Jonathan Wilson dal vivo a Milano: il report del concerto

Jonathan Wilson dal vivo a Milano: il report del concerto

Il Teatro Menotti non è il Fillmore West o il Trobadour e Milano est non è San Francisco o Los Angeles. E venire accolti all’entrata da un’insegna luminosa, di quelle vecchio stile a caratteri mobili con scritto “Simone Cristicchi”, certo confonde ulteriormente le idee. Il cantautore romano si esibirà oggi e domani, ma ieri sera toccava a Jonathan Wilson e per qualche ora la California è stata decisamente meno lontana.

Tra la gente che entra spicca pure una coloratissima maglietta tie-die - riconoscibile simbolo dei fan dei Grateful Dead. Ma nel teatro il colpo d’occhio è meno spettacolare del previsto:  sala scura, poltrone rosse che si riempiranno. Sala esaurita, comunque  più piccola e meno scenografica dell’originaria location, il Dal Verme. Di lui si è parlato, giustamente, tanto - ma rimane un cantante “di genere”.

Wilson sale sul palco alle 9 e mezza: capelli lunghi raccolti in un codino, un lungo spolverino nero, barbetta: ha il look e le movenze rilassate della west coast. L’attacco è con “Fanfare”: la canzone, riarrangiata con tastiere al posto degli archi, non fa lo stesso effetto che su disco e la band parte male, con parecchie sbavature.

Ma è solo un episodio, perché da lì in poi il concerto decolla: la prima parte è decisamente elettrica, con canzoni come “Desert raven” (dal primo album “Gentle spirit”) e “Dear friend” (da “Fanfare”), che diventano - nella migliore tradizione californiana - basi per lunghi assoli e duetti con l’altro chitarrista, Omar Velasco.

Si passa ad una parte centrale più acustica, dominiata da quel gioiello di canzone e melodia solare che è “Moses pain". A tratti Wilson sembra una reincarnazione di Jerry Garcia, in altri di Crosby Stills, Nash & Young. Ma ha personalità da vendere, dirige la band con piglio da leader silenzioso, in lunghe cavalcate - come quella stupenda di “Angel”, cover dei Fleetwood Mac pre-“Rumours”, che va ben oltre i 10 minuti. Finale prima con “Valley of the silver moon”, sempre stupenda e psichedelica, e poi bis con “Love to love”, con il pubblico che si alza e arriva sotto il palco: c’è qualche ragazza che balla in trance, come nei vecchi filmati dei concerti dei Grateful Dead.

No, Milano non è la California. Il Teatro non è un club - ma in questa dimensione Wilson funziona perfettamente. E conferma quanto si capiva su disco: è un grande interprete contemporaneo di una tradizione che molti di noi hanno sentito e visto in differita. Anzi, proprio come quei Grateful Dead che nessuno di noi ha fatto in tempo a vedere, dal vivo è un’esperienza diversa, totalizzante. Uno dei migliori chitarristi "classici" in circolazione, grande autore e strepitoso performer, per uno dei migliori live di questi primi mesi del 2014.

(Gianni Sibilla)

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