Peter Gabriel, la recensione di 'Back to front - Live in London'

Peter Gabriel, la recensione di 'Back to front - Live in London'

Tra il concerto di Milano del 7 ottobre 2013 e quelli annunciati per il novembre 2014 a Torino e Bologna, "Back to front: Live in London" - il film concerto sull'ultimo tour di Peter Gabriel in programmazione nelle sale cinematografiche italiane tra il 5 e il 7 maggio - è l'intermezzo che ci voleva.

Serve a titillare i ricordi e a stuzzicare l'appetito, grazie anche alla precisione iperrealista e alla profondità di dettaglio garantita da una tecnologia come sempre (nel caso di Gabriel) allo stato dell'arte, il video 4K in Ultra HD sviluppato da Sony accanto all'ormai consolidato suono surround 5.1. Nelle due ore circa di film il regista Hamish Hamilton (già alla direzione di "Growing Up: Live" e "Still Growing Up: Live And Unwrapped") mantiene uno stile asciutto senza abbandonarsi a virtuosismi, e Gabriel stesso sembra finalmente avere prestato orecchio alle numerose critiche dei fan che tante volte in passato lo hanno accusato di correggere e "truccare" con troppi artifici in postproduzione la voce e le performance dal vivo: stavolta tutto suona e appare più fluido e naturale, anche se qua e là - ad esempio quando il microfono sembra arrivare con un pizzico di ritardo alla bocca di Tony Levin in "In your eyes" - qualche sospetto di "playback" rimane. .

Con qualche taglio alla scaletta dei due concerti londinesi del 21 e 22 ottobre 2013 alla O2 Arena, il film non calca la mano sugli aspetti celebrativi insistendo giustamente sull'intimità della performance (a dispetto della messa in scena in un'arena capace quasi ventimila persone) e sui primi piani dei musicisti: le occhiate d'intesa, i sorrisi complici, i cenni del capo che, come spiega il batterista Manu Katché, sono da sempre il linguaggio comune e il modus operandi di una band che oggi - aggiunge il chitarrista David Rhodes - appare più rilassata e predisposta al divertimento di quanto sia mai stata in passato. Abbondano, così, gli sguardi intensi e ravvicinati al frontman impegnato al microfono e al pianoforte, le soggettive trascinanti sul gioco di piatti e di tamburi di Katché, le inquadrature suggestive sulle chitarre e sui fantascientifici "funk fingers" di Tony Levin, bastoncini che indossati sull'indice e il medio della mano destra gli consentono di percuotere ritmicamente il basso elettrico con forza inusitata facendolo apparire come un personaggio creato dalla fantasia di Tim Burton.

Non è chiarissima, nel resoconto filmato di Hamilton, la suddivisione del concerto in tre parti (l' "antipasto" acustico, "il piatto principale" elettrico e "il dessert" costituito dalla riproposizione integrale dell'album "So"), ma a schermo pieno e in alta fedeltà audio e video è bello assaporare in dettaglio i pochi ma studiati effetti scenici dello show e i suoi momenti più coinvolgenti: l'inizio a luci accese, i girotondi festosi tra fasci di luce di "Secret world", la scenografia tutta lapilli e rosso fuoco di "Red rain". Appesantito e invecchiato (e sono persino un po' impietosi i confronti con le vecchie immagini dai tour "This way up!", "Secret world" e "Growing up" che infarciscono in modo anche esagerato il montaggio di "Solsbury hill" e "Sledgehammer"), Gabriel conserva il carisma di un performer che, spiega lui stesso, ama indossare maschere non per nascondersi ma per rivelare un altro lato di se stesso, contrapposto a quello "estremamente noioso" della sua vita di tutti i giorni. Gli bastano pochi gesti e posture essenziali per calamitare l'attenzione: sgusciando all'assalto dei bracci luminosi che lo inseguono in "No self control", sdraiandosi sul pavimento in posizione quasi fetale per una meravigliosa "Mercy street" (la sequenza più emozionante del film, grazie anche ai close-up impeccabili di Hamilton sul suo volto e sui riflettori che lo illuminano), facendosi ingoiare in posa ieratica dalla torre rotante di "The tower that ate people" ripresa efficacemente dall'alto (quasi una citazione, ammette Gabriel, delle vecchie scenografie dei Genesis bonariamente prese in giro dal film culto The Spinal Tap). Il film restituisce particolari che assistendo in sala al concerto era facile perdere: la valigia in mano a Peter e l'espressione dolente della cantante Jennie Abrahamson in "Don't give up", oppure i movimenti sul palco dei cameramen trasformati in un piccolo drappello di automi meccanici e senza volto in "We do what we're told", momento altamente teatrale e drammatico contrapposto agli sfoghi catartici e liberatori di "Solsbury hill", "Sledgehammer" e "In your eyes" (ospite il cantante mauritano Daby Touré), prima della toccante chiusura di "Biko" con i musicisti che abbandonano il palco uno a uno per lasciarlo ai tamburi di Katché e al canto a pugno alzato del pubblico.

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Missione compiuta, "Back to front" restituisce bene l'atmosfera del concerto.

Difetti? Personalmente non amo il vezzo di "sporcare" e inframezzare le canzoni con le interviste ai musicisti (da cui, peraltro, emergono pochi spunti interessanti), né quello di sacrificare parte della scaletta alle esigenze di montaggio e durata. Dalle set list di Londra mancano l'introduzione di "The feeling begins", "Come talk to me", "The family and the fishing net", "That voice again", "Big time" e "This is the picture" (e dunque anche una parte di "So", la cui riproposizione resta monca): rientreranno sicuramente come "bonus" nelle molteplici edizioni Blu-ray/Dvd e Cd attese sul mercato per fine giugno, assieme alle riprese effettuate dal pubblico su richiesta dello staff. Ma in fondo si tratta di un film, non di un concerto. E per una full immersion nel "real world" di Peter Gabriel basta aspettare qualche mese. .



(Alfredo Marziano)
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