Pakman (ex eMusic): 'Lo streaming costa troppo, il prezzo lo fanno le major'

In passato le accuse di collusione, controllo dei prezzi e creazione di cartelli oligopolistici sono costate care all'industria discografica (anche in Italia, dove nel 1997 l'Antitrust allora capeggiata da Giuliano Amato condannò e multò per comportamento lesivo della concorrenza le cinque major BMG Ricordi, EMI, PolyGram, Sony Music e Warner).

Non è detto che accada di nuovo, ma intanto contro le loro presunte pratiche anticoncorrenziali punta il dito David Pakman, investitore nel settore musicale ed ex amministratore delegato di eMusic: "Curiosamente", osserva il manager americano in uno scritto di cui il sito Digital Music News ha pubblicato qualche stralcio, "le piattaforme musicali in abbonamento e on-demand come Spotify, Deezer, Rdio e Beats Music hanno lo stesso prezzo..., che in generale consiste in 120 dollari all'anno (anche se Beats ha creato per i clienti di AT&T un'opzione familiare a 15 dollari al mese)". "Questo", secondo Pakman, "accade perché le tre major discografiche, nel quadro delle loro licenze musicali, hanno imposto un prezzo minimo alle tariffe applicate da tali servizi. E anche se può apparire strano che siano i fornitori a dettare ai rivenditori i prezzi da far pagare agli utenti finali del loro servizio, si tratta di una pratica comune nel campo della musica digitale".

In pratica, secondo la sua tesi, "le piattaforme non possono applicare il prezzo che a loro avviso incrementerebbe al massimo l'adozione dei servizi da parte dei consumatori. I dati dimostrano che 120 dollari all'anno è una cifra nettamente superiore a quanto la stragrande maggioranza dei consumatori è disposta a pagare per la musica, mentre confermano che un prezzo in prossimità dei 48 dollari all'anno sarebbe molto probabilmente più vicino alla soglia in grado di attrarre un gran numero di abbonati".

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