'Salt', il nuovo disco di Arto Lindsay: stregato dal Carnevale

'Salt', il nuovo disco di Arto Lindsay: stregato dal Carnevale
Arto Lindsay indossa occhialini da intellettuale newyorkese. E’ pallidissimo, magrissimo, ha lo stesso portamento aristocratico e sottilmente nevrotico di tanti suoi famosi concittadini di ieri e di oggi, Andy Warhol, Woody Allen, David Byrne… Difficile immaginarlo abbandonarsi alle trance e agli stordimenti del carnevale di Salvador de Bahia, dove pure l’ex guastatore sonoro dei DNA e di “No New York” ha la sua seconda dimora. E invece: “Lo frequento da sempre, il carnevale. Per me rappresenta una grande dimostrazione di civiltà del popolo brasiliano”, spiega il musicista americano che ama combinare i ritmi e la solarità malinconica della musica sudamericana con l’elettronica avant garde. “Hanno cercato di sopprimerlo, di commercializzarlo, di banalizzarlo. Ma è ancora un evento capace di rompere le convenzioni, un momento di grande intensità durante il quale tutto va a gambe all’aria. Si celebra la bellezza, la gente dimentica il passato fascista del paese e la globalizzazione, la povertà e le differenze di classe. Non è inquietante come quello di Haiti, dove i partecipanti indossano costumi e maschere terrorizzanti, si dipingono il corpo e mettono sul volto calze di nylon che li fanno assomigliare a dei rapinatori. In Brasile è diverso, l’effetto non è così macabro”. E al carnevale bahiano di quest’anno Lindsay è diventato protagonista: partecipando alla parata al fianco dell’amico, regista e scultore newyorkese Matthew Barney e della di lui fidanzata Bjork, e scrivendo per l’occasione tre canzoni, “Personagem”, “Jardin da alma” e “Combustivel”, che ora sono contenute nel nuovo album “Salt”, in uscita lunedì 19 aprile per la Nasco/Righteous Babe (l'etichetta di Ani DiFranco). Non solo: il carro ideato e allestito da Barney, una bizzarra scultura in fango trainata da un trattore e ispirata alla figura dell’attivista ecologista americana Julia Butterfly Hill, ha dato il nome a un’altra traccia del disco, “De lama lamina”, un gioco di parole che significa più o meno “lame che originano dal fango”.
Ma il disco non ha per tema il Carnevale, precisa Arto. E ha poco o nulla in comune con la rappresentazione che dello stesso magico rituale diede l’amico David Byrne ai tempi di “Rei Momo” (1989). “Lui allora usò un’immagine molto popolare, quella del clown. Rei Momo è il re del Carnevale, ma è anche una figura buffa, enorme. David ha sempre avuto un brillante senso dell’humour”. Eppure, ad un primo ascolto, emerge almeno un punto di contatto tra “Salt” e “Grown backwards”, gli ultimi lavori dei due musicisti: una certa leggerezza di tocco, una levità di fondo, se non altro. “Magari è proprio effetto del Carnevale. O delle cose belle che mi stanno succedendo nella vita. Se c’è qualche analogia sonora, tra i nostri due dischi, forse è perché Pat Dillett, che ha mixato il mio disco, ha anche co-prodotto quello di Byrne”. Viene in mente anche Blixa Bargeld, nel percorso che porta un rumorista convinto (ai tempi iconoclasti di “No New York”) a trasformarsi in elegante melodista. “Non è poi cambiato molto da allora”, replica l’interessato. “Mi sono sempre visto come un autore, ho sempre scritto i testi delle mie canzoni, e questo è un punto in comune con Blixa: che apprezzo molto, tra l’altro, come songwriter. Non tanto nel disco, quanto dal vivo, suono ancora spesso la chitarra, con uno stile che ricorda i vecchi tempi. Tra il mio passato e diversi dei progetti che mi coinvolgono oggi c’è un filo diretto. E anche il desiderio di fare cose differenti contemporaneamente è una cosa che mi porto dietro dagli inizi…”. Sarà, appunto, la suggestione carnevalesca, ma il nuovo disco del “freddo” Lindsay trasuda sensualità, e non solo nelle canzoni citate. E un senso di terrena concretezza che il suo stesso titolo, “Salt”, suggerisce: “L’ho scelto dopo aver passato in rassegna titoli e testi di tutte le canzoni. Saltava subito all’occhio, è come una metafora di pronto uso adatta a significare un sacco di cose differenti. C’è sale nel corpo umano, c’e sale nella terra e nelle ferite. I romani distrussero Cartagine cospargendola di sale perché nulla potesse più crescere sul terreno…”. Altra impressione immediata: in “Salt” non si percepiscono scarti bruschi rispetto al melange melodico-elettronico dei precedenti dischi di ispirazione brasiliana. “E’ un album molto rilassato, questo, semplicemente una raccolta di canzoni”, spiega Arto. “Ma c’è comunque qualche novità: la ricerca sui differenti aspetti del ritmo, per esempio”.
All’amatissimo Brasile Lindsay si è dedicato di recente anche con altri progetti. Ha realizzato le “installazioni sonore” per una mostra dedicata alla storia del movimento musicale tropicalista, “Tropicalia”, che prenderà le mosse da Chicago per poi approdare in Sud America e anche in Europa. E ha scritto le musiche per una cinebiografia su Noel Rosa, uno dei più celebri autori di canzoni brasiliane degli anni ’30. Lavori che, come ama fare il personaggio, sono nati da un lavoro di gruppo. “Ho bisogno di collaboratori musicali perché non ho mai imparato a lavorare sull’armonia. Non so suonare il pianoforte, per esempio. Collaborare, intrattenere relazioni musicali e non, serve a coltivare e far crescere le idee. Mi piace produrre altri gruppi e artisti. Melvin Gibbs, con cui lavoro ormai da parecchio tempo, è molto cresciuto come produttore e io voglio affidargli un ruolo sempre maggiore. L’altro produttore principale di ‘Salt’, Kassin, è un brasiliano che è intervenuto su un paio di pezzi, a Rio, dove il lavoro sul disco è cominciato. Anche con lui e con il suo partner Berna spero di collaborare più spesso in futuro”. Non essendo geloso della sua arte, Lindsay ama veder manipolati i suoi suoni da altri e consegnare le sue canzoni nelle mani dei remixer. Soddisfatto dei risultati? “Dipende. Ma a volte salta fuori qualcosa di veramente interessante. Non mi interessa mantenere un controllo stretto sulla mia produzione musicale. Un retaggio dei miei anni formativi ai tempi del punk e della new wave? Non saprei, direi piuttosto che è parte del mio modo di essere”. Intanto i suoi vecchi dischi con i DNA hanno conservato un posto nella storia del rock che forse sarebbe stato difficile immaginare, ai tempi. E poi c’è quella band, i Blonde Redhead, che prende il nome proprio da una sua canzone… “Li conosco bene, sono ottimi amici. Ai tempi dei DNA eravamo pienamente convinti di quel che facevamo, eravamo giovani e arroganti”. Il celebre critico rock Lester Bangs parlò all’epoca della loro musica come di un “orribile rumore”. “C’era un modo soltanto di ascoltarla”, ammette lui, “era la nostra dichiarazione di intenti. E’ curioso che oggi molti nuovi gruppi newyorkesi siano influenzati da quei suoni e da quel periodo. C’è una specie di revival in corso. Probabilmente cercano un’eco nel passato di ciò che stanno facendo oggi, qualcosa a cui ricollegarsi”. Eppure è difficile pensare oggi a musicisti con lo stesso spirito avventuroso di Lindsay, di Byrne, di Laurie Anderson o John Zorn… Arto non è d’accordo: “Io credo che ci sia ancora musica interessante in circolazione, non necessariamente in ambito rock. Negli anni ’90 c’è stata ottima musica elettronica e oggi ci sono band come gli Animal Collective, con cui ho collaborato su ‘Invoke’. In Brasile ci sono buoni gruppi rock, elettronica e hip hop stanno cominciando a dare frutti interessanti, c’è il funky carioca che attraversa un buon momento. Ci sono tante mescolanze interessanti in giro”. Il sudamericano di New York tiene le orecchie aperte e continua a esplorare: in alcuni recenti concerti ha sperimentato sul palco le possibilità del suono “surround” e multicanale. E’ così che lo vedremo in Italia? “No, è stato solo un esperimento. Saremo in tre, io, Melvin Gibbs e Micah Gough, con un tradizionale impianto stereo”: il 4 maggio a Cremona, il 5 a Bologna e il 6 a Roma.
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