Arrivano gli Oi Va Voi, klezmer e club culture per celebrare la biodiversità

Arrivano gli Oi Va Voi, klezmer e club culture per celebrare la biodiversità
Quattro anni in giro tra i palchi d'America e d'Europa, a Mosca e a Glastonbury, fugaci apparizioni in qualche compilation di tendenza (come l'immancabile “Buddha Bar”), e gli Oi Va Voi sono finalmente arrivati a staccare il biglietto dell'album di debutto, “Laughter through tears”. Sono in sei, abitano a Londra, sono tutti di origini ebraiche e nella loro musica mischiano strumenti e melodie della tradizione klezmer (la musica degli ebrei dell'Europa dell'Est) con influenze balcaniche e i ritmi metropolitani della “club culture”. Come Nitin Sawhney, compagno di scuderia all'etichetta Outcaste, e tanti altri musicisti, registi e scrittori inglesi di seconda/terza generazione, discendenti di immigrati e integrati nel nuovo tessuto sociale, incarnano il Regno Unito meticcio e sincretico di questi tempi. “E' vero, ci abbiamo messo un bel po' di tempo ad arrivare al nostro primo disco”, racconta al telefono Sophie Solomon, violinista e fondatrice della band insieme al trombettista Lemez Lovas. “E' una cosa rara, di questi tempi, ma forse anche un modo salutare di procedere. Siamo arrivati in sala, negli studi londinesi della Sony, sapendo bene cosa volevamo e con un gruppo di canzoni che avevano già una lunga vita alle spalle: le abbiamo suonate tante volte dal vivo, sapevamo già quali reazioni suscitano nel pubblico. Lavorarci insieme a Jonathan Quarmby e Kevin Bacon, i produttori, è stata per noi un'esperienza fantastica. Volevamo evitare di mettere tre o quattro pezzi forti contornati da riempitivi, volevamo evitare che chi ascolta il disco usi il telecomando per passare da una traccia all'altra. Abbiamo cercato di confezionare un album ascoltabile dall'inizio alla fine, accorciando le versioni e usando arrangiamenti più compatti rispetto a quelli che proponiamo in concerto. Ora che torniamo a suonare dal vivo (in Italia il 19 febbraio a Milano, il 20 a Roma, il 21 a Firenze e il 23 a Torino), sarà interessante il processo inverso, ridare spazio all'improvvisazione del momento partendo da quello che abbiamo realizzato in studio”.
Ma da dove viene un suono così cosmopolita? “Come uno chef, anche noi siamo sempre alla ricerca di ingredienti nuovi con cui insaporire i nostri piatti”, racconta Sophie. “Una parte di quel che facciamo è frutto di una ricerca musicale. Data la nostra provenienza, ci è venuto naturale andare a cercare in Europa dell'Est le nostre influenze: anche per questo, quando suoniamo in città come Mosca (dove Sophie e Lemez hanno studiato russo), Budapest o Cracovia ci accorgiamo che il pubblico riconosce quel che stiamo facendo, ha familiarità con i ritmi e con le melodie”. Però, c'è dell'altro… “Ogni volta che esci di casa ti imbatti in tipi di musiche differenti, soprattutto se vivi in una città come Londra. Ognuno di noi è venuto a contatto con generi diversi, classica, hip hop, musica indie, pop, dance, dub. Io, per esempio, ho un passato come dj. L'ho fatto per sette anni, mettevo musica reggae, ragga e jungle nei club. Come violinista mi sono ispirata molto a Nigel Kennedy, mi considero molto fortunata di aver potuto suonare insieme a lui quando ero alla ricerca di una mia identità musicale. Più in generale, come band, siamo stati sicuramente influenzati da gente come i Massive Attack o Nitin Sawhney, molto prima di trovarci nella stessa etichetta: credo che la sua sia grande musica britannica dei nostri tempi, un bel melange di dance moderna della miglior specie, suoni esotici e cultura d'immigrazione. Noi abbiamo fatto un percorso simile. Non volevamo suonare rock and roll puro e semplice, jazz o indie music, dovevamo trovare la nostra voce e rompere a nostra volta con le tradizioni”.
Le canzoni di “Laughter through tears” parlano di immigrazione, zingari, rifugiati, oppressione, libertà. C'è un elemento autobiografico? “Qualcosa, sì, anche se il nostro resta un messaggio profondamente positivo. La musica per noi è un modo di celebrare la vita umana, la ricchezza che nasce dai contatti e dagli scambi tra persone e culture diverse. Non dimentichiamo i problemi del mondo, ma non vogliamo neanche trasmettere messaggi troppo politici: il messaggio politico è spesso effimero, non trasmette sentimenti durevoli nel tempo. Ci piace scrivere canzoni che non siano troppo in bianco e nero, e in cui chi ascolta può cercarsi da solo i significati. 'Refugee', il pezzo che apre il disco, può essere letta anche come una semplice canzone d'amore, funziona a diversi livelli di interpretazione”. La canta, come altre tracce del disco, una vocalist scozzese, KT Tunstall: gli Oi Va Voi non hanno un cantante di ruolo. “E' una scelta deliberata, volevamo che fosse la combinazione degli strumenti, violino clarinetto tromba chitarra basso e batteria, a definire chi siamo musicalmente. KT è una cantautrice che avevamo sentito in un club di Londra e ha una voce incredibile: è con noi nel nuovo tour. L'umore e lo stile di altre canzoni ha reso preferibile affidarsi ad altri cantanti (Earl Zinger, la cantante yiddish Majer Bogdanski, la uzbeka Sevara Nazarkhan). E' interessante, ascoltare una canzone in una lingua straniera senza capire le parole: la voce diventa un altro strumento che si aggiunge all'architettura complessiva”.
In questa babilonia di stili e di lingue, gli Oi Va Voi (esclamazione ebraica che equivale al nostro “Oh mio dio!”) hanno chiaro un concetto in testa: non vogliono essere etichettati come un gruppo klezmer. “Da piccola ho imparato qualche canzone yiddish, ma in verità alla musica tradizionale degli ebrei d'Europa ci siamo arrivati quando abbiamo messo su il gruppo. Non vogliamo che si pensi a noi come a un gruppo klezmer perché siamo coscienti e rispettosi di quella tradizione: e siccome facciamo qualcosa di diverso non vogliamo generare confusione né ingannare chi viene ai concerti pensando di ascoltare un gruppo tradizionale. Il fatto che oggi abbiamo deciso di guardare alla musica delle nostre origini è il frutto di una coincidenza fortunata, l'incontro di sei persone con motivazioni e retaggi simili tra loro. Ma forse c'è anche una spiegazione più seria: nella loro condizione di immigrati, i nostri nonni e i nostri genitori dovevano pensare ad assorbire la cultura della nazione ospitante. Pensavano a diventare parte integrante del mondo nuovo con cui venivano a contatto e avevano poca voglia di guardarsi indietro. Noi, che in questo nuovo mondo ci sentiamo a nostro agio, ci permettiamo il lusso di provare di nuovo curiosità verso il nostro passato”.
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