Il disco-swing di Bruno Lauzi: 'Il jazz è come lo zen, non si spiega'

Il disco-swing di Bruno Lauzi: 'Il jazz è come lo zen, non si spiega'
“Mi era rimasta una gran voglia di riprendere il discorso, dopo il ‘Back to jazz’ che Tito Fontana e la sua Dire Jazz mi pubblicarono una ventina d’anni fa. Ed eccomi qui, finalmente, a tirar fuori di nuovo la mia anima swing”. In un ristorante milanese, Bruno Lauzi parla del nuovo disco “Nostaljazz”, una collezione di standard che rendono omaggio all’epoca d’oro dello swing, del grande musical di Broadway e del cinema in bianco e nero (ci sono “Gone with the wind” e “As time goes by”, Hoagy Carmichael e Rodgers & Hart, Doris Day e Frank Sinatra), in uscita oggi, venerdì 5 dicembre, per la Blue Tower di Alessandro Mistri, costola del Jazz Club di Ferrara che da poco si è dato alla produzione discografica. E lo spiega con qualche difficoltà, aggiunge, “perché il jazz è come lo zen. Esiste in sé, e non ci si deve interrogare su che cos’è”.
“Nostaljazz”, tra l’altro, non è, a rigore, il “nuovo” disco di Lauzi, ma “uno dei” suoi nuovi dischi, perché a sessantasei anni e con il morbo di Parkinson a fargli poco gradita compagnia, l’autore e interprete nato ad Asmara è più vispo che mai, un vulcano di idee e di progetti: nel suo presente e futuro prossimo ci sono anche un album di canzoni pop, “Manuale del piccolo esploratore”; un altro disco jazz ispirato a “Porgy and Bess”; uno dedicato a canzoni di mare e poesie genovesi; un album di musica brasiliana, “Bruno latino”; e un singolo in cui Lauzi si è cimentato in un aggiornamento del Cantico delle creature francescano (“Le musiche sono di Simon Luca, e io ci rappo sopra: potete chiamarmi Eminenz…”). “Non ho mai voluto chiudermi in un genere o in una formula”, spiega a proposito di questa versatilità quasi disorientante, “e questo mi ha sempre creato dei problemi: nell’84 Ennio Melis e Sandro Colombini mi convocarono alla Rca di Roma per dirmi che non potevo continuare a muovermi in cinque direzioni diverse. Io gli risposi che erano loro a sbagliare, a non essere capaci di ‘vendermi’ al mercato come l’unico capace di fare queste cose”.
Intanto ora c’è questo disco, inciso in presa diretta al rinascimentale Torrione S. Giovanni di Ferrara, sede del jazz club locale, con un trio eccellente di accompagnatori (il pianoforte di Riccardo Biseo, il contrabbasso di Giorgio Rosciglione e la batteria dello “scugnizzo ultrasettantenne” Gegè Munari), e ospitate di lusso da parte di Gianni Sanjust (clarinetto), Barbara Casini (voce), Renato Sellani (pianoforte) e Gianni Basso (sax tenore), quest’ultimo sul palco accanto a lui anche ieri sera, a Ferrara, per la presentazione “live “del progetto. “Sono tutte first take o quasi”, spiega Lauzi con orgoglio, “perché l’anima musicale di un pezzo è come un sentimento: si coglie subito, o mai più. Abbiamo registrato in un giorno e mezzo e mai prima d’ora mi ero trovato a lavorare con una equipe tecnica di questo livello”. Tocco di classe finale, la copertina firmata dal pittore Francesco Musante. “Mi piace perché mette allegria. I dischi jazz hanno sempre copertine così funeree…”. Nella tracklist anche due pezzi autografi, “La nostalgia” e “Nell’estate del ‘66”, due composizioni a tema che rimembrano nostalgicamente quel tempo che fu. “Nel disco, come in concerto, ho voluto inserire pezzi cantati in italiano pensando al pubblico femminile, per farlo sentire più a suo agio. Come dice Paolo Conte, le donne non amano il jazz, non si capisce il motivo. Ed è una frase che si può leggere in modi diversi”. Chi ha scelto i pezzi? “Io, naturalmente. Ma i musicisti erano in sintonia con me. Ho messo ‘All of me’ perché piace a tutti. La ciliegina sulla torta sarebbe stata una mia versione di ‘Send me no flowers’, uno dei pezzi da musical più commoventi di sempre: ma la Warner Chappell mi ha diffidato dal farlo. Ci fosse stato ancora Adriano Solaro, il vecchio presidente, forse non sarebbe successo”. E perché ha registrato a Ferrara? “E’ stato Mistri a propormelo. E poi è una città che mi è particolarmente cara: lì, alla Taverna, nel ’71, ho fatto le mie prime sortite fuori dai cabaret milanesi. Erano tempi duri, di tensioni politiche. E io che non ero un borghese e non cantavo neppure Bandiera Rossa venivo attaccato da destra e da sinistra….”. Si finisce per parlare di politica e di cantautori. Del festival di Sanremo e del club Tenco. Di radio e di conformismo. E Lauzi fa fuoco, fiamme e scintille, sempre con garbo, ironia e il sorriso (a volte amaro) sulle labbra. Ma di questo parleremo altrove.
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