'Jimi: All is by my side': la recensione del film su Jimi Hendrix

'Jimi: All is by my side': la recensione del film su Jimi Hendrix

Si confronta con un mito e tocca qualche nervo scoperto, "Jimi: All is by my side", il film che John Ridley (premio Oscar per la sceneggiatura di "Dodici anni schiavo") ha incentrato sulla parabola umana e artistica di Jimi Hendrix in un anno cruciale della sua vita tra il 1966 e il '67, tra New York e Londra. Cosicché qualcuno gli si è rivoltato contro: la famiglia del chitarrista, in primo luogo, che non ha concesso a regista e produzione il suo benestare e l'accesso al repertorio originale del leggendario congiunto. La ex fidanzata Kathy Etchingham, che ne ha messo in discussione la veridicità storica, la scelta degli attori protagonisti e persino i costumi di scena. E qualche critico, che al lungometraggio ha imputato l'incapacità di spiegare la magia della musica di Jimi e di rendere conto della sua rapidissima trasformazione da onesto mestierante del rhythm&blues a sciamano della musica psichedelica e "totale".

Questione di prospettive, perché "Jimi: All is by my side" (nelle sale italiane il 18 settembre: a questo indirizzo sarà consultabile l'elenco completo delle sale) non va letto come un biopic o una celebrazione ma piuttosto come un viaggio introspettivo, o - come ha detto qualcuno - un "pezzo d'atmosfera": e in questo senso coglie bene il senso e il clima di un'epoca, di un luogo, di una vicenda straordinaria raccontata anche e soprattutto nei suoi risvolti ordinari e quotidiani, talvolta persino meschini e banali (la scelta di Mitch Mitchell come batterista della Experience avviene lanciando in aria una monetina).

Non ci troverete la genesi dei brani storici e le performance leggendarie, Woodstock e Monterey (la narrazione si ferma due settimane prima del festival californiano del giugno '67, con il concerto al Saville Theatre di Londra in cui Hendrix lascia a bocca aperta Paul McCartney e George Harrison lanciandosi in una cover di "Sgt. Pepper's lonely hearts club band" ancora fresco di stampa). Piuttosto, un tentativo coraggioso e affascinante di sondare l'anima del musicista, le sue insicurezze, i suoi sogni e i suoi complessi rapporti con le donne: Linda Keith, l'elegante girlfriend di Keith Richards che dopo averlo ascoltato al Cheetah Club di New York al fianco di Curtis Knight lo incoraggia, lo sprona, lo introduce all'Lsd e lo presenta al futuro manager Chas Chandler, bassista degli Animals; la Etchingham, protagonista di una relazione descritta come tempestosa e talvolta brutale (e qui forse Ridley ha premuto troppo sul pedale mélo, forzando i tratti psicologici di un uomo da tanti ricordato come timido e gentile), l'attivista afroamericana Ida che non riesce a farne un simbolo del black power. Hendrix ne vien fuori come una persona introversa, apparentemente svagata ma cocciutamente determinata a seguire, sempre e comunque, la sua Musa. E il ritratto è vivido e avvincente grazie alla finezza dei dialoghi e della sceneggiatura, alla eccellente caratterizzazione degli attori - a cominciare da Imogen Poots nel ruolo di Linda - e alla straordinaria interpretazione di André Benjamin/ Andre 3000 (metà degli OutKast), che di Jimi restituisce perfettamente la camminata, i gesti, la parlata (nell'originale in lingua inglese) ma anche i silenzi, gli imbarazzi, i momenti "stonati" e la morbida  risolutezza.

Montato come un docufiction, con didascalie che introducono i personaggi principali, stacchi anche bruschi e flashback, il film restituisce i colori scintillanti della Swinging London (ricostruita in gran parte a Dublino) ma anche il suo lato scuro: l'ostilità della polizia, la violenza latente, i maneggi dei manager, le incomprensioni con un padre distante non solo in senso geografico - anche questo non sarà piaciuto alla famiglia -, le invidie che sorgono tra musicisti sul piano sentimentale (Richards che invita il padre di Linda a portarla via da New York e dalle "brutte compagnie": un bel tocco di humour) e professionale (Eric Clapton, allora celebrato come il dio del rock, che abbandona il palco durante una jam session tra Hendrix e i Cream).

Il racconto circolare, che inizia e finisce con quello show memorabile al Saville alla vigilia della consacrazione internazionale, è parziale ma compiuto: e anche se dei pezzi famosi si riconosce solo la "Wild thing" che di lì a poco avrebbe letteralmente infiammato il palco di Monterey, la musica vibra forte nelle sequenze in studio di registrazione e sul palco, con la Flying V psichedelica e la Stratocaster bianca, accarezzata nei momenti intimi e di solitudine come fosse lei l'unica amante eterna e fedele a cui abbandonarsi.

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