Musica on-line: i file sharers possono diventare alleati dell'industria?

Il file sharing su Internet è materia che continua a scaldare gli animi, scatenando accuse reciproche, polemiche e dispendiose liti in tribunale tra chi lo pratica e chi vorrebbe impedirlo, quando non è autorizzato dagli aventi diritto: di qui l'emergere, di tanto in tanto, di nuovi ipotetici “modelli di business” e di proposte pacificatorie che possano risultare convenienti per tutti. L'ultima, inventiva se non provocatoria, “soluzione” del problema arriva dalla Distributed Computing Industry Association, un'associazione di categoria del settore informatico: e sostiene che, invece di essere colpevolizzati e citati in giudizio, i consumatori abituati a scambiare musica on-line dovrebbero essere coinvolti nella rete di distribuzione ufficiale della musica digitale, ricevendo addirittura una percentuale sugli introiti delle vendite realizzate dall'industria. Basterebbe convincerli a tramutare gradualmente le loro collezioni di Mp3 non autorizzati in file “protetti”, man mano che le etichette discografiche mettono a disposizione i loro repertori digitali a prezzi accessibili (tra i 40 e gli 80 centesimi a pezzo, suggerisce la DCIA). “Ogni volta che una nuova tecnologia viene abbracciata dall'industria e questa trova il modo di sfruttarla a suo vantaggio, si verifica una crescita accelerata” sostiene Marty Lafferty, capo dell'organizzazione, che pronostica un incremento potenziale delle vendite del 10 % per i prossimi quattro anni, rievocando cosa è successo quando l'industria cinematografica ha deciso di sfruttare la disponibilità dei videoregistratori buttandosi sul mercato dell'home video. Non solo: la disponibilità di software facili da usare permetterebbe anche agli artisti senza contratto di distribuire più facilmente la loro musica su Internet.
I file sharers che diventano in qualche modo agenti di vendita per conto dell'industria, facendo apostolato tra gli altri utenti della rete. Idea originale e stuzzicante, ma anche di difficile realizzazione, replicano gli esperti: il problema è convincere e mettere d'accordo, oltre a consumatori e case discografiche, i service provider e i gestori dei programmi peer to peer come KaZaA. I discografici non commentano; e Adam Eisgrau, direttore esecutivo di un'organizzazione concorrente, P2P United, suggerisce di prendere con le molle la proposta: dietro di essa si potrebbero nascondere gli interessi commerciali di Brilliant Digital Entertainment, una società che sviluppa programmi di protezione dei copyright e che è associata alla DCIA. Ognuno, insomma, tira l'acqua al suo mulino.
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