Concerti: fatturato in calo (in base ai dati Assomusica), anzi no

Cala il giro d’affari degli associati Assomusica, organizzazione nazionale di categoria dei promoter e degli impresari dello spettacolo: poco oltre i 94 milioni di euro il denaro incassato ai botteghini nel 2003, - 7,60 % rispetto all’anno precedente. Ma questo non vuol dire che la musica dal vivo in Italia sia in crisi, anzi. Le cifre di Assomusica (fatturati e biglietti staccati) fotografano solo un pezzo della realtà, conteggiando esclusivamente i dati forniti dagli associati: escludono quindi non solo spettacoli e concerti sovvenzionati da enti pubblici o ad ingresso gratuito, ma anche quelli organizzati dai promoter che non fanno parte dell’associazione. In altre parole, dopo lo “scisma” che l’anno scorso ha portato all’uscita dal gruppo di imprese come Clear Channel, Friends & Partners e Barley Arts (di cui viene ora annunciato il rientro), dal calcolo sono esclusi il Vasco Rossi recordman di San Siro, l’Eros Ramazzotti dei sold out al FilaForum di Assago, gli Springsteen e i Rolling Stones trionfatori dei grandi raduni estivi: Vasco da solo sarebbe bastato a ribaltare la situazione, e comunque la quota di mercato dei dissidenti, lo sottolinea la stessa associazione, è decisamente superiore alla flessione registrata negli incassi.
Questi ultimi, per gli associati, sono diminuiti nonostante i prezzi dei biglietti siano saliti di un altro 12 % (22,36 euro il valore medio): si è infatti registrata nel frattempo una flessione del 17 e mezzo percento nell’affluenza del pubblico (4 milioni e 200 mila spettatori). Segno che il mercato si spartisce ormai tra grandi eventi sempre più affollati e piccoli concerti sempre meno seguiti (con le dovute eccezioni per certi circuiti di locali e certi generi musicali sostenuti da un seguito di fedelissimi)? “Sì, ma solo fino ad un certo punto”, spiega il presidente dell’ente, Roberto Meglioli. “Il caso di Milano (prima città per incassi, 15 milioni e mezzo di euro nel 2003 senza contare i concerti a San Siro), è emblematico: dopo la sfilza dei sette concerti che si sono tenuti allo stadio la capacità di spesa del pubblico locale si è naturalmente andata prosciugando”. Meglioli ha un’opinione precisa anche riguardo all’aumento tendenziale dei prezzi: “Bisogna tener conto che per l’affitto di uno stadio un organizzatore spende in una sera più di una squadra di calcio in un anno, e che da qualche parte questi soldi li deve recuperare. Ma mi sembra anche che qualcuno stia lucrando sul fatto che la musica dal vivo è vissuta in certi casi come un bene insostituibile, ad altissimo valore aggiunto anche emotivo ed affettivo. L’aumento dei prezzi è anche il segnale di una domanda vivace e reattiva: ma prima o poi bisognerà anche pensare a trovare dinamiche di rapporto col pubblico che non siano basate sul solo sfruttamento commerciale di un mercato che tira”.
Il “live” continua a godere di buona salute, dunque (Meglioli stima una crescita globale del 14-15 % nel giro d'affari) a dispetto delle croniche disattenzioni dei politici, di incentivi e di una regolamentazione professionale del settore (attraverso l’ormai leggendaria legge sulla musica) che continuano a mancare. Ma intanto l’Italia dei concerti resta divisa in due, anzi in tre: oltre il 48 % del fatturato si sviluppa al Nord, con il Centro assestato sotto il 35 % e il Sud ancora emarginato al 16,7 %.
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