Tornano i Cowboy Junkies: 'Com'è difficile, oggi, la mezza età'

Tornano i Cowboy Junkies: 'Com'è difficile, oggi, la mezza età'
La musica dei Cowboy Junkies è un invito all’introspezione, un elogio convinto dei piaceri della lentezza. Stanno lì a dimostrarlo i “valzer tristi” e le seducenti ballate al rallentatore disseminate in diciotto anni di carriera. E i tempi dilatati che ultimamente scandiscono le loro produzioni (senza contare live e pubblicazioni in DVD): tre anni di silenzio, dal precedente “Open” al nuovo “One soul now” in uscita in questi giorni. Michael Timmins, compositore e chitarrista del quartetto canadese, spiega come sono andate le cose: “In realtà non siamo rimasti con le mani in mano. Abbiamo delle famiglie a cui badare, mia sorella Margo ha avuto un figlio un anno fa, siamo rimasti in tour un anno e mezzo per promuovere l’ultimo disco. Una volta tornati a casa, abbiamo deciso di fermarci, di prenderci un po’ di tempo per noi stessi. L’approccio al nuovo album è stato molto rilassato, tra l’inizio della scrittura e la fine dei missaggi è passato più tempo del solito, più o meno 14 mesi. Ci siamo autoprodotti, abbiamo usato come studio di registrazione la nostra sala prove: niente orologi da tener d’occhio, niente tariffe orarie da pagare, nessuna tabella o scadenza da rispettare. Abbiamo registrato tutto quel che abbiamo suonato, ne abbiamo scartate delle parti, recuperate e sviluppate delle altre. E’ stato un processo molto lento e organico, non ci siamo messi addosso nessun tipo di pressione. Jeff Bird ha suonato qualche percussione, in qualche pezzo c’è una tastiera: ma per il resto abbiamo fatto tutto noi quattro, la formazione base”.
“One soul now”, come tutti gli album della band, non contiene propriamente musica da intrattenimento “leggero”. Affronta i temi del cambiamento, dell’instabilità e della turbolenza nei rapporti umani, sentimentali e collettivi: argomenti, questo sì, decisamente contemporanei. “Soprattutto per chi oggi ha più o meno la mia età, 45 anni”, spiega Timmins. “Un momento della vita in cui si suppone di aver risolto le proprie contraddizioni e di essere diventati più saggi, mentre naturalmente non è così. Le relazioni, anche quelle più durature, sono complicate. Spesso ci sono di mezzo i bambini (Michael ne ha tre). Il mondo che ci circonda è sempre più confuso. E’ difficile, in questo particolare momento storico e della nostra evoluzione come esseri umani, capire qual è il nostro posto nel mondo. Questi sono tempi governati dall’ansia”. Canzoni autobiografiche, anche? “In parte sì. ‘My wild child’ per esempio è una dedica a mia figlia, allo spirito di innocenza e a quel modo speciale che i bambini hanno di correre incontro al mondo”.
Fin dal titolo, “One soul now” fa trasparire anche una connotazione mistica, un senso di ricerca interiore. Ma Timmins precisa di non fare affidamento su nessuna guida spirituale. “No, la nostra ancora è la famiglia, un nucleo molto solido e allargato. Tutti, nel gruppo, siamo sposati da dieci, quindici anni; tutti abbiamo dei figli. I nostri genitori sono sposati da cinquant’anni, e sono ancora insieme… Siamo sei, tra fratelli e sorelle, e manteniamo rapporti stretti tra di noi. C’è una forza interiore che ci unisce, una concretezza di legami che mi consente di pensare a interrogativi più grandi, di ricercare la mia dimensione spirituale”. Ecco spiegata, allora, la longevità di un gruppo che continua a contare sugli stessi elementi dagli esordi a metà anni ’80. “E’ così. Ogni volta che le cose diventano difficili, all’interno del gruppo, ci rivolgiamo alle nostre famiglie e allentiamo la tensione. Ma tra di noi esiste anche una grande capacità di comunicazione reciproca. Sappiamo parlarci, conosciamo le nostre personalità e i nostri modi di reagire alle situazioni, abbiamo sviluppato un metodo per risolvere i problemi interni. Anche Alan (Anton, il bassista) è come se fosse di famiglia, lo conosco da 40 anni, da prima che nascesse mio fratello Peter (il batterista)”.
Nessun maestro, dunque: eppure le ultime due canzoni del disco, “Simon Keeper” e “The slide” iniziano entrambe con il nome di Gesù… “Qualcuno ce l’ha fatto notare, una volta decisa la sequenza delle canzoni. Ma è una coincidenza. Sono cresciuto in un ambiente cattolico e l’iconografia religiosa fa parte del mio bagaglio: io la uso come un espediente per guardare oltre me stesso, a qualcosa di più grande e che sta più in alto dell’essere umano. Riconosco la mia dimensione spirituale, ma non sono legato a nessuna organizzazione di culto, non mi identifico in nessuna dottrina. Penso semplicemente che le cose terrene, le cose concrete, sono quelle che ci dividono, mentre l’elemento spirituale è ciò che ci unisce. ‘Simon Keeper’ è una canzone di impianto narrativo, racconta la storia di un uomo che perdendo il lavoro e la famiglia smarrisce se stesso. Finisce per scoprire Gesù e diventa un predicatore, ma in realtà non fa altro che scambiare una falsa identità con un’altra. La canzone parla del modo in cui ci definiamo per quel che facciamo, piuttosto che per quello che siamo realmente. Simon Keeper è un personaggio che rifiuta di trovare la sua anima e di entrare in comunicazione con gli altri. Preferisce cercare qualcosa dietro cui nascondersi, un ruolo: prima è un contabile e poi un predicatore di strada ma il risultato non cambia”.
Altri titoli, incisi quasi in presa diretta e frutto di improvvisazioni di studio (“From hunting ground to city”, “He will call you baby”, “Notes falling slow”), sembrano esplorare gli stessi territori “dark” e psichedelici che avevano caratterizzato buona parte di “Open”. Come se fosse il lato più scuro dei Cowboy Junkies, quello che emerge più spontaneamente… “Hai ragione, ma non so dirtene il motivo. A tutti noi piace improvvisare, suonare in jam: quel che ne viene fuori, di solito, sono proprio quei groove vaporosi e tenebrosi di cui parli. E’ una cosa che ci portiamo dietro dagli inizi: se riascolti il nostro primo disco, ti accorgi che in fondo si trattava di un’unica, lunga jam dalle tonalità oscure”. Da allora, il percorso dei Cowboy Junkies si è snodato lungo tragitti solitamente omogenei e lineari. Con l’unica eccezione, forse, di “Miles from our home” (1998) affidato alle mani e alle orecchie esperte di quel John Leckie che, dai Pink Floyd ai Radiohead, è diventato uno dei maggiori produttori del rock inglese. “Volevamo un disco molto ‘prodotto’, desideravamo sfruttare le possibilità dello studio di registrazione per costruire un suono più imponente e stratificato e John Leckie era la persona giusta per condurci attraverso quel processo”, ricorda Timmins. “Volevamo degli arrangiamenti complessi, e da quel punto di vista credo il disco sia stato un successo. Ancora oggi provo piacere a riascoltarlo”.
Un suggestivo DVD+CD uscito lo scorso anno, “Open road”, ha dimostrato una volta di più che la stessa cura artigianale che i Cowboy Junkies dedicano ai suoni è applicata anche all’aspetto visuale del loro lavoro. Timmins conferma: “Io e Alan, soprattutto, siamo fanatici di fotografia e di cinema. Quando eravamo più giovani andavamo a vedere tutti i film della nouvelle vague francese, le pellicole di Bertolucci, quelle dei registi tedeschi. Anche quando scrivo canzoni, penso per immagini. Ho scritto qualche colonna sonora per film indipendenti e mi interessa molto l’aspetto estetico della performance: le luci sono un elemento importante del nostro spettacolo, così come i piccoli accorgimenti scenografici, i fiori e lo sgabello su cui si accomoda Margo”. Lui pure, sta seduto sul palco: l’antitesi perfetta del chitarrista macho che brandisce la chitarra come una protesi fallica. “Per carità, non è proprio nel mio stile. Mi piace non avere addosso le luci della ribalta, mi fa sentire a mio agio. Recentemente ho visto Tom Verlaine suonare dal vivo con Patti Smith: e anche lui se ne stava seduto nell’ombra”.
Un’altra cosa per cui i Cowboy Junkies vanno famosi (almeno tra la cerchia dei loro fan) sono le cover: ce ne sono cinque, nell’EP allegato alle prime copie di “One soul now”, e passano in rassegna un campionario assortito tra Bruce Springsteen, Neil Young, Townes Van Zandt, Youngbloods e Cure. “Ogni volta che affrontiamo una canzone altrui, cerchiamo di individuare gli elementi che ci interessa conservare e quelli che invece vogliamo scartare. Proviamo ad estrarre quello che per noi è essenziale. Di ‘Thunder road’ ho sempre amato le prime due strofe: per me definiscono perfettamente il senso del rock and roll. L’abbiamo suonata nel tour di ‘Open’, come ‘Helpless’: molte jam chitarristiche del nuovo disco, lo ammetto, sono ispirate esplicitamente a Neil Young, mentre incidevamo stavo leggendo la sua biografia ‘Shakey’. ‘Seventeen seconds” l’avevamo incisa per un disco tributo ai Cure che poi non è mai uscito. Mi interessava l’oscurità del testo, più che la produzione o il suono delle chitarre: anche se, quando abbiamo cominciato, le atmosfere spaziali dell’album omonimo hanno esercitato su di noi un’influenza fondamentale. ‘Lungs’ di Townes Van Zandt l’abbiamo incisa io, Margo e Jeff Bird molto tempo fa: l’abbiamo scelta per la rabbia e l’intensità che esprime nel testo. L’atmosfera di una canzone, per me, è importante: ma non quanto le parole”.
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