Gli Interpol e il nuovo disco "El pintor": la normalità del rock - INTERVISTA

Gli Interpol e il nuovo disco "El pintor": la normalità del rock - INTERVISTA

Daniel Kessler si sente a casa in Italia, anche quando è di passaggio. Abbiamo incontrato il chitarrista e leader degli Interpol prima dell’estate a Milano, dove ha deviato il suo itinerario tra un concerto e l’altro, per fare qualche intervista e presentare il nuovo album “El pintor”. Qua ha amici, la sua band ha sempre avuto un gran pubblico - prossimo concerto il 30 gennaio al nuovo Fabrique. Nel nuovo disco c’è addirittura un spezzone parlato in Italiano in “Breaker 1”. Un estratto da un film? Kessler sorride. “E’ un mistero, non voglio dire che cos’è, funzionava bene”.

Vestito da damerino, di persona così come nelle foto promozionali della band, Kessler è da sempre la mente musicale del gruppo. Però “El pintor" - il primo album della band in quattro anni - segna cambiamenti di equilibri nel gruppo. Carlos Dengler, bassista originario, se n’è andato dopo “Interpol”. E a suonare il basso in studio è Paul Banks, il cantante, con Kessler sempre alle chitarre (e alla scrittura). “E’ semplicemente successo”, ci spiega Kessler. “Di solito, quando registriamo, io canticchio la linea di basso. Paul si è messo a suonare lo strumento e quando ci siamo seduti ad un tavolo a parlarne, abbiamo deciso che andava bene così”. Non dal vivo, però: oltre al batterista Sam Fogarino, ci sono come membri aggiunti Brad Truax (basso) e Brandon Curtis (tastiere), dal 2011. Anche se le tastiere sono decisamente meno presenti in questo album. “Non ci ho neanche pensato, anche questo è semplicemente successo: ho scritto cose più sperimentali, in passato e cose meno sperimentali. Le prime sono più facili, perché non devi seguire una struttura. Ma queste sono canzoni, e sono venute naturalmente”.

A sentire Kessler, sembra tutto semplice nel mondo della band, anche se questo è stato un periodo di assestamenti. “Dopo l’ultimo album abbiamo suonato 200 concerti e viaggiato in lungo e in largo”, dice della lunga pausa tra gli album. “Noi siamo fatti così: o viaggi e suoni, o scrivi canzoni. Abbiamo iniziato a scrivere nel 2013 e finito il disco alla fine dell’anno, con lunghe pause in mezzo: non volevamo fosse un lavoro d’ufficio. Ero ansioso”, ammette, tradendo una prima crepa nella facciata perfetta della band. “Ma poi le idee continuavano ad arrivare”.

Poi continua, tornando sulle scelte musicali: “Sapevo di volere meno tastiere, meno suoni di contorno. Essere in tre a incidere ci ha aiutato ad essere una band tutto sommato tradizionale. L’abbiamo prodotto da soli, sapevamo come farlo suonare, senza sovraincisioni”. 

Il tutto agli Electric Lady Studios, in quella New York di cui gli Interpol sono figli in tutto e per tutto. “Io e Paul viviamo ancora lì, ma Sam si è trasferito ad Athens, Georgia: è più facile perché ha famiglia”, spiega. “E’ fin troppo facile dipingere in maniera romantica New York”, riflette poi. “Quando abbiamo iniziato non era questa comunità di cui si è favoleggiato. Certo, c’erano un sacco di band, c’eravamo noi, c’erano gli Stroeks, c’era una solidarietà comune, ma mai abbastanza. E non c’erano mai abbastanza spazi dove suonare. L’unico modo per farsi notare era che qualcuno di più famoso ti chiedesse di aprire un concerto. Molti gruppi sono spariti, Noi, alla fine, abbiamo continuato per la nostra strada, suonando un sacco in giro: per questo siamo ancora qua”.

“E continueremo a suonare”, chiude. “Il 2015 lo passeremo in tour. E io pubblicherò pure un progetto solista, Big Noble. Musica sperimentale, quasi cinematografica”. Intanto, il nuovo disco si può già ascoltare in anteprima su Deezer.





 

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