Arctic Monkeys al Castello Scaligero di Villafranca, il report del concerto

Arctic Monkeys al Castello Scaligero di Villafranca, il report del concerto

Tocca a Alison Mosshart e Jamie Hince aprire.

Ore 20:20, come da programma; meravigliosamente precisi. I Kills escono dal backstage belli carichi e si prendono il palco per un’oretta con discreto successo. Capiamoci, dai Kills non mi aspetto chissà quali sorprese, ma la performance di Villafranca ci ha restituito una band in palla. Il duo voce e chitarra si fa accompagnare dal vivo da un secondo duo, una coppia di ragazzotti piazzati su una pedana rialzata con il compito di battere le pelli a dovere. Una soluzione interessante, chiamata a dare corpo ad un sound sempre molto essenziale. Si attacca con “U.R.A fever”, dopodiché è tutto in discesa. Lo sfondo leopardato fa pendant con buona parte degli outfit in platea, il che la dice lunga sul tipo di pubblico particolarmente attento allo stile (per usare un eufemismo) che la succulenta combo in cartello ha chiamato a raccolta: l’età media è relativamente bassa, segno che la band di Sheffield in questi anni è stata in grado di crearsi una fan base solida e con un buon ricambio, ma soprattutto che l’ultimo .“AM” ha fatto davvero centro. Ed è qui che si gioca la partita: “AM” è un gran bel disco, e se gli Arctic Monkeys sono tornati in Italia a distanza di soli otto mesi dall’ultimo passaggio, è perché i nuovi pezzi hanno ancora tutta la carica intatta. Funzionano ancora alla grande. Piacciono. Quindi cos’è cambiato in questo lasso di tempo? Cosa ci avranno riservato Alex e compagni a questo giro? Basta pazientare fino alle 21:53 per scoprirlo.

La prima cosa che balza all’occhio è la nuova scenografia. Alla struttura a tralicci che disegnava due enormi “A” e “M” si sostituisce una nuova struttura di luci al neon che richiama la grafica di copertina del disco. Sotto di essa un muro di lampade alogene, amplificatori e batteria. La band prende posto accompagnata da una versione strumentale quantomeno discutibile di “Are you lonesome tonight”. L’accoglienza è molto buona, “Do I wanna know?” anche meglio. In scaletta i ragazzi di Sheffield hanno messo una ventina di pezzi, di cui quattordici già sentiti al forum di Assago e un pugno novità; un aggiornamento dovuto, quasi necessario dopo così tanti mesi di tour. “Snap out of It” arriva per seconda, una collocazione nettamente più adatta rispetto al passato, seguita quasi a ruota da “Arabella”, impreziosita come ormai di consueto dal cameo del riff di “War pigs” dei Black Sabbath. Fin qui niente di nuovo da registrare. La band gira, si vede che il meccanismo è rodato e il sound regge l’impatto del castello Scaligero. Le chitarre sembrano un pelo sotto, ma in quanto ad acustica e lavoro sul sound i Monkeys sono una band con le idee ben chiare. Alex Turner non è quel gran chiacchierone, ma questo si sa: saluta (in italiano), ringrazia tutti, introduce saltuariamente i pezzi e morta lì. Il resto è pure presenza scenica, materiale da frontman consumato: mosse di bacino, ammiccamenti, pose, giochi con le prime file. Funziona. Alex è maturato, si trova a proprio agio sul palco, il suo habitat naturale; si vede. E mentre il giovanotto inglese si prende la briga di stabilire il contatto diretto con la platea, sul palco le luci piazzate sul fondo tingono di colori sempre diversi i pezzi in scaletta: arancione, rosso vivo, verde smeraldo, ciano… Un colpo d’occhio semplice ma d’effetto. “Brianstorm”, “Don't sit down 'cause I've moved your chair”, “Dancing shoes” e l’ottima “Crying lightning” permettono poi agli AM di entrare definitivamente in temperatura, accompagnandoci nel cuore dello spettacolo. Prima di “Knee socks” Alex arringa, sempre con parsimonia, il pubblico veronese per poi mandarlo in visibilio con il primo stop and go della serata, piazzato strategicamente sulla coda del pezzo. Un trick che funziona sempre. “My propeller” (molto bella dal vivo) arriva quindi a rimorchio, giusto per riscaldare ulteriormente gli animi in vista di “I bet you look good on the dancefloor”, probabilmente uno dei momenti più attesi della serata, e della schizofrenica “Library pictures”. Pezzo migliore del lotto? Probabilmente sì, ma qui va fatto un piccolo appunto. Per quanto lo spettacolo goda di una innegabile compattezza, alla fine di ogni pezzo la band si prende sempre un minutino abbondante per risistemare strumentazione e materiale tecnico. Più che comprensibile, se non fosse che questi tempi morti non vengono mai riempiti. Alex, come già detto, non ama parlare, ma sarebbe bello che qualcuno si prendesse la briga di fare qualcosa per mantenere caldo il “motore”. Giusto un minimo. Dettagli, per carità, ma visto che stiamo parlando di una band ormai matura e in costante espansione, mi sembra anche giusto fargli un pelo le pulci. Poco male. “Fireside”, “No. 1 party anthem” e “She's thunderstorms” permettono alle coppie di esprimere il proprio amore reciproco e a tutti gli altri di tirare un po’ il fiato prima del bel finale. La tripletta di chiusura, infatti, si compone di “Why'd you only call me when you're high?”, superiore per natura, seguita dalle amatissime “Fluorescent adolescent” e “505”. Qui, come da programma, arriva la breve pausa prima del rientro. Di nuovo tre i pezzi in scaletta: “One for the road”, “I wanna be yours” (complimenti alla scenografia che trasforma il castello Scaligero in una parata di stelle e riflessi), e la sberla finale “R U Mine?”. “Grazie a tutti, siete stati un pubblico stupendo”. Riff, nuovo stop and go, e tutti a casa dopo circa un’ora e mezza, accompagnati proprio come in quel di Milano, dalla voce inconfondibile di Joe Cocker.

Quindi, a conti fatti, che cosa ci hanno riservato Alex e compagni a questo giro? Una scenografia migliore, alcune gradite novità in scaletta (bene aver pescato da “Suck It and See” e da “Humbug”) e, in generale, uno spettacolo di grande livello. Con qualche difetto, che ci sta, ma obiettivamente bello. I Monkeys, e questo va sottolineato, sul palco sono “solo” in quattro, ma per buona parte del tempo suonano come fossero il doppio. Mica poco.

(Marco Jeannin)

SETLIST
“Do I wanna know?”
“Snap out of It”
“Arabella”
“Brianstorm”
“Don't sit down 'cause I've moved your chair”
“Dancing shoes”
“Crying lightning”
“Knee socks”
“My propeller”
“I bet you look good on the dancefloor”
“Library pictures”
“Fireside”
“No. 1 party anthem”
“She's thunderstorms”
“Why'd you only call me when you're high?”
“Fluorescent adolescent”
“505”

“One for the road”
“I wanna be yours”
“R U Mine?”

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