I Gomez tornano con “Split the difference” e superano una crisi d’identità

I Gomez tornano con “Split the difference” e superano una crisi d’identità
Il quintetto britannico dei Gomez ha presentato in questi giorni in Italia il suo quarto album, “Split the difference”. Tutto è iniziato sei anni fa con “Bring it on”, disco registrato in un garage che ha finito per vincere il Mercury Music Prize. Con “Split the difference” si sono lasciati alle spalle la sperimentazione del precedente “In our gun” per tornare a calcare le infinite strade del rock. “Musicalmente parlando abbiamo avuto un po’ una crisi d’identità. Dopo ‘In our gun’ eravamo così sovraccarichi della responsabilità di essere una band sperimentale al punto da pensare di stare facendo dischi per far pensare la gente. Questa volta eravamo più interessati a produrre qualcosa di viscerale. Ogni volta che dobbiamo affrontare un nuovo disco non sappiamo mai cosa ne uscirà fuori. Non possiamo dire se si sia trattato di una vera e propria crisi di identità o se stessimo soltanto cercando noi stessi. Come tutti, di fronte a un nuovo disco, volevamo fare qualcosa di nuovo, anche se mentre ci stai dentro non ti rendi conto di quello che realmente vuoi ottenere. Non siamo stati obbligati da nessuno e neppure abbiamo sentito il peso di pressioni. Ci sono molti musicisti che si inventano delle ragioni per pubblicare un nuovo album. Pochissimi ammettono di farlo per motivi contrattuali. Altri ancora si sentono portati a realizzare un album sotto l’impulso di una nuova creatività. Questo è il nostro caso”. I Gomez si sono avvalsi per la prima volta di un produttore esterno, Tchad Blake, già al fianco di Tom Waits e Crowded House. “Lo abbiamo conosciuto alcuni anni fa tramite sua moglie. Anche lei è un tecnico del suono. Abbiamo subito capito che era una persona molto seria. Volevamo che il disco fosse seguito da un ottimo sound engineer, indipendentemente dall’etichetta per cui lavorava. E ci siamo riusciti. Tchad non è soltanto un tecnico del suono, ma anche una sorta di produttore, e ciò ha contribuito a rendere più veloce la realizzazione del disco”. “Split the difference” è stato concepito nel paradiso rurale di Portslade. Nota per i suoi mulini a vento e le fattorie specializzate nella coltivazione di mais per mangimi, è una cittadina di mare sulla costa del Sussex, priva di qualsiasi glamour o ispirazione per rock star. I Gomez hanno scelto di stabilirsi qui, in uno studio che hanno costruito dietro a un magazzino di forniture per animali domestici. “Non c’è nulla da fare. E’ l’Inghilterra suburbana: è una sauna d’estate e poi fottutamente gelida a settembre. Si passa dall’Islanda al Sahara nello spazio di due mesi. Il fatto che non ci sia nulla da fare ci ha reso implacabilmente professionali. Ma non credo che questo luogo abbia influenzato il sound dell’album. Non penso che la nostra musica si possa localizzare. E’ come la spigola, che va da un mare all’altro, un pesce che guizza”. Pensate che “Slip the difference” sia il vostro album migliore? “Sì, forse. Almeno il più rappresentativo. Ogni tanto riascoltiamo i nostri vecchi dischi e troviamo alcune canzoni deboli. Quest’ultimo ci soddisfa sia sotto l’aspetto del sound che del songwriting”. C’è una canzone, fra le ultime, a cui siete più affezionati? “Ci piace molto ‘Sweet Virginia', con una sezione d’archi registrata assieme ad una nostra amica australiana: totalmente svitata ma molto preparata per quanto riguarda la musica classica”. Bistrattati dalla stampa britannica, i Gomez hanno avuto più successo negli Stati Uniti che in Inghilterra. Gli inglesi non coccolano abbastanza i loro artisti? “Se dobbiamo confutare quello che le radio e i media hanno commentato, sicuramente sono stati più favorevoli gli americani. Indipendentemente dalle nostre origini, siamo lusingati se abbiamo successo anche in paesi come l’Australia… quindi possiamo anche fregarcene dell’opinione della critica inglese. Però le nostre mamme ci dicono: ‘perché scrivono queste cose terribili su di voi nella stampa inglese?’. Sinceramente non ci rendiamo conto delle polemiche che può suscitare la nostra musica…”. Lontani da qualsiasi cliché, in alcune canzoni sembrano voler rivitalizzare il garage rock, in altre suonano squisitamente brit-pop, ma è una band che rimane fedele alla ricerca di un proprio stile. Cosa pensate dei numerosi gruppi di oggi che stanno riscoprendo le radici del rock’n’roll? E’ solo un’immaginazione dei media? “Pensiamo che questi gruppi abbiano più che altro a che fare col pop che col r’n’r”. Un commento sul brit-pop? “Bah, che cos’è esattamente il brit-pop? In verità ne siamo completamente disinteressati. Ci sembra un po’ come una scena musicale da college inglese. Molte di queste band sfornano più che altro canzoni poppy”. C’è qualche artista con cui vorreste collaborare? “Tom Waits su tutti, anche se ne saremmo terrorizzati… Vuoi ridere? Anche con i Kraftwerk”. Dopo averli apprezzati a Milano nel corso di uno show al Rainbow e di una presentazione acustica alla Fnac, i Gomez si stanno preparando per un tour che partirà a fine maggio dall’Inghilterra per poi toccare Stati Uniti, Australia e persino Tailandia. “Dal vivo eseguiamo spesso canzoni inedite. Ci sembra un bel regalo per i fan”.
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