Arto Lindsay: 'Amo le sfide e il pop, per me la musica è una sola'

Arto Lindsay: 'Amo le sfide e il pop, per me la musica è una sola'

Non bastava una normale antologia: ci voleva almeno una piccola "enciclopedia" in due volumi, per raccontare l'avventurosa storia musicale di Arto Lindsay. Un sessantenne originario della Virginia cresciuto in Brasile a seguito dei genitori missionari ed esploso artisticamente a New York a fine anni Settanta, un giramondo multilingue (dopo assidue frequentazioni del nostro Paese parla bene anche l'italiano), un rumorista avant garde innamorato della raffinata e complessa musicalità della bossa nova, armato di una voce carezzevole e di una chitarra elettrica capace di sfondare il muro del suono. Il doppio cd che esce da noi il 27 maggio su etichetta Ponderosa Music&Art e che anticipa cinque concerti a luglio (il primo, a La Spezia, in solitaria; gli altri, a Monforte, Modigliana, Milano e Roma, con la band e la partecipazione straordinaria di Marc Ribot), si intitola proprio così, "Encyclopedia of Arto": "con un filo di ironia e una dose di voluta pretenziosità", spiega l'autore a proposito del progetto discografico che interrompe i dieci anni di silenzio trascorsi dall'ultimo "Salt". Troppe altre cose da fare, mr. Lindsay? "Sì, ci sono tanti motivi per questa sospensione. Ho lavorato molto per il mondo dell'arte e del multimedia allestendo performance un po' in tutto il mondo, alla Biennale di Venezia come a Parigi e a New York. E ho suonato spesso dal vivo, da solo. Avevo in archivio delle buone registrazioni, e così quando Titti Santini di Ponderosa Arts & Management mi ha chiesto di pubblicare questa antologia ho suggerito di includere a complemento anche un disco live".

L'album di studio, invece, inizia con due selezioni da "O corpo sutil/The subtle body": anno di grazia 1996, e oggi quel mix di tropicalismo brasiliano e di suggestioni pop, di acustica ed elettronica, appare come un punto di svolta definitivo di un viaggio musicale pieno di sorprese. "Già prima di allora, con gli Ambitious Lovers, avevamo provato a mischiare gli stessi ingredienti, ma erano altri tempi e lo stile era diverso", ricorda Arto. "Ryuichi Sakamoto aveva un contratto discografico in Giappone e voleva che registrassi un disco per lui. Desiderava un album in stile bossa nova, ma per me era impossibile farlo e gli proposi in cambio un disco di ballate. In contemporanea pubblicai anche un disco intitolato 'Aggregates', in trio con Melvin Gibbs e Dougie Bown. Oggi, a pensarci bene, ho fatto più o meno la stessa cosa, un disco pop e un altro che pop non è per niente". Perché no a un disco di bossa nova, la musica che Lindsay ascoltava da ragazzo in Brasile e che avrebbe approfondito in seguito collaborando con grandi musicisti locali? "Mi sentivo troppo in soggezione, e ancora oggi se ci provassi farei un brutto disco. Come il be bop, la bossa è un genere musicale che richiede molta tecnica e io non possiedo le abilità necessarie. La cosa più difficile, nel canto, è respirare nel modo corretto: come si sa, grazie alla sua lunga pratica dello yoga João Gilberto è un maestro nel controllo del respiro. Perché imitare i grandi, quando sai di non poterli avvicinare?"

Le tappe successive documentate dalla "Encyclopedia" sembrano tante variazioni sul tema.... "A spingermi", spiega Lindsay, "non sono mai stati obiettivi o ambizioni particolari quanto i miei interessi. Registrare un disco è un po' come scrivere un libro: vai dove ti porta la storia. In alcuni casi io e i miei collaboratori abbiamo voluto esplorare le tendenze della musica elettronica, altre volte abbiamo lavorato sulla dinamica e sul contrasto tra suoni analogici e digitali, e già ai tempi degli Ambitious Lovers eravamo alla ricerca di un modo di sposare in modo naturale ritmi suonati e sequenze programmate. A volte, a ispirarci nella direzione da prendere sono elementi estranei alla musica; un libro, per esempio. Uso il plurale, quando parlo dei miei dischi, perché non li ho mai realizzati da solo".

La lista dei collaboratori, in effetti, è impressionante: Sakamoto, il mentore Brian Eno, Nanà Vasconcelos, Vinicius Cantuària...nomi che spesso ritornano, nei suoi dischi. "Sì, nel corso del tempo ho cercato di sviluppare rapporti duraturi: una via di mezzo tra una band stabile e un gruppo di collaboratori occasionali. Con musicisti come il bassista Melvin Gibbs lavoro da tanto tempo, insieme abbiamo prodotto molte cose. Il fonico Patrick Dillon è stato altrettanto importante per me, e anzi sono convinto che i tecnici del suono non ricevano mai abbastanza credito per quello che fanno. So di essere controcorrente, ma io li ritengo importanti quanto i cantanti: in fondo sono loro a realizzare concretamente un disco, a crearne il suono. Mi viene in mente Bruce Swedien, che ha lavorato a tutti i dischi di Michael Jackson e con cui ho avuto modo brevemente di collaborare. E' un lungo elenco, quello dei fonici che hanno avuto un ruolo cruciale nella realizzazione di dischi storici". E l'elettronica? Perché ne è così affascinato, Arto? "Mi piace", racconta, "perché ti permette di sviluppare un'energia che con la musica acustica non sarebbe possibile riprodurre. E' una possibilità in più, ci sono cose che si possono programmare ma non suonare: puoi immaginare qualcosa e farlo realizzare da una macchina. In fin dei conti sequencer, campionatori e computer che utilizzano un software e lavorano su algoritmi sono strumenti come un un violino, una batteria o un flauto. Non vedo distinzioni, tra musica organica ed elettronica".

Il disco dal vivo accluso alla "Encyclopedia of Arto", registrato tra Brookly e Berlino (presso il celebre club techno Berghain) racconta tutta un'altra storia: tanto la musica da studio di Lindsay è soffice e insinuante, tanto le sue esibizioni in solitaria sono aggressive, dissonanti, spiazzanti. Usando la chitarra elettrica in funzione percussiva anziché armonica e melodica, Arto sembra voler tornare alle radici noise e no wave dei tempi dei DNA e della leggendaria compilation "No New York" assemblata da Brian Eno. "Quello è il mio stile chitarristico, un approccio che credo contenga comunque diverse sfumature. E' un po' una continuazione del discorso intrapreso con i DNA, è vero. Allora eravamo molto giovani, avevamo un pubblico ristretto ma eravamo anche dei privilegiati perché quella gente prestava molta attenzione a quel che succedeva sulla scena newyorkese. Eravamo concentrati sulla musica, e molto naif rispetto al music business. Cercavamo di fare qualcosa di nuovo ed eccitante, non di distruggere tutto quel che era successo prima come si usava all'epoca. Anche se molti ci ritenevano bizzarri o nichilisti, noi stavamo solo cercando di fare passi avanti. La stampa reagì in modo contrastante, e con il pubblico all'inizio fu dura. Qualcuno prese la nostra musica quasi come un insulto, ma poi riuscimmo a trovare un nostro spazio". C'è qualche somiglianza, tra quella New York e quella di oggi? "Mi sono trasferito in Brasile nel 2004 e oggi vivo a Rio. Viaggio molto, ma le mie destinazioni principali sono l'Europa e il Giappone. A New York non torno spessissimo, ma certamente oggi mi appare molto diversa da quella di allora. E' un mondo diverso, non esiste più una scena underground. Allora vivevamo tutti a Manhattan, a stretto contatto: artisti, banchieri, star del cinema e tossicodipendenti. Mentre oggi a la gente non può più permettersi di vivere lì e New York si è sparpagliata quasi quanto Londra. E' interessante, l'ossessione occidentale al cambiamento, e New York ne resta un simbolo potente in tutto il mondo. E' una città intrigante, difficile, sempre orientata al denaro". E il Brasile? "Dal punto di vista musicale resta un posto interessantissimo dove continuano a succedere cose degne di nota. Lì la tradizione è forte quanto in certe regioni d'Italia, è una materia viva e parte integrante della vita quotidiana delle persone. Non parlo della musica che si ascolta alla radio, ma di quella che si suona in famiglia in occasione delle feste o di eventi particolari. Allo stesso tempo abbiamo una florida scena elettronica, un'avanguardia vivace e un buon numero di rock star".

Torniamo ai suoi one-man show... "Di sicuro starsene da soli con una chitarra davanti al pubblico è una sfida, e questo è uno dei motivi per cui la cosa continua a interessarmi. Bisogna cercare di non stonare, di tenere desta l'attenzione. Normalmente la reazione del pubblico è buona e mi piace la libertà di cui si gode a esibirsi da soli: posso muovermi in spazi che altrimenti non potrei raggiungere. Ora però ho di nuovo voglia di un gruppo e di rimettermi a suonare canzoni pop". Brani la cui radice profonda risale sempre alla musica nera, come testimoniano (anche in questo live) le cover di Prince e Al Green già proposte in "Mundo civilizado". " "Sono americano, sono cresciuto in Brasile e quindi non faccio distinzione tra musica bianca e nera. Adoro Prince e Al Green, il loro erotismo e la loro spiritualità. E anche Sly Stone, un giorno o l'altro mi piacerebbe fare un album di sue canzoni". Non sarà quello però il contenuto del suo prossimo disco, che Lindsay spera di pubblicare l'anno prossimo. "Credo che comincerò a lavorarci presto, ho molte idee in testa ma davvero non so che direzione potrà prendere". La crisi del mercato discografico, peraltro, non lo spaventa. "Ho sempre ricavato i miei guadagni dalle produzioni, non dalle vendite dei dischi. In America i concerti hanno sempre beneficiato di grandi aiuti governativi, ma ora anche questi stanno svanendo e bisogna poter contare sulle sponsorizzazioni. Oggi società come Google, Apple o Facebook si muovono su Internet come sul tavolo del Monopoli. E' una situazione che non sembra dare spazio a molte speranze, ma io non sono pessimista. Credo che supereremo questo brutto momento e che troveremo il modo di aggirare il problema. Mi aspetto che dalla rete, un giorno, nasca una nuova cultura alternativa".

(Alfredo Marziano)

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