Davide Van De Sfroos, 'Goga e Magoga': 'L'album più duro, e più pieno d'amore'

Davide Van De Sfroos, 'Goga e Magoga': 'L'album più duro, e più pieno d'amore'

Non è stata una boutade data in pasto alla platea per scaldare il pubblico - di giornalisti, intervenuti oggi a Eataly, a Milano, per la presentazione del suo nuovo album - quel "non potete chiedermi di tritare il ghiaccio col buco del culo" nel suo inconfondibile laghée, nel momento in cui tutti si aspettavamo una descrizione sintetica di "Goga e Magoga", la sua fatica in studio più recente, in uscita domani, 15 aprile. Davide Van De Sfroos, solitamente esuberante, afferra il coraggio a due mani, vince il pudore e parla non solo di "uno sforzo letterario e musicale, ma umano e personale". "Perché il CD che avete in mano è il frutto di diversi anni di vagabondaggio in luoghi dello spirito e della mente, come la depressione, che nessuno dovrebbe mai visitare", chiarisce lui: "E' un viaggio durante il quale ho rischiato di farmi male, ma che - me l'ero imposto fin dall'inizio - mi avrebbe visto portare a casa tutto, che fossero cocci di inferno o di paradiso non sarebbe stato importante".

Nasce così un disco che "doveva essere un doppio, poi però, grazie alla moderna tecnologia, sia riusciti a comprimere tutto in una sola uscita": "Un disco bipolare, un po' come i disturbi che mi porto dietro da una vita: otto canzoni dure, rock, e altrettante acustiche, dolcissime. Ma ho dovuto essere spietato, in primis con me stesso, fino quasi a farmi male, come in 'Figlio di ieri'. Perché sia chiaro, questo è un disco rock, non folk, come quelli vecchi. E' il disco più duro della mia carriera, e allo stesso tempo è quello più pieno d'amore. E' un mio diario, e non mi aspetto che vi arrivi facilmente".

Tanto rock, si diceva, perché Davide prima di entrare in studio per registrare l'album ha dovuto chiedere "al Davide del passato, quello che ascoltava i dischi dei suoi amici più grandi. Sentirete con le vostre orecchie l'omaggio ai Jethro Tull in 'Mad Max' (ogni riferimento al blockbuster di George Miller, con Mel Gibson, non è affatto casuale), o le atmosfere vagamente pinkfloydiane di 'Colle nero' e 'Infermiera'. E poi c'è anche l'inserimento, come voc (quasi) sempre affiancata alla mia, di Leslie Armandini: lei, che viene dal soul, è stata capace di trovare il passo giusto, con me. Facendo le debite proporzioni, un po' come è successo a Alison Krauss quando ha registrato 'Rasing sand' con Robert Plant, un disco che - ancora oggi - mi fa impazzire".

Un disco difficile e sperimentale, insomma: non esattamente il manifesto di un artista desideroso di rivolgersi al pubblico generalista: "Ma sarei stato male se non l'avessi fatto così", risponde lui a chi gli fa notare come canzoni da oltre sei minuti non siano esattamente il sinonimo di radio friendly per i programmatori contemporanei, "E poi chissenefrega, se le radio non mi passeranno. Potrei mettermi qui a fare un balletto in mutande (si alza dalla sedia e mima i passi di 'Gangnam style', ndr) e risolverei il problema, ma non è questo che voglio. Questo disco è il mio ritorno in azione dopo un periodo buio. Per gli amanti del fast food, fast living, fast fanculo e tutto il resto abbiamo credo la versione editata del singolo, in modo che tutto si risolva nei canonici quattro minuti senza annoiare nessuno. Per chi invece ha tempo da dedicare all'ascolto e la visione, ci sono le versioni originali. Poi con le radio non si può mai dire: ci sono emittenti del sud che mi hanno sempre passato e radio di Varese che non hanno mai trasmesso un mio pezzo. Mi è capitato di essere intervistato per una settimana di fila da un dj giapponese e di essere snobbato da programmatori lombardi. Non ho idea di cosa succederà questa volta, ma non me ne preoccupo, perché la radio migliore - per me - è il passaparola della gente che viene ai miei concerti. E quello non mi ha mai tradito".
 

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