Stevie Wonder al Summer Festival di Lucca: il report del concerto

Stevie Wonder al Summer Festival di Lucca: il report del concerto

La black music dal vivo in Italia non è mai stata accompagnata da grandi numeri. Tranne alcuni casi perlopiù recenti (Beyonce, Bruno Mars) è raro registrare sold out di grandi dimensioni per soul e r'n'b. Ma Stevie Wonder al Summer Festival di Lucca è la giusta eccezione che conferma la regola: biglietti polverizzati in un paio di settimane in prevendita, nonostante i prezzi tutt'altro economici che la bella Piazza Napoleone impone (e con i posti in piedi piuttosto sacrificati).
Pur non realizzando dischi da dieci anni ("Time to love" è del 2005, ma forse l'ultimo rilevante è "Conversation peace" del 1995), Stevie Wonder è parso in grandissima forma, sia fisica sia vocale sia di spirito. Accompagnato da una band pazzesca di quattordici elementi (2 chitarre, 2 fiati, basso, batteria, 2 percussioni 2 tastiere, 4 coristi) che segue perfettamente qualsiasi variazione e ispirazione del momento di Wonder: la setlist che era stata diramata dalla produzione prima del concerto è stata pienamente disattesa.
Il set parte con una lunga cover di Marvin Gaye “How sweet it is” dove Wonder ha fatto subito capire che aveva voglia di giocare con la musica e con la propria voce, iniziando una serie di eccellenti “solfeggi vocali” e call & response con il pubblico (pure troppi, forse l'unico appunto di un concerto difficile da dimenticare) che saranno il leit motiv di tutto il concerto.
La musica continua ad essere un continuo gioco per Wonder: si diverte e fa divertire il pubblico come quando imita la voce di Paul Mc Cartney o sperimenta il suono dell'harpejji, una sorta di strumento ibrido di nuova ideazione che unisce chitarra e piano e che porta Wonder a improvvisare una spassosa Tequila e una versione sublime di "Day tripper" dei Beatles che sembra uscita direttamente da "Rubber soul".
Il songbook di Wonder è sconfinato, quindi è naturale che qualche pezzo rimanga fuori anche dai generosi medley proposti durante il concerto. Sui pezzi funk più tirati ("Higher ground", "Livin for the city" e nel lungo filotto "Don't you worry 'bout the thing", "Signed sealed delivered", "Sir duke", "I wish") la band gira a mille, specialmente la parte ritmica e fiati e che costringe anche il pubblico in tribuna ad alzrsi e ballare. Pochi gli spazi dedicati agli assoli che non siano quelli di Wonder alla voce e all'armonica, specialmente nelle romantiche ballad come "Send on your love", "Ribbon in the sky" e nell'improvvisata "Michelle" dei Beatles.
Il concerto diventa un grande contenitore dove c'è spazio per i pezzi nazionalpopolari - "Ebony and Ivory" (cantato con la figlia Aisha, sì, quella che frignava ancora in fasce in "Isn't she lovely?" ), la zuccherosa "I just called to say I love you" e l'(in)evitabile accenno di "Nel blu dipinto di blu" - il siparietto un po' all'americana con tanto di novelli sposi pratesi invitati sul palco (ma che ha regalato una bellissima versione di "All I do") e l'accorato discorso sull'insensatezza della guerra e della violenza, più volte interrotta da una commozione che sembrava sincera e seguita da Visions tratto da “Innervisions” (1973) forse il disco più citato del concerto (e di questo lo ringraziamo profondamente!).
Due ore e qualcosa di ottima musica che ci ha offerto un Wonder sempre profondamente dentro la Musica, grazie anche a una band e una produzione senza difetti.

(Michele Boroni)

SETLIST

How sweet it is (cover di Marvin Gaye)
Higher ground
As if you read my mind
Tequila (cover The Champs) / Day Tripper (cover dei  Beatles)
Send on your love/ Nel blu dipinto di blu (cover) /Overjoyed / Ribbon in the sky
Don't you worry 'bout the thing
Signed sealed delivered
Sir Duke
I wish
Visions
Living for the city
Ebony & ivory
Part-time lover / Apartheid is wrong
I Just called to say I love you /Michelle (cover dei Beatles)
All I do / Us / For once in my life
Happy Birthday
Superstition
 

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