Breakfast: canzoni del buonumore sotto il segno dei Beatles

Dopo una serie di incomprensioni con la precedente etichetta, il duo italo-australiano Breakfast torna con l’album “Ordinary Heroes”, un omaggio alla psichedelia sixties e al pop, con echi beatlesiani, senza perdere di vista la ricerca melodica e la leggerezza che non sconfina nella banalità (vi segnaliamo anche la partecipazione a una compilation-tributo a Syd Barrett con “The vegetable man” e “Sometimes ice cream” nella compilation del Tora! Tora! 2002).

Abbiamo parlato con Enrico Decolle e Maurice Andiloro, che si sono conosciuti a Trieste: Maurice era il fonico di un gruppo che Enrico seguiva come roadie. “Dopo aver capito di essere in sintonia ci siamo messi in gioco, e col tempo è diventata una cosa seria. Il primo disco è stato concepito in modo casalingo, naif, con un otto tracce su bobina. Pensa che non è stato neanche mixato, erano dei veri e propri ‘rough mixes’, così per vedere che tipo di risposta poteva dare. Abbiamo scelto un approccio lo-fi non per volontà, ma per mancanza di mezzi”. Mentre questo nuovo album è più lavorato? “Sì. Come concezione avevamo in mente un album acustico, nonostante la produzione che c’è stata dietro. Non volevamo un disco lungo o pesante, ma diretto, con lo scopo di farsi ascoltare senza troppe complicazioni. Un po’ come quando ascolti un disco dei Beatles. Scorre e alla fine lo rimetti su. Ogni volta che lo riascolti ci trovi qualcosa di nuovo”. E proprio di Beatles si deve parlare a proposito del songwriting semplice ma raffinato dei Breakfast, dominato da chitarre acustiche e strumenti psichedelici retrò, sporcato qua e là da suoni elettronici. “A noi piacciono molto quegli anni, non lo nascondiamo. In quel periodo è stato inventato tutto. Nel 2004 riteniamo ingenuo il voler ricercare l’originalità assoluta. Moltissime cose sono ormai state fatte. Non ci diamo l’obiettivo di essere originali, ma di scrivere canzoni che ci piacciono”. I sixties vengono evocati anche dalla grafica della copertina, che vede nel retro la tracklist (scritte nere su sfondo bianco) alla “Revolver”, mentre sul fronte il richiamo è a “Pet sounds” dei Beach Boys. “Ci piacciono quegli anni anche nella grafica. E’ una citazione non tanto di quei dischi quanto di quel mondo, un mondo in cui la grafica rispecchiava la qualità che c’era dentro ai dischi, un mondo qualitativamente superiore. Ma è anche un richiamo al vinile”. Beatles o Oasis? “Beatles, absolutely. Anche se gli Oasis ci sono piaciuti, ma i Fab Four hanno inventato la musica pop”. Quale periodo dei Beatles vi sorprende di più? “Quello a cavallo tra ‘Revolver’ e ‘Sgt. Pepper’s’, ma aggiungiamo anche ‘Abbey Road’. Sono stati album innovativi anche per le tecniche di registrazione”. Fino ad ora abbiamo parlato di musica, ma non della musica dei Breakfst. Da dove nasce la scelta di cantare in inglese? Mica per darsi una parvenza di internazionalità? “Nooo! Ci viene naturale scrivere in inglese. Se in futuro nasceranno canzoni in italiano, non le andremo certo a tradurre. Non è esterofilia o opportunismo. Sarebbe ridicolo se scrivessimo in inglese per scimmiottare gli artisti stranieri. Non c’è alcuna dietrologia. Non nascondiamo poi la speranza di rivolgerci anche al mercato estero. Noi ci proviamo, sarebbe limitativo non farlo”. Di cosa parlano le vostre canzoni? “Sono perlopiù storie autobiografiche in cui può identificarsi chiunque”. Chiunque, beh, come gli “eroi ordinari” del titolo. Ma chi è l’uomo qualunque, questo eroe dei nostri tempi? “Le persone semplici, l’uomo della strada, gente che abbiamo incontrato in questi ultimi due anni. Eroe nel senso che va avanti e affronta la vita di petto, con le proprie difficoltà e ansie, con umiltà”. Ma anche l’artista può essere considerato un uomo qualunque? “Sì. La vita è fatta di occasioni e spesso è lei a scegliere per te. Noi abbiamo avuto l’occasione di prendere una chitarra e scrivere canzoni, ma chiunque può farlo. Raccontiamo storie semplici, come in ‘Choccolate for the prize’, che parla di frustrazioni, oppure in ‘Remember’, che vede l’infanzia come una via di fuga ed esamina il rapporto tra il diventare adulti e l’incedere delle responsabilità”. Oltre ai Breakfast, Maurice ha lavorato in qualità di fonico con diversi artisti (dagli Afterhours a Samuele Bersani, da Manu Chao ad Adriano Celentano e Roberto Vecchioni), mentre Enrico si è dedicato a produzioni artistiche per reading di vari poeti. “Essere i fonici di se stessi è provvidenziale: si abbattono i costi e si evitano compromessi”. Nel futuro dei Breakfast, ci sono ben due produzioni: è stato infatti affidato a Maurice il mixaggio del nuovo materiale acustico di Bugo, e i due Breakfast si occuperanno della produzione artistica del nuovo disco dei Pecksniff (una band alla Belle & Sebastian). Un’ultima curiosità: perché il nome Breakfast? “Perché la maggior parte delle nostre canzoni nascono nelle prime ore del mattino. Ci capita spesso di svegliarci con una melodia in testa che canticchiamo durante la colazione. Sono canzoni del buonumore, con cui iniziare bene una giornata”. Per apprezzarli dal vivo gli appuntamenti sono il 3 aprile alla FNAC di Napoli, il 16 alla FNAC di Verona e il 23 al New Age di Roncade (Treviso).

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