Fumi di Londra: Lory Muratti al Camden Crawl

Kate fa parte del cast di un musical che va in scena da mesi in un teatro del West End, ma questa notte è libera di passeggiare per le strade di Covent Garden e di fermarsi a parlare con me quando mi vede bere vino bianco nel dehors di un bar, come fossi in attesa che accada qualcosa. La ragazza ha bisogno di parlare e il mio silenzio immobile la spinge a farlo proprio con me.
“Passo la maggior parte del tempo ad aspettare…” mi dice dopo circa mezz’ora di convenevoli. Poi torturandosi le dita delle mani e abbassando lo sguardo continua: “A dire il vero sono solo una ballerina di scorta ed è per questo che stasera posso starmene qui con te. Sono così stanca della penombra di quel teatro…”.
Kate ha gli stessi occhi di sua madre. È questa l’unica informazione che trattengo mentre guardo passare veloci tutte quelle foto che lei mi mostra in rapida sequenza facendole scorrere sul display del telefono per poi fermarsi di colpo e chiedermi:
“Hai da fare domani?”
“Sì…” rispondo facendo cenno al cameriere di interrompere subito la camminata decisa che aveva intrapreso nella nostra direzione. “Ammetto però di essere irrimediabilmente attratto dai cambi di programma”.
Kate sorride senza scomporsi ed io la imito prima di chiedere:
“Cos’hai in mente…?”
“Passeggiare…” risponde lei “Passeggiare e ascoltare” aggiunge alzando finalmente la testa per guardarmi negli occhi e finire in un sorso quello che stava bevendo.


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“Camden Crawl” è il nome del Festival che per due giorni prenderà possesso di questa parte della città riempiendo di possibilità musicali il triangolo Chalk Farm, Camden Town, Mornington Crescent. Due giorni in cui la maggior parte dei club e dei pub della zona hanno in programma almeno quattro concerti, uno in fila all’altro. Una quantità di band e generi musicali da far perdere l’orientamento. La situazione perfetta per desiderare di possedere davvero il tanto ambito dono dell’ubiquità.
“Vedi come è facile smarrirsi qui?” mi dice Kate che oggi sorride molto più di ieri e indossa una gonna bianca e una canottiera verde smeraldo. “Vorrei essere ovunque, ma dovremo fare delle scelte, non possiamo vedere tutti i live… Come facciamo?” “Ci lasciamo guidare…” le dico aiutandola a chiudere il braccialetto che ci permetterà di avere accesso ai locali e ai concerti quindi le indico la porta del Camden Eye che si apre a pochi metri da noi. Lei sorride tirandomi con sé e accelera il passo.
Alle quattro del pomeriggio è già gremito di gente. L’unica sala attorno alla quale è disegnato il piano terra è stata svuotata di ogni tavolo per far spazio a una band vagamente new wave che suona in mezzo a decine di persone strette in cerchio ad ascoltare. Oltre le vetrate una bambina invisibile ci osserva chiedendomi con gli occhi di farla diventare grande ora e di farla entrare. Io le chiedo in risposta di farmi dimenticare chi sono e farmi uscire dal tempo mentre mi avventuro verso il bancone nel tentativo di ordinare da bere.

Alle 17.30 gli Arrows of Love attaccano a suonare sul palco dell’Electric Ballroom ed è già notte fonda dentro le nostre teste. I passi di Kate che si muove in cerchio ad occhi chiusi sono invece pieni di luce e, anche quando il suono della band prende a calci il potente impianto del locale, lei mantiene la sua eleganza e continua a danzare allontanandosi lentamente da me.


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L’aria condizionata mi taglia la schiena mentre la gente entra ed esce dal club anche durante lo show. Quando inizio a dimenticare dove mi trovo, le luci americane sul palco diventano rosse ed è questo il momento in cui smarrisco Kate.

Dopo aver setacciato tutto il locale decido quindi di affidarmi nuovamente al destino e ricominciare a vagare.
I miei passi si fanno ora insistenti e veloci. Rimasto da solo, vengo preso da una strana febbre che mi spinge a voler vedere tutto in parallelo e così tento l’impresa. Profili giapponesi ondeggiano fra bancone e palco per i “Desperate Journalist” al Black Cap. Il nome della band e la voce un po’ Cranberries della cantante mi trattengono però più del dovuto e mi odio per questo. Esco. Quasi corro fino al Proud dove faccio giusto in tempo ad ascoltare qualche istante di una band di chitarre scordate chiamata Autobahn e sono di nuovo fuori. Salto su un autobus, tre minuti in equilibrio e scendo davanti alla Roundhouse dove la chitarra acustica di Jack Cheshire mi rende vittima dell’imprescindibile bisogno di una sigaretta di traverso. Resisto circa dieci minuti prima di tornare al mio posto nell’universo dei marciapiedi ed è qui che, come disegnata nel vento che sale a render l’aria più fredda, mi appare la bassista degli Arrows of Love. Cammina senza guardarsi attorno, stretta nelle sue stesse spalle e nelle braccia tese a tenere le mani saldamente infilate nelle tasche dei pantaloni. La fermo, mi presento, mi complimento. Le chiedo da accendere e scopro che le piace camminare dopo lo show, che abbiamo diversi amici in comune e che lei e la sua band sono appena tornati da un breve tour in Italia. Ma i fumi di Londra e l’autobus col numero giusto in arrivo mi distolgono subito dal nostro scambio culturale e in un istante ci salutiamo promettendoci di ritrovarci nel virtuale. Sono di nuovo in viaggio. Scendo in prossimità del Jazz Cafe dove entro ed esco in un balzo. Attraverso la strada senza guardare, schivo il fiume della gente che scorre verso l’ingresso della metropolitana e scendo all’Underworld. Una scala sudicia mi guida sottoterra, nel cuore disadattato di odori di birra versata per decenni su pavimenti e pareti di legno. Ma per fortuna qui, quando mi accorgo dell’ora, duro ancor meno che dalle altre parti e ricordo “la frase di sicurezza” che ci eravamo detti Kate ed io già ieri sera:
“Se ci dovessimo perdere, vediamoci al Koko per il concerto degli ABC”. E gli ABC stanno per iniziare a suonare, così come gli Atari Teenage Riot all’Electric, in contemporanea. Combattendo con me stesso, decido infine di voler viaggiare indietro nel tempo per ritrovare Kate e quella musica lieve che è andata perduta. Ora corro davvero e supero più volte per strada giovani donne pronte a farsi rimbalzare all’ingresso dei locali con i loro documenti falsi.
La mia venue preferita in città si apre infine allo sguardo togliendomi un po’ il fiato con la sua magnificenza. Un ex teatro vittoriano inaugurato nel 1900 che conserva tutt’oggi il fascino dell’epoca: strutture, balconate, pareti laccate di rosso e decorazioni.
Una volta entrato mi faccio spazio fra la gente, raggiungo uno dei bar, prendo da bere e mi lascio andare in un lungo sospiro, il concerto non è ancora iniziato e io decido di ascoltarlo da qui aspettando che lei mi trovi come ha già fatto e come sento che saprà fare di nuovo. Resisto alla tentazione di cambiare posizione anche quando Martin Fry inizia a cantare riportando il presente indietro di trentaquattro anni. Resto qui ad occhi chiusi e dopo pochi istanti vengo premiato: Kate mi raggiunge sfiorandomi appena e apparendomi con la stessa espressione serena e sospesa che ho visto sul suo volto prima di perderla nel pomeriggio.
“Dove sei stata?” Le chiedo.
“Qua e là.” Dice lei “Ti sono mancata, vero?”
“Come fai a saperlo?” le chiedo facendo un passo nella sua direzione quando ho l’impressione che potrebbe svanire ancora. Lei però invece di allontanarsi, questa volta si avvicina. Si stringe a me cantando “Poison arrow” quindi mi sussurra in un orecchio: “Non può altro che mancarti un fantasma, quando inizi davvero a cercalo…”
Mentre la musica cresce attorno imprigionandoci nel passato e cancellando le strade di Londra oltre i muri di questo locale.



Lory Muratti è un artista visionario. Musicista e scrittore, è figlio del mercante d’arte Andrea Muratti e della ballerina Helen Bresson. Dopo aver firmato i suoi lavori nascondendosi per circa un decennio dietro lo pseudonimo “Tibe”, ha di recente svelato la sua identità con il progetto letterario e musicale “Scintilla” edito in Italia da Feltrinelli e Mescal. Con la rubrica “Fumi di Londra” racconta ai lettori di Rockol di incontri musicali, artisti dal mondo, luoghi misteriosi e notti infinite nella città più rock d’Europa, dove è di recente tornato a vivere e lavorare su un suo prossimo progetto internazionale.

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