Il ritorno di 'Hair', 35 anni dopo

Arriverà in Italia il prossimo 14 maggio al teatro Smeraldo di Milano "Hair", il celebre musical creato da Gerome Ragni e James Rado, messo in scena per la prima volta a Broadway nel 1968 e portato sul grande schermo da Milos Forman nel 1979.

Una rimessa in scena, questa, effettuata a trentacinque anni da quella originale e curata dal regista David Gilmore e dai coreografi Melissa Williams e Carla Kama, che ha anche un forte sapore di scommessa: Rockol, che ha assistito allo spettacolo a Parigi, ne ha parlato col produttore Wolfgang Bocksch, "storico" importatore delle compagnie statunitensi in Europa. "Sono passati tantissimi anni, ma credo che mai come oggi 'Hair' sia attuale", esordisce sicuro Bocksch: "Le istanze e la sensibilità che caratterizzarono quel periodo sono tornate incredibilmente in auge, per tanti motivi diversi: a differenza di 35 anni fa, però, è venuto meno in conflitto generazionale che separava genitori e figli. Nello spettacolo del 2004 si incontrano infatti 3 generazioni: quella che quel periodo l'ha vissuto in prima persona, quella che l'ha mancato ma ne ha sentito parlare, e quella che negli anni Settanta ancora non era ancora nata". Uno spettacolo che "unisce", quindi, in nome di valori e di opinioni che ormai accomunano più e meno giovani: attenzione, però, a non confonderlo con uno spettacolo "politico". "C'è un fortissimo messaggio politico in questo 'Hair'", specifica Bocksch, "ma è un messaggio assolutamente aperto ed interpretabile, non dogmatico. 'Costringere' il pubblico ad un tipo di interpretazione sarebbe tradire quella che è l'essenza originale dello show. La cosa importante, tuttavia, è notare come - dopo tanti anni - i problemi coi quali si scontri l'umanità siano rimasti gli stessi: solo, oggi, è cambiato il modo di affrontarli". Scendendo nel dettaglio, la particolarità di questa edizione di "Hair" è l'altissimo tasso di spettacolarità a dispetto di una messa in scena sobria e controllata: sul palco, infatti, gli attori sono sopportati da una scenografia composta solo - oltre che dalla band - da un ponteggio dal vago sapore post-industriale, sopra il quale capeggia uno schermo che offre, di volta in volta, immagini di repertorio inerenti alla scena rappresentata. "La messa in scena mi ha convinto fin dalla prima rappresentazione", ci confida Bocksch: "E' incredibile, perché allo spettatore questo show offre tutta l'emozione della versione originale con, in più, la spettacolarità e l'impatto visivo proprio degli spettacoli moderni. La nostra scelta in questo senso, tuttavia, è stata precisa fin dal primo giorno: abbiamo voluto una band di 9 elementi sul palco a suonare ed una scenografia essenziale, per valorizzare l'azione, ed abbiamo scelto di limitare all'essenziale le parti recitate, per incrementare il ritmo della rappresentazione. Il pubblico, poi, ci ha dato ragione". Sì, perché "Hair" ha conquistato anche l'esigente pubblico d'oltralpe, solitamente restio ad accogliere spettacoli del genere: "Davvero non mi aspettavo un succeso del genere in Francia", ammette Bocksch: "Il pubblico qui è solitamente misurato, difficilmente si abbandona a show come questo. La barriera della lingua era un'altra delle mie preoccupazioni: la scelta di affidare alle canzoni il compito drammaturgico principale si è rivelata vincente, in questo caso. Per questo sono convinto che il pubblico italiano apprezzerà questo 'Hair'". L'edizione 2004 del musical ripropone fedelmente l'epopea hippie che fece storia nella versione originale, contaminandola ulteriormente - se è possibile - con elementi tribali e dionisiaci, per offrirci uno sguardo fedele ma non omologato su ciò che furono gli anni Settanta. "Inutile stupirsi del ritorno in auge dei 'seventies'", ci dice Bocksch a questo proposito: "E' stato un periodo fondamentale dell'età contemporanea, un'epoca di grandissimi cambiamenti, nella musica soprattutto ma anche nelle arti in genere. E forse è questo il nocciolo centrale della messa in scena di questo 'Hair': la gente sente la reale necessità di questo ritorno al passato. Nei Settanta, musicalmente parlando, esisteva un'onestà e uno spessore ormai sconosciuti al giorno d'oggi. Basta ascoltare la radio per rendersene conto: le canzoni attuali sono per la maggior parte sintetiche, fredde, ed autoreferenziali nei contenuti. Le band degli anni '70 avevano un suono caldo, avvolgente, e soprattutto avevano un messaggio vero ed universale, che non si esauriva alla prima apparizione TV o al primo posto nelle chart. C'era qualcosa in più, quel qualcosa che ritroverete in 'Hair', 35 anni dopo".

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