Il nuovo disco di Trilok Gurtu: 'Contro i razzismi, anche nella musica'

Il nuovo disco di Trilok Gurtu: 'Contro i razzismi, anche nella musica'
Trilok Gurtu è un giramondo per antonomasia che frequenta l’Italia dai tempi lontani degli Aktuala, pionieri e sperimentatori di fusioni etnico-musicali nella Milano postsessantottina. Oggi trascorre parte del suo tempo ad Alba, è sposato con una donna tedesca, suona ovunque lo chiamino ma rimane inequivocabilmente vicino, nello spirito e nel modo d'essere, alle sue radici indiane. Distante, anni luce, dalle preoccupazioni del music business e da pulsioni tipicamente occidentali. E’ noto per le collaborazioni con musicisti di ogni razza, provenienza ed estrazione musicale, ma se gli si domanda quali obiettivi gli restino da realizzare e con quali colleghi vorrebbe condividere progetti musicali, la risposta è disarmante e rivelatrice al tempo stesso. “Sono abbastanza fortunato da non avere questo tipo di desideri”, ci ha raccontato, un po’ in italiano e un po’ in inglese, poco prima di uno dei suoi frequenti concerti dalle nostre parti, al Babylonia di Ponderano (Biella). “La musica è un’entità troppo grande per perdersi in questi dettagli. Inutile sprecare energie per inseguire questo o quel musicista, inutile dannarsi per diventare famosi”.
Le cose, evidentemente, succedono anche senza cercarle: nel nuovo disco “Broken rhythms” convivono un celebre chitarrista blues irlandese (Gary Moore), un valente quartetto d’archi italiano (gli Arke), un ensemble di coristi russi (gli Huun Huur Tu) e tanti altri musicisti di tutto il mondo. “Già”, ci scherza sopra il brizzolato Trilok, “in Inghilterra mi chiamano il ‘collaboratore seriale’. Ma, ripeto, non sono io a decidere queste cose. E’ la musica che comanda, che detta la strada. Sento un suono nella mia testa, e chiamo le persone che reputo più adatte a riprodurlo. Tutto qui. Mi piace suonare con musicisti europei, sono bravi come gli altri e qualcuno deve pur dare agli italiani o ai francesi la possibilità di dimostrare che valgono quanto gli inglesi e gli americani”. Il suo curriculum è costellato, in effetti, di collaborazioni anche inattese: come quella, recentissima, con un altro italiano (di base a Londra), il Robert Miles di “Children” oggi incamminato su sentieri musicali più complessi e distanti dal mainstream. “Il disco con lui, ‘Miles Gurtu’, è nato come commento ad un’opera cinematografica”, dice Trilok. “Robert è molto dotato in studio, e i suoni di quell’album mi piacciono molto”. Dal vivo si fa accompagnare invece da una cantante del Bangla Desh e da due indiani di Bombay, alla chitarra e al sitar: tutti molto giovani. “Mi piace suonare con i giovani perché amano lavorare sodo. Non è sempre necessario attorniarsi di grandi nomi, anche i musicisti meno famosi possono svolgere il lavoro in modo egregio”. Con la voce e con la chitarra (Ralph Towner, John McLaughlin, Pat Metheny…) la musica di Gurtu ha sempre avuto relazioni intime: “La voce è il primo strumento, tutto nasce da lì. E ho sempre amato i chitarristi, è vero. Negli anni ’60 e ’70 ascoltavo Jimi Hendrix e il rock, che allora era una musica nuova, fresca ed eccitante”. Erano anche gli anni in cui Ravi Shankar incantava le platee di Monterey e di Woodstock, esportando la musica indiana nella controcultura occidentale…“Negli anni ’70 anch’io ho cominciato a capire che la musica del mio Paese e il suo spiccato senso dell’improvvisazione avrebbero potuto trovare terreno fertile nei paesi occidentali, soprattutto tra i musicisti jazz. Prima Don Cherry, poi Miles Davis e Coltrane hanno cominciato ad usare strutture modali che avevano analogie con gli intervalli tipici della musica indiana. I jazzisti mi chiamavano a collaborare con loro perché aggiungessi un colore diverso alla loro musica, non perché mi mettessi a suonare jazz. E il jazz di oggi non mi piace, è diventato troppo intellettuale e non propone nulla di nuovo. Meglio ascoltare ancora Miles o Monk, piuttosto che le loro copie. Oggi preferisco la musica africana, la classica, certe cose di Frederic Galliano…E la musica del Sud dell’India: una musica complessa che ha il dono di apparire semplice”.
Difficile dire che tipo di musica sia la sua, invece: jazz, classica o che altro. “L’hanno chiamata in tutti i modi. Ma quando ho iniziato questo percorso, nel 1985, nessuno la capiva. Gli unici che ne hanno colto il significato sono stati i giovani indiani che vivevano in Inghilterra: Talvin Singh e Nitin Sawhney hanno cominciato a fare le stesse cose, riconoscendomi come un mentore: così hanno finito per darmi una mano”. Tanto che la musica di Gurtu è finita, campionata e remixata, anche sulle piste da ballo. “Va benissimo, la mia è una musica da ballare. Non mi piace che la gente se ne stia seduta ad ascoltarmi. Ci sono jazzisti che la pensano diversamente: ma se il jazz fosse tutto così smetterei subito di ascoltarlo. C’è chi arriva al punto di criminalizzare il ballo come un atto sacrilego, quando si è a un concerto. Ma la musica è emozione, e se ti fa venire voglia di danzare perché non dovresti farlo? Gli strumenti che ho scelto di suonare, le percussioni, servono anche a far muovere il corpo”. Il suo armamentario percussivo riflette i gusti eterogenei del musicista (“Ho inserito da poco un cajon peruviano, uno strumento usato spesso da Paco De Lucia e dai musicisti di flamenco”), ma è sempre l’India il cuore e l’anima della sua musica. Il nuovo disco è stato registrato a Bombay e, spiega, “il titolo, ‘Broken rhythms’, si riferisce a un tipico modo indiano di suonare: sono ritmi ‘spostati’ che nel Sud dell’India si suonano da duemila anni. Niente a che vedere col breakbeat. Oggi, con Bollywood e tutto il resto, c’è una nuova ondata di interesse per la cultura indiana. Ma ci sono due livelli per accostarvisi, uno superficiale e uno più profondo. Il mio compito è aiutare le persone a prendere coscienza che la musica è un veicolo per avvicinarsi al supremo. Per questo ringrazio sempre il mio guru spirituale, Ranjit Maharaj. Quel po’ di saggezza che ho imparato, la devo a lui”.
Gurtu ama definirsi un costruttore di “ponti” musicali tra diverse culture. Sembra ce ne sia particolarmente bisogno, in un momento come questo in cui mondo occidentale e orientale si fronteggiano drammaticamente, tra guerre e terrorismo. “Sono i politici che lottano tra di loro, e che costringono i popoli a farlo. Il messaggio che posso lanciare è: non dividete in classi la musica come si fa con le religioni. Invece, purtroppo, anche i musicisti mi sembrano diventare ogni giorno più razzisti: parlo dei puristi, quelli che non amano il jazz, quello che non sopportano il folk e così via. Sono come certi preti. E’ una prerogativa dei potenti, quella di creare divisioni. Ma il potere non dura nel tempo, e la musica è un’entità che viene e che va, come Dio. Non ha senso mettersi in competizione, classificare e fare graduatorie. Questo è quel che succede quando la mente prende il sopravvento. La mente può essere sporca: è da lì che nascono i conflitti. Se Dio vuole, da questo punto di vista io mi sento salvo, in mani sicure”.
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