NEWS   |   Pop/Rock / 21/07/2014

Billy Bragg a Milano: il report del concerto al Teatro Dal Verme

Billy Bragg a Milano: il report del concerto al Teatro Dal Verme

Il genere "Americana", sappiatelo, lo hanno inventato gli inglesi. Lo dice al pubblico milanese  Billy Bragg, tra il serio e il faceto, ricordando l'epoca d'oro dello skiffle che eccitò le giovani menti di John Lennon e Paul McCartney prima di lanciarsi in una radiosa versione di "Dead flowers" dei Rolling Stones più "parsonsiana" - nel senso di Gram Parsons, allora fratello di sangue di Keith Richards - dell'originale. Chissà se scherza anche quando racconta che il primo gruppo con cui scelse di collaborare per "Mermaid avenue", il disco che musicava testi inediti lasciati nei cassetti da Woody Guthrie, non furono i Wilco ma i tedeschi Kraftwerk.. E' comunque lo spunto per una sorprendente ed esilarante intro robotica/elettronica a "A new England", il suo primo brano simbolo di cui il pubblico canta in coro l'immortale ritornello. E un fugace scarto dal mood prevalente della serata, testimoniato prima ancora dell'inizio da quella pedal steel, quel dobro e quel mini basso acustico appoggiati sul palco del Teatro dal Verme.

Bragg ci arriva verso le 21 e 30 con una bella camicia bianca e nera da cowboy, stivaletti "più a punta del solito", e un look "alla Kenny Rogers" con capelli bianchi e una barbetta rossiccia che, dice, serve a nascondere il doppio mento incipiente. La sua personale interpretazione dell' "Americana", "musica country per chi ama gli Smiths" a metà strada tra Morrissey ed Emmylou Harris, ammanta di nuovi colori anche vecchi pezzi come l'iniziale "Ideology" che in questa nuova edizione arpeggiata alla Rickenbacker dal giovane chitarrista CJ Hillman somiglia molto (come mi fa osservare giustamente un amico) a "Chimes of freedom" così come la facevano i Byrds. "No one knows nothing anymore", dall'ultimo e ottimo "Tooth & nail", è una riflessione filosofica che mostra il lato più disilluso e malinconico del bardo di Barking ma è solo un attimo prima di una trilogia tutta dedicata al maestro Woody (più avant ci sarà spazio anche per "California stars"). Bragg ricorda che fu la figlia Nora a contattarlo nella convizione che un europeo si sarebbe sentito meno in soggezione davanti a quella figura leggendaria: scelta azzeccata, perché oggi Billy è diventato il miglior epigono del folk singer dell'Oklahoma. Introduce "Way over yonder in the minor key" parlando di Guardiola, di Mondiali di calcio e di metafore; presenta la struggente "Aint' got no home" osservando che quella canzone che parla di lavoro perduto e di banche che si arricchiscono ai danni del popolo avrebbe potuto essere stata scritta adesso invece di 75 anni fa (ed ecco il senso di quel brano di Ry Cooder che ha anticipato l'arrivo dei musicisti sul palco); e riserva una dose extra di energia a "All you fascists bound to lose" dopo un inevitabile commento sull'andamento delle ultime elezioni politiche europee e la svolta a destra di Francia, Svezia e Regno Unito. Mescolare pop e politica resta la sua specialità e in una serata promossa a prezzi "poltici" (15 e 25 euro i biglietti di ingresso) dall'ANPI, l'associazione nazionale dei partigiani, trova il suo ambiente più adatto e un pubblico attento a raccoglierne il messaggio anche se sono in pochi, durante l'inno sindacale "There is power in a union" proposto nei bis, ad alzare il pugno seguendo il suo esempio.

E' di buon umore, Bragg. Bonario, ironico, loquace, desideroso come sempre di farsi comprendere e di comunicare anche se il suo italiano "non è migliorato dall'ultima volta che sono stato qui". ("In compenso è peggiorato il mio inglese"). La perfetta acustica del Dal Verme restituisce ogni dettaglio del suono e permette di apprezzare una ottima band in cui a fianco di una agile sezione ritmica spiccano gli strumenti a corda di Hillman insieme alle tastiere e alla eccellente seconda voce di Kenny Dickenson, capelli bianchi come l'ex Small Faces Ian McLagan che sostituisce riuscendo nel difficile compito di non farlo rimpiangere. A chi guarda con sufficienza alla sua "svolta" country risponde che un certo "twang" britannico nella sua musica esiste da sempre, e ne dà prova con la spensierata "You woke up my neighboorhood" recuperata da quel "Don't try this at home" che si rivela il disco del passato a cui attinge più materiale. Ricorda di avere saputo del suo ingresso al numero 10 delle classifiche di "Americana" negli Usa mentre si trovava a Calgary e sul telefonino, in coda alla cassa di una caffetteria, veniva avvertito della morte della nemica storica Margaret Thatcher ("una doppietta"); poi racconta divertito di un fan posseduto che in Tasmania si denudò sul palco rovinando sulla batteria durante "Greetings to the new brunette", uno dei suoi migliori confetti folk pop che esplicita il "versante Smiths" del suo stile ma che oggi ha rallentato il passo e si è fatta più compassata. Dopo aver messo a tracolla acustica e semiacustica imbraccia la chitarra elettrica per "There will be a reckoning", il brano più politicizzato, rabbioso e vigoroso di "Tooth & nail", mentre il dobro e l'andamento indolente di "Handyman blues" mostrano appieno gli effetti della cura Joe Henry (produttore dell'album) e offrono a Billy il pretesto per invitare il pubblico a riflettere sul nuovo concetto di mascolinità glorificando gli animi sensibili che con il bricolage casalingo hanno un pessimo rapporto.

"Sono felice che la disco music sia ancora popolare a Milano" chiosa scherzoso dopo "Sexuality", il suo "hit" che rievoca il suo apice di popolarità negli anni Ottanta: un altro ripescaggio da "Don't try this at home", l'album "nero" che con "Accident waiting to happen" - niente country ma rock alla Clash a tutto volume - chiude il set prima dei bis. Quando si ripresenta da solo con l'elettrica sembra di tornare ai tempi di "Life's a riot with spy vs spy" e della sua prima apparizione in Italia e infatti il primo pezzo è "To have and to have not" da quel mini album pubblicato oltre trent'anni fa. "Sono grato di avere ancora un pubblico disposto ad ascoltarmi dopo tutto questo tempo", dice strappando un grande applauso prima di sostenere che la musica non può cambiare il mondo ("credeteci, ci ho provato") ma che fa sentire meno soli nella lotta quotidiana alle avversità. Cosicché, dopo la commovente "Tank park salute" (dialogo per voce chitarra e pianoforte che rimane una delle più toccanti dediche mai composte da un figlio per un padre) e un invito a non cedere al cinismo tocca all'inebriante crescendo di "Waiting for the great leap forwards" mandare tutti a casa sulle note sfrigolanti del classico country "Happy trails" con la convizione che ognuno, nel suo piccolo, ha un ruolo da svolgere e una missione da compiere. Nessuno, ancora oggi, sa ricordarcelo meglio di lui.

(Alfredo Marziano)

Setlist

"Ideology"
"No one knows nothing anymore"
"Way over yonder in the minor key"
"Ain't got no home"
"All you fascists bound to lose"
"You woke up my neighbourhood"
"Dead flowers"
"Greetings to the new brunette"
"There will be a reckoning"
"Handyman blues"
"Sexuality"
"California stars"
"A new England"
"Accident waiting to happen"

Bis
"To have and to have not"
"There is power in a union"
"Tank park salute"
"Waiting for the great leap forwards"

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