NEWS   |   Industria / 16/04/2014

Enrico Ruggeri: 'Sui diritti digitali noi artisti faremo sentire la nostra voce'

Enrico Ruggeri: 'Sui diritti digitali noi artisti faremo sentire la nostra voce'

Negli Stati Uniti e in Inghilterra il dibattito sulla equa ripartizione dei diritti digitali si è scaldato da mesi, se non da anni: attraverso cause giudiziarie, articoli (come quello pubblicato di recente da David Byrne), dichiarazioni polemiche alla stampa e interventi di enti di rappresentanza (come la Arist Coalition britannica) presso le istituzioni, gli artisti chiedono ripetutamente ai servizi di streaming e alle case discografiche remunerazioni adeguate a garantirne la sussistenza e ad assicurare un futuro ai talenti emergenti. In Italia a lanciare il sasso è ora Enrico Ruggeri, che nel corso di un'intervista radiofonica rilasciata a "Password", programma di RTL 102.5, ha invocato una "regolamentazione del settore", annunciando di essere impegnato insieme alcuni colleghi -  come Vasco Rossi, Gigi D'Alessio e i Pooh - in un'iniziativa che consenta agli artisti di reimpossessarsi dei "meccanismi della musica".

"Per il momento ci stiamo parlando, e il discorso coinvolge in primo luogo gli artisti titolari di una propria etichetta", spiega il cantautore milanese a Rockol. "Il primo problema che abbiamo verificato è la carenza di informazione e di trasparenza: ancora oggi, molti nostri colleghi non sono a conoscenza dei loro diritti. Non si tratta di proteggere il proprio orticello, che in alcuni casi è anche molto rigoglioso, ma di rendersi conto che la disponibilità di denaro significa circolazione delle idee e investimenti, soprattutto sui giovani. Sulla mia scrivania ho un sacco di cd e di file di ragazzi che meriterebbero di essere prodotti. Io lo farei volentieri, se potessi, e credo che come me molti altri artisti avrebbero voglia di fare altrettanto. Il caso di Lucio Dalla insegna: il dare e avere è sempre salutare, si offre la propria esperienza e in cambio si ricevono nuova linfa vitale e nuovi stimoli artistici. Oggi la musica circola in libertà ed è il momento delle grandi piattaforme di streaming che guadagnano milioni di dollari mettendo tutta la musica del mondo a disposizione del pubblico degli appassionati".

Anche se poi Spotify, Deezer e tutti gli altri rivendicano di essere ancora lontani dall'obiettivo di produrre profitto proprio a causa del costo delle licenze e delle royalty versate alle case discografiche..."Che cedono i diritti sui loro cataloghi a blocchi di 100 mila canzoni alla volta. Non è l'artista a trattare singolarmente la sua licenza, e dunque restano dubbi e assolutamente impari i criteri di ripartizione. In questo momento se qualcuno ci guadagna sono proprio le grandi case discografiche, non certo gli artisti che spesso non sono proprietari del loro catalogo e sono vincolati da contratti che all'etichetta riservano tutti i diritti di sfruttamento resi possibili dalle nuove tecnologie. Noi non vogliamo contrapporci alle major, ma chiediamo chiarimenti. Vogliamo capire come vengono e verranno ripartiti questi utili; se è il caso di vendere a blocchi o piuttosto di instaurare rapporti singoli, diretti, tra le etichette controllate dagli artisti e le piattaforme. E' un tema complesso e molto fluido: al momento vale tutto e il suo contrario".

Hanno dunque ragione gli artisti che all'estero si battono per una ripartizione 50/50 dei diritti digitali, mentre le case discografiche tendono a difendere il modello tradizionale che riconosce loro la classica royalty del 10, 15 o 20 per cento? "E' giusto, una volta si lasciava alla casa discografica il 90 per cento dell'incasso perché a lei toccava l'onere di stampare i dischi, stoccarli in magazzino, occuparsi della distribuzione nei negozi, gestire i resi, fare promozione: una serie di costi che oggi non esistono più, dal momento che la diffusione della musica attraverso la rete ha permesso di abbatterli. Ne hanno fatto le spese, però, anche tanti posti di lavoro, che noi ora vorremmo contribuire a ricreare. La rivoluzione digitale, non dimentichiamolo, è costata la sussistenza a centinaia di migliaia di famiglie. Non è stata un travaso indolore. Come sappiamo, oggi la musica viene consumata anche più di prima: io da ragazzo ascoltavo venti canzoni al giorno, ma oggi la media è salita a duecento. La fruizione è cresciuta, si tratta di metterla in qualche modo a frutto".

Sì, ma in che modo? "Gli artisti debbono prendere coscienza della situazione. E dal momento che molti di noi, oggi, si gestiscono da sé attraverso una propria etichetta e un team di persone che li seguono personalmente, sarebbe giusto poter entrare nelle associazioni di categoria che finora sono state appannaggio dei discografici, come l'AFI o la FIMI, in qualità di titolari dei propri marchi e dei propri cataloghi e far sentire la propria voce: nell'interesse di tutti, ci auguriamo che possa succedere al più presto. In qualche modo il ruolo dell'artista è cambiato: non siamo più i burattini che venivano portati in giro a fare concerti e apparizioni tv seguendo le decisioni altrui". In Inghilterra esiste una Artist Coalition, cui aderiscono gruppi come Pink Floyd e Radiohead..."Il fatto è che all'estero gli artisti non si vergognano a parlare di soldi. Mentre se da noi qualcuno osa farlo i giornalisti lo accusano subito di avidità. Ma non è quello il punto, ripeto: l'obiettivo della nostra battaglia non è permettere agli artisti di successo di guadagnare ancora di più, ma consentire ai talenti emergenti di poter vivere con tranquillità e di beneficiare degli investimenti necessari. Il grande equivoco, alimentato da molta parte della stampa, è che ogni tanto le pop star si mettono a pestare i piedi perché vogliono diventare ancora più ricchi. Qui invece ci sono in ballo il futuro dei giovani, e dei posti di lavoro".

Il fatto di avere alla presidenza della SIAE un artista come Gino Paoli aiuta? "Sicuramente sì, per noi è stato un grande passo avanti. Anche se in passato ci sono stati altri presidenti SIAE di grande intelligenza e di grande prestigio, avere di fronte uno come Paoli dà una consapevolezza diversa all'interlocutore, si tratti di un ministro o di un altro rappresentante delle istituzioni: ci si rende conto di parlare di musica e di cultura, non solo di industria. La politica, lo sappiamo, non è mai stata molto sensibile nei confronti della cultura: tanto più quando anch'essa vive nell'equivoco di dialogare con un gruppo di privilegiati. I nostri politici non sono tra i più intuitivi del mondo, ma nel momento in cui capiranno che difendere la cultura di un Paese significa difendere il Paese stesso, avremo fatto un altro passo avanti".

Si fa sempre l'esempio della Francia, come modello illuminato da seguire: ma nonostante gli interventi a sostegno del settore e le quote a protezione della musica nazionale in radio non è che i loro dati di mercato, oggi, siano migliori dei nostri. La crisi ha colpito tutti, alla cieca...."Può darsi, ma riparliamone fra qualche anno e in prospettiva storica. Per cominciare, i francesi stanno esportando musica molto più di noi. Hanno sempre programmato bene e sono proverbialmente capaci di difendere la loro cultura. Chiunque, anche un punkabbestia, si offende in Francia se gli pargli male di Aznavour... E vorrei vedere se da loro un ragazzo che guadagna 100 euro a spettacolo è soggetto alla tassazione e alla burocrazia che da noi sta uccidendo la musica dal vivo a livello di base. Una delle proposte più ovvie sarebbe quella di introdurre anche da noi delle agevolazioni per chi suona in locali a bassa capienza. E' giusto tassare i grandi eventi ma non è giusto che il ragazzino che guadagna 100 euro ne debba versare 25 all'Enpals. Altrimenti si impedisce al Vasco Rossi di domani di farsi la sua palestra nei concertini, e lo si obbliga a pagarsi un commercialista per poter suonare dal vivo".

E la pirateria digitale? E' sulla bocca di tutti, ma Ruggeri stranamente non ne parla. "E' come andare contro un muro di gomma", risponde. "Due anni fa, insieme ad altri colleghi, ho fatto uno spot antipirateria che in rete è stato spernacchiato senza pietà. Siamo stati accusati di atteggiamento liberticida e ho capito che non c'è niente da fare, è come cercare di rimettere il dentifricio nel tubetto. E' una battaglia persa dall'inizio: ma devo dire che tra tutti quelli che mi hanno aggredito in rete qualcuno mi ha stimolato alla riflessione, invitando me e i miei colleghi a cercare di trovare un modo per trarre un utile da una situazione di cui le grandi piattaforme e le case discografiche si stanno avvantaggiando, invece di continuare a piangerci addosso. E' questo che dobbiamo fare, far sentire la nostra presenza all'interno del sistema".

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