Festival, 10 anni di Mi Ami: 'Ogni volta come la prima. E dal 2015 si cambia...'

Festival, 10 anni di Mi Ami: 'Ogni volta come la prima. E dal 2015 si cambia...'

Sembra ieri, si dice di solito in occasioni come queste. "Già", riflette Stefano "Fiz" Bottura, con lo staff di Rockit dal 2005 al timone del Mi Ami, festival nato come "riserva" per band italiane indipendenti oggi diventato un classico dell'estate milanese e non solo: "E la cosa più bella è che nessuno di noi pensava potesse durare così a lungo. Non tanto il festival in sé, ma l'entusiasmo nell'assemblarlo. Perché tutto è iniziato come una sfida, una scommessa fatta con l'inconscienza di ragazzi - noi - che hanno anche girato l'Europa ma alla fine sono nati in provincia, e che nel mettere insieme questo festival sono animati dallo spirito della festa di paese. Dopo qualche anno pensavamo potesse diventare una routine, e - da parte nostra - venire meno questo slancio iniziale. Invece eccoci qua, dieci anni dopo, con lo stesso entusiasmo della prima volta".

In nove edizioni la "festa di paese" è lievitata - "20mila presenze in tre giorni: numeri che non sfigurano anche a livello internazionale" - e ha tenuto botta nonostante la crisi: "Anche se di errori ne abbiamo fatti, e parecchi", ricorda Fiz, "Come quella volta, nel 2006, quando chiudemmo un accordo coi Baustelle immediatamente dopo il botto di 'La malavita'. Il loro nome finì sulle locandine e nelle pubblicità sui giornali. Prima del festival cambiarono agenzia di booking e furono costretti a ritoccare al rialzo il loro cachet. Noi ne facemmo una questione di principio e rinunciammo, ma col senno di poi la cifra chiesta a mo' di integrazione era più che sostenibile". E ci furono anche contestazioni, da una certa parte del pubblico, come quando - lo scorso anno - venne chiamata Patty Pravo, figura più istituzionale rispetto a quelle legate all'ambito indipendente di casa sul palco del Mi Ami: "Ma quello è un equivoco di fondo con il quale abbiamo fatto i conti fin dall'inizio, tanto che sin dalla seconda edizione cambiammo il claim del festival da 'musica indipendente a Milano' a 'musica importante a Milano'. Il Mi Ami è nato come una scommessa, con un format mai tentato prima, cioé quello di imbastire un festival con solo gruppi italiani. Questo dà la misura dell'importanza che assegnamo noi alla musica. E la scommessa l'abbiamo vinta nel momento in cui siamo riusciti a far considerare cool la musica italiana, di qualsiasi tipo. Poi essere indipendenti non è sinonimo di qualità: ci sono un sacco di gruppi che apprezziamo che escono per una major, come gli stessi Baustelle. O Emis Killa, che nel 2011 ha suonato da noi...".

E sui palchi da nove edizioni ospitati dal Circolo Magnolia di Segrate, nell'hinterland est di Milano, di promesse poi mantenute ne sono passate parecchie: "I Cani, per dire, tennero da noi il loro primo concerto in assoluto. Poi come non ricordare i concerti di quello che adesso i quotidiani nazionali chiamano 'il nuovo Vasco', cioé Brondi (titolare del progetto Le Luci della Centrale Elettrica, ndr), sul palco 'La Collinetta' (il second stage, ndr), davanti a qualche decina di persone...". Poi c'è chi dal Mi Ami è partito davvero per conquistare il mondo, come Sir Bob Cornelius Rifo, che al festival passò (nel 2008) quando come Bloody Beetroots già era sorvegliato speciale dai clubber di tutto il mondo, ma prima di fare ritorno in patria come big - al festival di Sanremo: "E lui ci è stato riconoscente, concedendoci - lo scorso anno - di mandare in anteprima esclusiva, durante un cambio palco, 'Out of sight', il suo singolo con Paul McCartney. Peccato che non tutti i gruppi passati prima del successo poi siano stati riconoscenti come lui...".

Eppure è stata proprio la fiducia dei gruppi la scintilla capace di innescare il tutto: "Non ringrazieremo mai abbastanza i Tre Allegri Ragazzi Morti e, più in generale, tutte le band che presero parte alla prima edizione (l'unica tenutasi non al Magnolia, ma nello spazio dell'ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, sempre a Milano, ndr): Davide Toffolo e soci, pur essendo headliner e unico nome forte in cartellone, con alle spalle una carriera già consolidata, accettarono di suonare praticamente gratis, percependo solo un rimborso spese. Grazie al loro richiamo l'edizione fu un successo, e dall'anno successivo riuscimmo a pagare regolarmente il cachet a tutti. Loro furono i primi a credere in noi, e per questo ci fa immenso piacere, dieci anno dopo, tornare ad averli sul palco".

Inevitabile, dopo un decennio, iniziare a pensare al futuro: "Questo sarà l'ultimo Mi Ami così come l'abbiamo conosciuto", taglia corto Fiz, "La cifra tonda rappresenta per noi la chiusura di un ciclo, quindi ci sembra giusto lasciarci i passato alla spalle per crescere. Come? Ancora non lo sappiamo di preciso, ma questo importante capitolo si chiuderà all'inizio del prossimo giugno". Possibile il trasferimento da Milano ad altre città, o l'esportazione del format fuori dal capoluogo lombardo? "Ci provammo anche, qualche anno fa, quando organizzammo 'Il sorpasso', sorta di festival 'gemello' a Roma. Non andò altrettanto bene, perché il punto di forza del Mi Ami è sempre stato il forte radicamente sul territorio: è una manifestazione nata a Milano perché tutti noi ci siamo incontrati qui, perché abbiamo conosciuto i gruppi nei locali di Milano e perché conoscevamo - e conosciamo - bene la realtà nella quale ci muoviamo. E poi, inutile negarlo, Milano fa parte del brand, che ormai è irrinunciabile". E incedibile: "E non solo per motivi affettivi. Per fare il Mi Ami ci è sempre voluto, e ci vuole ancora, grande coraggio. Affrontiamo rischi d'impresa enormi che, sono fermamente convinto, un promoter istituzionale non si sentirebbe di affrontare".

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