Joss Stone il fenomeno: 'Non ho studiato, canto come viene'

Joss Stone il fenomeno: 'Non ho studiato, canto come viene'
Joss Stone canta il soul di Aretha, è inglese, bianca, bionda, ha sedici anni, un disco appena uscito (“The soul sessions” il titolo del suo impressionante debutto) e un altro già in testa. Lascia a bocca aperta, quando interpreta le sue cover pescate nei recessi più remoti della musica dell’anima neroamericana (Isley Brothers, Laura Lee, Sugar Billy…) Ma, non bastasse, ha già ambizioni da songwriter. Una sua canzone, “Jet lag”, l’ha già proposta dal vivo nell’affollatissimo mini-concerto milanese (sette pezzi in scaletta, sei da "The soul sessions" che ieri sera, sabato 7 febbraio, è servito a presentarla in carne ed ossa al pubblico italiano. “L’ho scritta secoli fa”, spiega dopo l’assai convincente esibizione, e viene da sorridere pensando alla sua tenerissima età. “Sto già pensando e lavorando al prossimo disco: lì ci saranno soprattutto canzoni mie. Ne ho talmente tante che ho una buona riserva anche per i dischi successivi”.
La ragazza del Devon reagisce serafica, almeno in apparenza, all’interesse montante che la sta circondando (anche in Italia: la casa discografica parla di 15 mila copie di “The soul sessions” in prenotazione) e racconta di non subire, per ora, i contraccolpi della pressione: “Faccio quello che mi piace e mi diverto. Mi spiace non vedere gli amici come prima, e tutto il tempo libero cerco di passarlo con loro, o a dipingere. La scuola? No, quella non mi manca proprio”.
Fioccano le domande a proposito della sua splendida voce, naturalmente: tutto talento naturale, o anche frutto di applicazione e di studio? “No, no, canto spontaneamente, come mi viene. Quello è il suono che emetto naturalmente”. E perché proprio il soul, come genere di elezione? “Mi sono appassionata nel solito modo, ascoltando i dischi, la radio e la TV: ‘The greatest hits’ di Aretha Franklin è il primo disco che ho comprato e tuttora il mio preferito. Ai miei concerti vedo anche ragazzi giovanissimi, segno che questo tipo di musica piace ancora”. La cover dei White Stripes? “E’ stata una scelta del produttore. So comunque che a Jack White è piaciuta”. Artisti preferiti? “Ho gusti vari: Aretha, Otis Redding e James Brown, naturalmente. Ma mi piacciono anche India.Arie, Lauryn Hill e i Black Eyed Peas. E Bob Marley. Magari farò un reggae, nel prossimo disco”.
La giovane Stone, che ha due fratelli e una sorella (“Non musicisti”), vive ancora nel Devon e sul palco si presenta scalza (“Mi fa sentire come se fossi a casa mia”), ha già imparato l’arte della diplomazia (“Britney Spears? Facciamo generi diversi, non canterei le sue cose ma questo non vuol dire che non faccia bene quello che fa”) e quella del compromesso (“Nella scelta e nella scrittura delle canzoni mi affido alle persone che mi stanno intorno. E’ giusto così. E ho la fortuna di avere anche mia mamma, come manager”), ma morde comprensibilmente il freno. Tanto da tornare più volentieri a parlare dell’album prossimo venturo che di quello appena uscito (in Italia, perché in Inghilterra era in commercio dal settembre scorso): “Lì mischierò sicuramente di più i generi. E avrò qualche ospite: Angie Stone al pianoforte, Nile Rodgers alla chitarra. Dovrei fare un tour di due settimane negli Stati Uniti, non vedo l’ora di cantare ancora dal vivo. Anche in Italia, spero”.
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