Sarah McLachlan presenta 'Afterglow': 'Un disco nato da tragedia e bellezza'

Sarah McLachlan presenta 'Afterglow': 'Un disco nato da tragedia e bellezza'
Sarah McLachlan ha fatto passare sei anni tra il precedente “Surfacing” e “Afterglow”, il nuovo disco (uscito a fine 2003 in Nord America) che presenta stasera, 26 aprile, al Teatro delle Erbe di Milano in un concerto ad inviti per pianoforte, chitarra e voce: un tempo davvero inusitato, per un’artista giovane, nel pieno delle forze e all’apice del successo (in patria e negli Stati Uniti è una vera star) com’è oggi la cantautrice canadese. Assenza pienamente giustificata, la sua: da un evento tragico, la morte per cancro della madre dopo una malattia protrattasi per un anno e mezzo; e da uno gioioso, la nascita della prima figlia India, che oggi ha due anni e la segue costantemente in tour (“L’ho chiamata così in omaggio a un paese che amo e perché così ero sicura che non l’avrebbero confusa con le compagne di classe”). Permanenze in ospedale, gravidanza e maternità hanno naturalmente scombussolato il modo di lavorare della musicista di Vancouver. “Ho sempre avuto grosse difficoltà di concentrazione, nel mio lavoro, e non sono mai stata un’autrice prolifica. Per questo ero solita rinchiudermi in una capanna in mezzo ai boschi, quando era il momento di fare un nuovo disco, isolandomi dal mondo anche per sei mesi. Stavolta ho cercato di accelerare i tempi prima che nascesse mia figlia. Poi i ritmi sono naturalmente rallentati, e mi sono presa tutto il tempo necessario: non solo perché sono da sempre ossessionata dal perfezionismo, ma perché ho lavorato molto nello studio di casa, in maniera assolutamente rilassata. Vedevo spuntare il sole dalla finestra, e pensavo che era il momento di interrompere il lavoro e fare una passeggiata all’aperto con la bambina”.
Una situazione invidiabile, ammette Sarah, pur nelle difficoltà oggettive della situazione. “Devo ringraziare la Nettwerk, la casa discografica con cui sono dagli inizi e che mi ha sempre lasciato carta bianca, credendo e investendo in me. E naturalmente miei fan, per la grande pazienza dimostrata. Evidentemente il lavorar sodo dei quindici anni precedenti, gli innumerevoli tour e concerti, hanno pagato. Dopo l’uscita di ‘Surfacing’ ero stata via da casa per tre anni, a promuovere il disco e suonare dal vivo. Una pausa era necessaria, al di là degli eventi che sono successi. Ogni volta che stai lontana così tanto ci vuole molto tempo per rientrare in contatto con gli amici e la famiglia, con il mondo che intanto è andato avanti senza di te. Vivo a Vancouver, una piccola città. E oggi mi piace starmene nella mia bolla, quando posso”. Lo stacco da music business è stato completo: “Non so neppure cosa sia successo nel frattempo. Ho sentito e apprezzato poche cose, a parte gli ultimi dischi di U2, Coldplay e Radiohead. Alla radio, in auto, ascoltavo solo i notiziari. E i Cd che torno ad ascoltare sono sempre gli stessi dieci: ‘Thursday afternoon’ di Brian Eno, ‘Blue’ di Joni Mitchell, ‘Closing time’ di Tom Waits, ‘Stardust’ di Willie Nelson, ‘Acadie’ di Daniel Lanois, ‘Wrecking ball’ di Emmylou Harris, ‘The last temptation of Christ’ di Peter Gabriel…”.
La sezione ritmica primi anni ’80 di quest’ultimo Jerry Marotta e Tony Levin, suona sul disco. Un caso? “No, li ho conosciuti proprio grazie ai dischi di Gabriel. Avevo quasi vergogna a chiamarli, mi sembrava quasi di avvicinarmi troppo a un artista che considero un mio mentore…Poi mi sono convinta, perché volevo che ‘Afterglow’ suonasse in modo diverso dai dischi precedenti”.
Un disco che, racconta la McLachlan, è il risultato di un puzzle, come sempre. “Sedevo ogni giorno al pianoforte, suonavo e registravo tutto. E’ una sorta di disciplina, per me, un metodo per liberare la mente. Poi tutto nasce d’istinto, e non so dire sinceramente da dove arrivi. So che per scrivere devo reagire a qualcosa che mi colpisce emotivamente. Cerco di raccontare storie, mi interessano da sempre le fragilità e gli errori umani. A volte, cose che tengo da tanto tempo nel cassetto trovano finalmente uno sbocco: il refrain di ‘Answer’ mi girava in testa da dodici anni. D'improvviso, quella canzone mi è venuta fuori facilmente e velocemente, e per me è davvero una cosa inusuale. Altre, come ‘Fallen’, hanno richiesto tre anni. Oggi per fortuna c’è uno strumento come il Pro Tools che ti permette di combinare in modo infinito quel che hai inciso, consentendoti di esplorare tutte le opzioni. E’ una cosa fantastica ma che mette anche paura, perché c’è il rischio di non finire mai…”. Il risultato di questi esperimenti e ricerche minuziose, “Afterglow”, è un disco nato in un momento cruciale di passaggio (“Mia madre era sottoposta a chemioterapia intensiva mentre la mia gravidanza avanzava. Eravamo entrambe in uno stato confusionale, in certi momenti. Si è creata una sorta di strano legame tra di noi: tragedia e bellezza inestricabilmente legate tra di loro”): che la vede collaborare ancora una volta con il produttore e polistrumentista Pierre Marchand (“Il mio punto di riferimento imprescindibile, in studio: sa trovare i suoni adatti, è un grande compositore capace di costruire melodie e armonie estremamente complesse. Non riesco a pensare di fare un disco senza di lui”), e che non rinuncia malgrado tutto a canzoni che esprimono gioia di vivere. Come “Push”: “Forse la prima mia canzone di pura felicità, senza sottofondi amari o pensosi”, ammette Sarah. “Credo sia una questione di fiducia in se stessi: quando ero più giovane ero preoccupata di farmi prendere sul serio, ora non più”. Sembra rilassata e ricaricata, in effetti: “Ho il vantaggio di sapere esattamente qual è la montagna che voglio scalare, questa volta. E non vedo l’ora di tornare in tour con la band: il primo show dovrebbe essere il 21 maggio in Australia. Poi sarò in Europa, spero anche in Italia, a novembre. Il gruppo è pieno di amici e volti familiari (compreso naturalmente il marito, il batterista Ashwin Sood): altrimenti è difficile resistere in giro tutto quel tempo": Nessuna possibilità, invece, di veder rinascere il Lilith Fair, il festival tutto al femminile che la McLachlan ideò e mise in piedi per la prima volta nel 1997. “Ogni festival, dopo un po’ di edizioni, perde qualcosa della sua freschezza originaria e non è il caso di insistere. Allora era il momento giusto per farlo: c’erano un sacco di artiste donne di grande talento, mentre i festival estivi come il Lollapalooza avevano un cartellone tutto al maschile. Mi sono detta che potevamo fare da sole, nella mia ingenuità non mi aspettavo la bagarre che la cosa avrebbe scatenato nei media. Ho molti bei ricordi, ho apprezzato molto la possibilità di suonare dal vivo con gente come Emmylou Harris, Tracy Chapman, Sinead O’Connor, Erykah Badu, Indigo Girls, Sheryl Crow, Queen Latifah. Quel festival mi ha anche permesso di investire dei soldi nella fondazione che ho creato per dare ai ragazzi del mio paese la possibilità di imparare a suonare uno strumento o a cantare. E’ una cosa che ho sempre voluto fare, specie oggi che il primo taglio ai programmi scolastici riguarda proprio l’insegnamento della musica. E’ un grosso errore, molti studi hanno dimostrato che l’espressione musicale aiuta a studiare con profitto anche le altre materie, le scienze e la matematica. A me la musica ha salvato la musica: da piccola ero chiusa in me stessa, mi trovavo orribile e piangevo in continuazione. Ho avuto un’infanzia infelice, finché mi hanno iscritto a lezioni private di musica…. Il Lilith Fair è durato tre anni e va bene così. Sarebbe anche più difficile conciliare gli impegni, oggi che molte di noi sono diventate mamme…”.
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