Eugenio Finardi, 'Palco aperto': 'Creatività giovane, un mondo da esplorare'

Eugenio Finardi, 'Palco aperto': 'Creatività giovane, un mondo da esplorare'

Ha deciso di fare scouting a modo suo, Eugenio Finardi, per scegliersi in completa autonomia le "spalle" da invitare ad aprire i suoi concerti. L'idea di Palco Aperto, iniziativa alla quale possono aderire le band di tutta Italia i cui dettagli sono disponibili sul sito ufficiale dell'artista, si può riassumere così: mandate al cantautore il link con la vostra cover di una sua canzone e - se gli piacerà - vi inviterà a suonare prima di lui - e a duettare sul brano che avete scelto - quando il suo tour passerà dalle vostre parti. L'esperimento ha funzionato: fino ad oggi, all'iniziativa hanno aderito in media 15 tra band e artisti a tappa, con una punta di oltre 20 per l'appuntamento di domani sera a Torino all'Hiroshima Mon Amour, che ha visto spuntarla i Turin Ukulele Orchesta. E la stessa affluenza - se non superiore - è attesa per le prossime date su piazza importanti, in particolare a Milano, dove Finardi sarà di scena il prossimo 10 aprile al Factory.

Poteva restare un'iniziativa confinata in ambito social, ma alla voce di "Extraterrestre" questa campagna ha aperto gli occhi sulla realtà minori italiane. Che poi, per quello che è il suo parere, così minori non sono. Anzi.

"C'è tutto un mondo, là fuori, di gente che si dà da fare, che ha uno straordinario talento e che pure è invisibile", ci ha spiegato lui: "L'industria musicale è in completa agonia, e - pure - in giro c'è sempre più creatività". E Finardi l'ha toccata con mano: "Lo si capisce anche solo dai video, girati in posti strani, non convenzionali. E anche dalle formazioni che partecipano a Palco Aperto: nessuno, fino ad oggi, è salito sul mio palco con la classica line up voce - chitarre - basso - batteria. La cosa più straordinaria, però, è vedere cosa muove questi ragazzi: la passione. Ormai c'è solo quella...". Perché si dice che i periodi di crisi, alla fine, siano anche i più creativi... "In effetti un legame c'è", osserva lui: "Un tempo, innanzitutto, chi voleva intraprendere un certo tipo di strada si trovava di fronte ad uno scenario molto più definito, con passaggi obbligati e tutto il resto. Poi adesso a cosa serve cercare di inseguire la fama e il successo, quando si sa che fama e successo ormai non vengono più garantiti dall'adesione ai canoni tradizionali imposti dalla discografia?".

Ci si rivede, Finardi, in questi ragazzi? "Con questa generazione, oltre alle inevitabili differenze, sento anche grande affinità: c'è da dire che oggi i giovani hanno un legame con il passato che per noi era impensabile...". Forse per una sorta di "pacificazione generazionale" impensabile qualche decennio fa? "In un certo senso sì: chi - come me - era giovane negli anni Settanta ha rappresentato per certi versi il culmine di un'esperienza che poi è andata esaurendosi. E poi siamo stati l'ultima generazione ad avere un futuro. In un certo senso è straniante vedere giovani che hanno gli stessi punti di riferimento - per esempio, i Led Zeppelin - che avevo io. Poi è da qualche decina d'anni che ci aspettiamo quel qualcosa che sposti musicalmente il baricentro di tutto, che sia veramente rivoluzionario: ci sembra sempre di essere ad un punto di svolta che però, puntalmente, non arriva mai. E forse le cose sono legate. Anche se ormai penso che quello che sostituirà il rock and roll non arriverà certo da noi, ma nemmeno dall'America o dall'Inghilterra: probabilmente arriverà dalla Corea, o dal Maghreb, o dall'India, o comunque da posti dove la maggior parte della popolazione ha meno di trent'anni".

C'è un futuro, nonostante tutto, per la musica italiana? "Certo che c'è: bisogna solo cercarlo nei posti giusti. Prendiamo i rapper, per esempio: quello dell'hip hop è un linguaggio che qualcuno si ostina a considerare nuovo ma che in realtà ha già quasi quarant'anni. E io invidio il coraggio che hanno i rapper, la loro capacità di fare nomi e cognomi nei loro testi, ti prendersi tutti i rischi del caso. La domanda che mi fanno sempre è se esista ancora la musica ribelle. Io rispondo sempre di sì, ma di non andarla a cercare dai cantautori...".

Dall'archivio di Rockol - La musica ribelle, la Cramps ed Eugenio Finardi
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