste.

Un disco sorpredente, persino più libero e sperimentale delle ultime cose della band di Chicago, che pure compie 20 anni e sta per mettersi a festeggiare con un “Best of”, un box set e un tour. Abbiamo raggiunto al telefono Jeff Tweedy nella sua Chicago, tra un tour con il figlio e i concerti con i Wilco. Ci siamo fatti raccontare i suoi affari di famiglia: quella reale e quella musicale - che spesso coincidono e si sovrappongono.

 

“Sukierae” era nato come disco solista. Quando hai deciso di registrare senza i Wilco?
Scrivo. Scrivo tanto, praticamente sempre. Alcune delle canzoni risalgono addirittura ai primi tempi dei Wilco, la maggior parte è stata scritta negli ultimi due anni. Ma non ho mai scritto canzoni per un disco solista: lo faccio perché mi piace, perché mi viene spontaneo - sia che i Wilco siano in studio, sia che io stia lavorando ad altri progetti come questo. Ho cercato tra i miei demo per qualcosa che mi ispirasse.

Quando hai capito sarebbe diventato un disco dei Tweedy e non di Jeff Tweedy?
Io e mio figlio Spencer avevamo lavorato al disco di Mavis Staples l’anno scorso.

Ci siamo divertiti ed è finita prima che ce ne rendessimo conto. E’ da lì che è nata l’idea di tornare a lavorare assieme; nel frattempo, poi, tutti gli altri membri dei Wilco erano impegnati nei loro progetti: sarebbe stato impossibile programmare una registrazione della band in questo periodo. Era un buon momento per prendersi un break. Non so se ho se ho mai davvero voluto fare un disco solista. E peraltro “Sukiarae” è comunque un disco solista, per certi aspetti: il materiale è mio, ho suonato quasi tutti gli strumenti. Ma c’è questo  elemento di collaborazione con mio figlio - la sezione ritmica e la batteria sono così importanti nell’evoluzione e nel suono di queste canzoni che era giusto attribuirlo semplicemente ai Tweedy. E’ un disco di due persone che hanno lavorato assieme - è stato naturale che fosse così.

Da quanto tempo suoni con tuo figlio?
Da sempre, praticamente: la nostra collaborazione non è mai stata professionale, abbiamo suonato spesso in casa per divertirci. Spencer aveva messo in piedi una band con suo fratello più giovane, Sammy. Per la nostra famiglia, suonare è come andare fuori a giocare a nascondino o fare sport assieme. 

Le relazioni padre-figlio possono essere anche tese, difficili. La vostra sembra ottima: la musica ha aiutatato?
La nostra famiglia è appunto una di quelle che sta volentieri assieme - e sì, questo non è sempre la regola di tutte le famiglie. Come genitori siamo fortunati che i nostri figli adolescenti siano contenti di passare tempo con noi e che non siano imbarazzati o insofferenti, come capita spesso a quell’età.

Come l’ha presa il resto della famiglia e il tuo altro figlio?
Sammy non ha un interesse a fare della musica una professione. E’ più un ascoltatore, ogni tanto si diverte a suonare, ma non vuole essere legato alla musica. Una sorta di produttore esecutivo, ed è accreditato come tale sul disco, infatti. Ha ascoltato l’album durante la lavorazione, ha commentato, ha offerto pareri importanti. La mamma di Spencer è una brava musicista, ma ha una malattia debilitante; ma soprattutto non suonerebbe mai in pubblico. E’ ovviamente una presenza nel disco - perché Spencer e io la pensavamo spesso. Alla fine, “Sukiarae” è un album di famiglia.

Qual è la migliore qualità musicale di tuo figlio Spencer?
Ha un gran talento: non credo di aver mai sentito un batterista di 18 anni suonare con questa precisione e pazienza. Non ha paura di suonare e di ascoltare. Suona come una persona con molta più esperienza.

Negli anni passati hai fatto molte cose da solista: diversi tour, un album/DVD dal vivo. Come hanno influenzato questo disco?
Se mi fossi fatto influenzare da quelle esperienze, questo sarebbe stato un disco più minimale, fatto di voce e chitarra, senza altri ornamenti. “Sukierae” è proprio una cosa diversa: adesso abbiamo messo in piedi una band per suonare queste canzoni, che non sono mai state incise o pensate per poi essere suonate in uno show acustico e da solo come quelli che ho fatto finora.

Come hai scelto gli altri musicisti che hanno suonato nel disco?
Ho coinvolto tutti i musicisti che erano disposti a cambiare il loro cognome in Tweedy… Scherzi a parte, Scott McCaughey è uno dei miei amici di più lunga data nella musica, da addirittura prima che si unisse ai R.E.M., dai tempi dei Minus 5 e dei Young Fresh Fellow. Era una cosa famigliare averlo attorno e sapevo che averlo attorno mi avrebbe facilitato le cose, per esempio sulle tastiere, che lui suona decisamente meglio di me.

In questo disco vi siete presi parecchie libertà con gli arrangiamenti e le strutture delle canzoni, forse più che con i Wilco recenti. Sei d’accordo?
Sì, c’è una certa libertà nel modo in io e Spencer cui abbiamo gestito le canzoni, dando loro una forma unica. Quando suoni con sei musicisti, come nei Wilco, devi arrivare ad un consenso, se non ad un compromesso. Quindi è inevitabile che alla fine si finisca per dirigersi verso una forma-canzone più tradizionale. I Wilco hanno lavorato molto su canzoni dalla struttura non convenzionale in passato, e forse abbiamo perso qualcosa questa direzione, negli ultimi anni. “Sukiarae” mi ha rimesso in contatto con un modo di lavorare diverso e penso che questo si rifletterà anche nel prossimo disco dei Wilco.

Come hanno reagito gli altri membri dei Wilco al disco?
Come dicevo, è un periodo in cui sono tutti molto impegnati nei loro progetti. Ho mandato il disco a tutti, non so se tutti l’hanno ascoltato, ma ho avuto dei feedback positivi. I Wilco sono come una famiglia: non dobbiamo sentirci tutti i giorni per dirci che ci vogliamo bene, lo sappiamo e basta.

I Wilco compiono 20 anni, e avete in programma una serie di eventi per celebrare la ricorrenza: un “Best of”, un box di inediti, alcuni concerti. Eppure i Wilco non sono mai sembrati una band autocelebrativa.
Penso sia una cosa inevitabile: ormai è consuetudine usare queste date per fare qualcosa. Quanto al "Best of", ormai tutti si fanno i propri su iTunes e simili. Le nostre case discografiche precedenti erano dell’idea di avere qualcosa di completo e gestito da noi da mettere in commercio, mentre il box set era una buona idea per raccogliere cose diverse e sparse, in unico posto.

Ora siete autonomi, avete la vostra etichetta. Ma con le case discografiche avete avuto problemi in passato: con la Warner avete rotto un contratto, all'inizio del decennio scorso. E’ stato difficile mettere tutti d’accordo?
Abbiamo la proprietà praticamente di tutti master, quindi non è stato un problema. E’ un’operazione senza controindicazioni, diciamo.

Qual è stato il miglior momento e quello più difficile di questi 20 anni con i Wilco?
E’ difficile ricordare momenti specifici, isolarne qualcuno. In una vita di gruppo così lunga tendi a dimenticare i momenti brutti, a scordarti le brutte performance. La cosa bella è il processo, il fare musica assieme per così tanto tempo: è una sorta di nota sostenuta, una costante. Forse suonare con Bob Dylan l’anno scorso all’Americanarama, per citare una cosa recente: ecco, quello è stato un momento emozionante.

Viene però in mente il periodo di “Yankee hotel foxtrot”, il vostro capolavoro, appunto rifiutato dalla Warner, inaspettatamente messo in streaming in rete da voi - era il 2002-  e poi finalmente pubblicato regolarmente. Una cosa bellissima da un momento difficile.
E' colpa di “I am trying to break your heart”, il film che raccontò quel periodo in maniera un po’ drammatica. Ma fu una fase, un lungo periodo di tempo, non un singolo momento. Io di quel periodo mi ricordo poco, se non il fatto che il nostro manager mi chiamò per dirmi che la casa discografica non voleva pubblicare il disco. Mi ricordo che eravamo una band che suonava molto per un pubblico entusiasta, e suonava canzoni che non erano stato ancore pubblicate. Ma la polemica con la casa discografica è rimasta sullo sfondo, per noi - mai in primo piano.

Tony Margarita, il vostro manager, è l’unico membro sempre presente nella band, assieme a te e assieme e John Stirratt.
E’ vero, Tony è presente da ancora prima: è stato il mio manager da quando dirigeva il negozio di dischi di St. Louis in cui lavoravo a 18 anni. Una presenza costante.

Cosa vedi nel futuro dei Wilco?
Vedo dischi, concerti. Possibilmente nuovi territori da esplorare e di cui essere soddisfatti. Non ci penso granché, so che ad un certo punto arriveranno nuove canzoni da incidere assieme. Immagino che pubblicheremo un disco entro il 2015. Ma suoneremo ancora tanto - non so cos’altro potremmo fare.

(Gianni Sibilla)

 
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