NEWS   |   Recensioni concerti / 07/04/2014

Mark Kozelek al Biko di Milano: il report del concerto

Mark Kozelek al Biko di Milano: il report del concerto

Quel che resta del giorno illumina il Biko attraverso i lucernari del soffitto; il locale è già pieno: gente seduta per terra, in piedi, ogni angolo è riempito. Il concerto di Mark Kozelek è anticipato ad un orario inusuale, ma il passaparola sul cambiamento dell’ultimo minuto ha funzionato. Quando il cantante sale sul piccolo e basso palco non sono ancora le 8.

Kozelek inizia subito a parlare: “Che pubblico giovane, non me lo aspettavo”. E poi ancora battute su Milano: “E’ dal ’92 che non venivo, non mi ricordavo così tanti graffiti per strada”. Il pubblico ride. Ma appena inizia a cantare, accompagnato solo dalla sua chitarra acustica cala un silenzio religioso, reso surreale dalla luce quasi piena in sala. Chi è lì è conscio di trovarsi di fronte ad un dio minore della musica americana, in giro da 25 anni. Diverse sigle: Red House Painters, Sun Kil Moon. Uno stile unico, da sempre.

Dal vivo la voce di Mark Kozelek è esattamente quella che molti hanno ascoltato solo su disco per anni: calda, piena, lirica ed evocativa, come gli arpeggi dell’acustica che la accompagna. Quell’acustica che Kozelek, nelle frequenti pause tra una canzone e l’altra accorderà di continuo: è un perfezionista, ogni dettaglio deve essere a posto, non deve essere disturbato in nessun modo. Un cartello all’entrata intima di non usare i cellulari. Ma non è abbastanza: “Volete smetterla di sussurrare lì di fianco?”, dirà secco ad un certo punto a due ignari spettatori. “Ho bisogno di concentrazione assoluta”. Poi stempera: “E’ una cosa che ho preso da mio padre, che non voleva essere disturbato mentre lavorava. Non lo capivo, poi sono arrivato a 40 anni… Sto lavorando anche io, ora”.

Il concerto si trasforma subito in un’esperienza quasi mistica, un ottovolante di emozioni contrastanti. Da un lato la luce che cala poco a poco, quattro fari blu che illuminano (poco) Kozelek, che a sua volta ammutolisce e ammalia il pubblico con le sue canzoni - pescate soprattutto dagli ultimi album, soprattutto dall’ultimo stupendo “Benji”, pubblicato a firma Sun Kil Moon. E dall'altro gli intermezzi parlati in cui apostrofa, anche pesantemente, quello stesso pubblico in adorazione, sfidandolo. “Meno male che sei una ragazza”, dice alla persona che si era ritagliata un piccolo spazio sedendosi sul lato del palco. “Se fossi stata un ragazzo ti avrei preso a calci”. La ragazza si siede per terra.

Lo stesso sarcasmo lo mette nel presentare i suoi brani: “Questa canzone parla di un serial killer, Richard Ramirez. “Richard Ramirez died today of natural causes” è la frase che mi scrisse la mia compagna via sms quel giorno. Questo è quello che succede quando ricevo questo genere di sms”, racconta. E lo mette anche nei brani stessi nelle parole; ma lì è stemperato dalla voce, dall’interpretazione: quando canta “Sunshine in Chicago”, la frase chiave del rapporto di Kozelek con il suo pubblico megli ultimi anni (“Una volta la mia band aveva un sacco di fan femminili, oggi firmo poster per uomini in scarpe da ginnastica”) passa quasi inosservata. Mentre quando viene espresso a voce lo stesso sarcasmo viene capito, apprezzaro, genera risate. “Quanto manca? So che devo finire entro le 10. Ancora un’ora? Merda!”. Risate. 

L’uomo Mark Kozelek è difficile, si sa. I suoi concerti sono tosti, impegnativi. E quello del Biko non ha fatto eccezione. Nessuna concessione al passato e al pubblico. Due ore intense di musica, a tratti emozionanti, ma forse persino troppo lunghe anche per uno come Kozelek che ha costruito una carriera sull'essenzialità di voce e chitarra. Dopo l’ultima canzone semplicemente si alza, esausto, ringrazia e se ne va, senza concedere alcun bis. Parte la musica in sottofondo, la gente sciama lentamente fuori dal locale. Non sono neanche le 10.

(Gianni Sibilla)

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