'Tassa sui telefonini': il parere di Claudio Buja (Universal Publishing)

'Tassa sui telefonini': il parere di Claudio Buja (Universal Publishing)

"Tassa" o "equo compenso"? Adeguamento (parziale) dei diritti d'autore alle tariffe in vigore nel resto d'Europa, o ingiustificato incremento del prelievo royalty avversato tanto dai produttori che dai distributori di hardware (per non parlare delle associazioni dei consumatori)? Le polemiche sulla cosiddetta "tassa sui telefonini" non si placano e anzi si riattizzano nel momento in cui l'entrata in vigore del nuovo tariffario auspicato dalla SIAE potrebbe essere imminente: preso tra due fuochi, e costretto a barcamenarsi tra le divisioni che sul tema emergono in Parlamento, il ministro ai Beni Culturali del governo Renzi, Dario Franceschini, ha comunque promesso  un intervento di adeguamento dei parametri in tempi rapidi dopo avere incontrato il 23 aprile scorso tutte le parti interessate (società degli autori, Confindustria Digitale, sindacati e associazioni dei consumatori) e averne ascoltato le rispettive posizioni. Che restano inconciliabili: "La nuova tassa sui telefonini rosicchia il bonus di 80 euro", ha scritto Gian Maria De Francesco sul Giornale, calcolando in 200 milioni di euro la posta in palio ed evidenziando un atteggiamento prevalentemente ostile al provvedimento anche da parte degli organi di informazione. La pensano in maniera diametralmente opposta, ovviamente, i vertici SIAE (il presidente Gino Paoli e il direttore generale Gaetano Blandini, che ripetutamente hanno espresso la loro posizione sull'argomento) ed editori musicali come Claudio Buja, presidente di Universal Music Publishing Ricordi, autore di questo intervento che volentieri pubblichiamo:



Copia privata: tassa, balzello o equo compenso?

Forse qualcuno ancora lo ignora, ma ogni volta che si acquista uno smartphone, un tablet o un computer, una piccolissima quota della spesa (0,90 € per un cellulare, 1,90 € per tablet e pc) viene devoluta a tutti gli aventi diritto sui contenuti audiovisivi a disposizione sul vostro aggeggio “intelligente”, cioè produttori discografici e cinematografici, interpreti esecutori, autori ed editori di musica e di film. Questo prelievo viene definito "compenso per copia privata".

"Se uno smartphone si chiama così è perché ad essere smart sono i suoi contenuti" ha dichiarato, con una frase divenuta ormai famosa, Jean Michel Jarre. E in Francia gli artisti e i letterati, tanto di sinistra quanto di destra, si sono mobilitati per chiedere al governo maggior tutela della proprietà intellettuale. Perché di almeno due cose possiamo essere certi, e cioè che: 1. Avere qualcosa gratis – una canzone, un libro, un film, un frutto, un pasto caldo – fa piacere a chiunque e 2. Quel qualcosa che riusciamo ad avere gratis ha di solito un proprietario, o un creatore: qualcuno che ha lavorato per creare una canzone o una storia, per far crescere una pianta, per preparare qualcosa di buono.

Ora, la stragrande maggioranza dei possessori di smartphone, tablet e pc utilizzano i propri mezzi non solo per telefonare o scrivere e-mail, ma anche per ascoltare e scaricare musica, guardare film, accedere a siti gratuiti come Youtube e poi condividere e inoltrare i link non solo diffondendo ma anche duplicando suoni e immagini. Di conseguenza si è reputato giusto introdurre un piccolo prelievo da ridistribuire fra autori, editori, artisti, produttori e autori cinematografici e altri soggetti all’origine della creazione dell’opera. Oggi si discute sul perché queste categorie richiedano un adeguamento delle tariffe che – seguendo l’esempio di altre nazioni quali Francia e Germania – renda più congruo questo "equo compenso". E su cosa accadrebbe se questo prelievo dovesse aumentare di 4 o 5 euro, pur rimanendo sotto gli standard tedeschi e francesi. Si dice che i produttori di hardware aumenterebbero i prezzi al pubblico. E questo nonostante i prezzi di telefonini e tablet siano in Italia già fra i più alti d’Europa; ma 4 o 5 euro quanto valgono a fronte di oggetti che costano al pubblico tra i 250 e i 700 euro e oltre? Il sacrificio non potrebbe essere legittimamente sopportato dai produttori (Apple, Samsung, Nokia ecc.), da quei giganti dell’elettronica che impongono prezzi e strategie al mercato, e che vantano ricarichi da capogiro su ogni pezzo prodotto e venduto? Non è vero, ad esempio, che Apple ha appena sborsato più di tre miliardi (!) di dollari per acquistare il marchio di cuffie Beats?

Ma ecco il colpo di genio delle lobby dell’hardware: diffondere l’informazione che qualcuno vuole aumentare la "tassa" sull’uso dei contenuti, con la considerazione che tale tassa si concretizzerà necessariamente e inesorabilmente in un aumento del prezzo di telefoni e tablet (quindi, in sostanza, in un’ennesima vessazione del consumatore). Ma quando voi andate a fare la spesa, direste al macellaio che vi vende la carne che il prezzo della bistecca che state acquistando è una "tassa"? O non è semplicemente un prezzo fissato per una transazione commerciale? (e anche gli autori di canzoni, a meno che non siano vegani, devono passare dal macellaio, di tanto in tanto). In realtà c’è chi non vi vuole dire che quei 4 o 5 euro richiesti in più potrebbero venire assorbiti facilmente da chi produce i device, e che per questi produttori si tratterebbe soltanto di rinunciare ad una piccola parte di profitto - senza la necessità di aumentare i prezzi - una piccola parte a favore di chi continua a lavorare alla produzione di quei contenuti musicali o audiovisuali che tutti noi teniamo nel palmo della mano e che riusciamo a raggiungere molto spesso gratuitamente o con una piccola spesa (per downloading o per abbonamenti a servizi di streaming).

Non lasciatevi incantare dalla potenza di queste lobby. Togliere contributi e sostentamento al mondo della creatività, per continuare a foraggiare l’industria tecnologica può essere una posizione rispettabile quanto un’altra. In fondo stiamo solo parlando di interessi contrapposti. Però, per favore, che non ci si nasconda dietro una presunta "tutela del consumatore". Tutti noi conosciamo qualcuno che lavora, o che vorrebbe lavorare, nel mondo della creatività: un giovane artista, un autore di canzoni, un aspirante sceneggiatore o regista che vorrebbe fare, della sua passione, una professione. Sono loro i soggetti che verranno maggiormente penalizzati se per qualche ragione l’adeguamento non dovesse essere approvato e sottoscritto dal ministro Franceschini.

Chi vi dice che l’equo compenso sui telefonini è una tassa iniqua, danneggia non solo l’industria della cultura, ma anche tutti coloro che lavorano a produrre e generare quei contenuti oggi così facilmente accessibili e condivisibili, anche a prezzo di grandi sacrifici. Chi vi racconta che l’aumento dell’equo compenso è una tassa non dovuta avvelena anche voi. Ditegli di smetterla.


Claudio Buja
Presidente
Universal Music Publishing Ricordi

 

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