Fumi di Londra: Lory Muratti incontra Joseph Arthur

Anche oggi a Londra va in scena “il tempo del bucato dei barboni” ovvero pioggia intermittente e al contempo aria calda da Altrove ad asciugare i miei passi quando attraverso Camden High Street facendo attenzione a non farmi investire. Vittima di consolidati meccanismi inconsci, sembro infatti del tutto immune al training che ho fatto per anni cercando di imparare a guardare nella direzione corretta. Qui dove il traffico gira al contrario mentre ogni altra cosa sembra andare per il verso giusto.

 

Io nel dubbio guardo ovunque e proseguo infine verso il Dingwalls anche se una parte di me, allo stesso modo di prima, vorrebbe guardare dalla parte opposta, verso Chalk Farm e raggiungere la Roundhouse dove questa sera saranno in concerto gli Archive.
Resisto alla tentazione e rispetto il programma. Passo il canale, evito il Camden Market col suo pieno di turisti e sono all’ingresso del club.

Joseph Arthur ed io ci siamo incontrati per la prima volta a New York quando stavo scrivendo “Scintilla”, il mio più recente romanzo. Anche lui è finito fra le pagine del libro e così ieri abbiamo deciso di festeggiare dandoci appuntamento in questo angolo d’Europa dove tutto si intreccia dentro le visioni sfocate dei passi educatissimi e un po’ grunge del suo pubblico.

Sono le 20.15 e al Dingwalls le luci sono già basse, l’atmosfera è rilassata e il backline presente sul palco suggerisce che quello di stasera sarà un set “alla vecchia”.
I pezzi essenziali di una batteria vintage, un ampli per il basso e la semplice postazione di Joseph riempiono la scena. Il suo immancabile looper consumato fra gli effetti per chitarra e un grande pannello di legno grezzo attorniato da pennelli pronti all’uso, barattoli di acrilici e bombolette spray.

Joseph Arthur ha molte storie da raccontare, ma la mia preferita è senza dubbio la prima fra tutte le sue storie. A metà anni novanta, rientrando a casa dopo una lunga giornata di lavoro, Joseph trova nella sua segreteria telefonica un messaggio che gli cambia la vita. È la voce di un uomo con perfetto accento inglese. L’uomo si presenta scandendo il suo nome: Peter Gabriel. Quello che dice successivamente è invece per Joseph quasi inudibile, almeno per le prime dieci volte in cui riascolta compulsivamente il messaggio. Il maestro gli comunica infatti di aver ascoltato il suo materiale e gli chiede di poterlo incontrare.

Storie affascinanti, forse anche perché Joseph Arthur è un artista complesso e non riece a esprimersi con il solo ausilio della sua musica; deve essere per questo che in Italia fatica ad essere popolare mentre qui, per la sua performance di stasera, il club si riempie in meno di mezz’ora.

Io vago fra i volti che si sovrappongono in un’unica figura e verifico che il cd masterizzato di fretta prima di uscire di casa sia ancora nella tasca della giacca in cui lo avevo infilato.

La notte in cui ci siamo conosciuti avevo infatti registrato dal vivo il concerto acustico che aveva tenuto in un club chiamato Living Room nel Lower East Manhattan e da allora aspettiamo di scambiarci il master di quel bootleg di persona. Giro per il locale come sospeso fra memorie di viaggi e di posti che cambiano nome dentro la mia testa fino a che tutto si ferma a mezz’aria e lui appare sul palco senza farsi notare. Da solo, chitarra fra le mani e armonica appesa al collo, saluta a suo modo, ricordando Lou Reed. Va avanti così per circa venti minuti prima di essere raggiunto dal resto della band per un concerto di tradizione americana trasmutata in qualcosa di più contemporaneo che sa di lisergico. Le infinite code strumentali danno vita a nuovi colori dentro gli occhi della gente e dentro il quadro che, sul finale del concerto, Joseph dipinge di getto continuando a cantare, mentre le sue mani, stringono i pennelli e si muovono da sole in preda a uno strano richiamo.

Dopo due ore di viaggio le luci infine si riaccendono e il pubblico, così come era arrivato, lentamente scompare sorridendo compiaciuto. Passa ancora mezz’ora però prima che Joseph mi raggiunga. Quando si avvicina ha il volto rilassato di un bambino che è rimasto tutto il giorno nei boschi a giocare con la sua immaginazione e mi abbraccia con forza.

Mi chiede: «Ti è piaciuto il quadro?» ed io faccio di sì con la testa chiedendogli:
«A te è piaciuto il concerto?»

Lui si limita a sorridere con la sicurezza di chi sa di suonare e cantare come se stesse camminando e chiacchierando. Ed è camminando e chiacchierando che infatti ci allontaniamo dallo stage facendo finta di suonare, raccontandoci nuove storie da ricordare e ricominciando a giocare con i colori di questa notte americana, sotto cieli vittoriani.

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Lory Muratti è un artista visionario. Musicista e scrittore, è figlio del mercante d’arte Andrea Muratti e della ballerina Helen Bresson. Dopo aver firmato i suoi lavori nascondendosi per circa un decennio dietro lo pseudonimo “Tibe”, ha di recente svelato la sua identità con il progetto letterario e musicale “Scintilla” edito in Italia da Feltrinelli e Mescal. Con la rubrica “Fumi di Londra” racconta ai lettori di Rockol di incontri musicali, artisti dal mondo, luoghi misteriosi e notti infinite nella città più rock d’Europa, dove è di recente tornato a vivere e lavorare su un suo prossimo progetto internazionale.

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