Guerra delle royalty digitali, Universal chiede la revoca della class action

Guerra delle royalty digitali, Universal chiede la revoca della class action

Il duro confronto tra artisti e case discografiche sul tema delle royalty digitali si arricchisce di un nuovo capitolo dopo la decisione di Universal Music di ricorrere in tribunale per chiedere una cancellazione tout court delle "class action" che la vedono sedere sul banco degli imputati. Mentre le sue principali concorrenti, Sony Music e Warner Music, hanno concordato patteggiamenti extragiudiziali con diversi artisti, dunque, l'azienda leader di mercato insiste sulla linea dura riguardo a una querelle nata nel 2007, quando gli ex produttori di Eminem Mark e Jeff Bass (alias F.B.T. Productions) sollevarono per primi il caso. La loro tesi, poi sostenuta da numerosi altri artisti e produttori, è che agli interpreti spetterebbe il 50 per cento degli incassi invece della classica royalty del 10-15 per cento in quanto si configurerebbe nel caso una licenza ex novo che nulla ha a che vedere con le condizioni contrattuali applicate alla vendita di supporti fisici, Lp e Cd.

Come ricorda Eriq Gardner sull'Hollywood Reporter, da allora alcuni artisti - tra cui Rob Zombie e Otis Williams dei Temptations - hanno rinunciato all'azione in tribunale, ma molti altri, e tra essi Chuck D dei Public Enemy, l'ex Traffic Dave Mason, Andres Titus dei Black Sheep, Ron Tyson degli stessi Temptations, Bo Donaldson (oltre agli eredi di Rick James) hanno insistito nelle loro pretese. Universal ribatte di avere proposto il nuovo modello di distribuzione delle royalty digitali già nel 2002, "in un momento in cui la pirateria ancora devastava l'industria musicale", ritenendo i download da iTunes "equivalenti alla vendita di un prodotto fisico attraverso un nuovo canale di distribuzione" ma evitando di applicare le deduzioni previste dai vecchi contratti per le spese sostenute nel confezionare il prodotto.

Niente licenze ex novo, quindi, secondo l'interpretazione di Universal che contesta il principio secondo lo schema violerebbe le leggi californiane che tutelano la concorrenza (al di là del fatto che alcuni artisti, come lo stesso Chuck D, avevano accettato di assoggettare i loro contratti alle normative vigenti nello stato di New York). Non c'è prova, sostengono i legali della major, che "le discussioni sulle royalty dei download nei primi anni 2000 abbiano avuto una eco nell'opinione pubblica", e ancor meno che "un solo consumatore ne abbia sentito parlare o che le abbia comprese, ne sia stato danneggiato o abbia sentito il bisogno di esserne protetto".

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