Steve Winwood: 'Oggi sono tornato me stesso'

Steve Winwood: 'Oggi sono tornato me stesso'
I capelli sono appena spruzzati di sale, ma intanto sono passati quarant’anni tondi tondi da quando l’enfant prodige Steve Winwood, allora (incredibilmente) quindicenne, pestava i tasti dell’Hammond e urlava “Gimme some lovin’ ” nel microfono con una voce squillante da “negro bianco” (così si diceva allora, in termini che oggi sarebbero considerati poco corretti politicamente). Il gentleman inglese in piena forma con cui conversiamo amabilmente in una stanza d’albergo affacciata sulla Chinatown milanese, classe 1948, ha attraversato (indenne) quattro decenni di musica e tempeste, l’r&b revival dello Spencer Davis Group e il folk-rock-soul progressivo dei Traffic, il lampo blues rock dei Blind Faith e i successi da classifica di album patinati come Back in the high life” e “Roll with it”. Un periodo, quest’ultimo, che non rinnega ma non rimpiange, oggi che è tornato in pista con un lavoro autoprodotto, “About time”, che più “back to the roots” di così non si potrebbe.
“Non è questo nuovo album a dover suonare strano” sottolinea oggi, assai orgoglioso della sua ultima fatica. “Piuttosto sono i miei dischi degli anni ’80 e ’90 a rappresentare un’anomalia. Hanno avuto successo ma non rappresentavano la mia vera natura. Succedeva che il lunedì mattina i signori della multinazionale discografica si riunivano in consiglio, controllavano i tabulati e si accorgevano che Janet Jackson vendeva bene e Steve Winwood non altrettanto. E allora ti convincevano a modificare la tua musica, a renderla più simile a quella della Jackson per farla accettare dalle radio e dal grande pubblico. E’ vero, un artista potrebbe sempre opporsi e difendere la sua integrità, e c’è chi è stato capace di farlo. Io, lo ammetto, mi sono fatto prendere un po’ di sorpresa, e a un certo punto mi sono detto: perché no, perché non provarci”?
Acqua passata, comunque. Winwood ha detto addio alle majors, si è fatto una sua etichetta (Wincraft Music) e ha prodotto un disco esattamente come voleva lui: in trio, suonato dal vivo in studio, e senza un bassista. “Nessuna delle tre cose rappresenta una novità assoluta, per me. Anche i Traffic erano un trio, e non avevano un bassista. Il basso impone una direzione precisa alla sezione ritmica: quando non c’è il suono diventa più fluido e ha più possibilità di muoversi liberamente in un clima di improvvisazione. Quanto al registrare in presa diretta, è quel che si faceva una volta. Ai tempi dello Spencer Davis Group incidevamo un disco in un giorno”. Di nuovo, semmai, ci sono i compagni di viaggio che Winwood si è scelto per l’occasione, e la volontà di mescolare le musiche del mondo senza preclusioni di sorta. “José Neto, il chitarrista, è brasiliano ma ama Jimi Hendrix. E il batterista, Walfredo Reyes Jr., è un cubano cresciuto a Portorico che adora John Bonham e i Led Zeppelin. Da qui scaturisce il suono composito di ‘About Time’: una combinazione di rock, afrocaraibico, musica brasiliana, cubana e world music”. Con il mitico Hammond B-3 di nuovo al centro della scena, ora che Winwood, per la prima volta in vita sua, ha rinunciato ad imbracciare in studio la chitarra. “Ho tirato fuori dalla mia collezione i vecchi dischi in vinile di Jimmy Smith, Jimmy McGriff e Lonnie Smith, gli organisti che hanno inventato lo stile che io avevo ripreso nei Traffic, suonando alla tastiera le parti di basso. E ho ascoltato con attenzione anche alcuni giovani musicisti che suonano oggi secondo i dettami tradizionali, come Joey DeFrancesco. E’ stato Walfredo a suggerire di riprendere ‘Why can’t we live together’. E’ un pezzo d’organo che calzava perfettamente con lo stile generale del disco ma l’ho scelta anche per i contenuti del testo”.
Il vecchio hit anni ’70 di Timmy Thomas è un inno antimilitarista alla fratellanza universale. E ben si adatta ad un disco pieno di “buone vibrazioni” come “About time”. “A me è sempre piaciuto sottolineare le luci più che le ombre, trasmettere messaggi positivi”, conferma Winwood. “La musica, più che la letteratura, è il mio campo d’azione, ma cerco ugualmente di dire cose significative nelle canzoni che canto. Il testo di ‘Silvia’, l’ultimo brano del disco, è tratto da ‘The two gentlemen of Verona’ di Shakespeare, che credo sia stato musicato in passato anche da Franz Schubert. Io vivo e lavoro in prossimità del Warwickshire, e dunque respiro ogni giorno l’aria del ‘Bard country’ shakespeariano. E poi Silvia era anche il nome della madre di Romolo e Remo: aggiungeva un altro tocco distintivo a un disco multietnico come questo”.
Folgorato giovanissimo sulla via di Ray Charles (“Il suo ‘In person’, registrato interamente dal vivo e con un solo microfono, è stata come una rivelazione per me”), eccitato nei primi anni ‘60 dalle rivoluzioni in corso nella musica dell’epoca (“dopo Elvis, Buddy Holly e Little Richard, quando il jazz, l’r&b e il bebop trasfigurarono in qualcosa chiamato rock”), Winwood va giustamente fiero del suo passato: che però, materialmente, non gli appartiene. “Non c’entro nulla”, spiega, “con le rimasterizzazioni recenti del catalogo Traffic. Se mi avessero almeno consultato gli avrei potuto procurare delle bonus tracks in più. Non le ho neppure ascoltate, le nuove versioni dei CD. Dovrei andare da HMV a comprarmene una copia: ma in tutto questo c’è qualcosa che non quadra…”. Da qui a ricordare la “reunion” del gruppo, dieci anni fa, il passo è breve. “Un’esperienza soddisfacente, e quell’album mi piace ancora”, dice oggi Winwood. “Ma devo dire che il mio disco di oggi suona più Traffic di quello. Se sono ancora in contatto con Jim Capaldi? Sì, di tanto in tanto, anche se lui è stato a lungo in Brasile. Non c’è niente di definito, ma prima o poi potremmo tornare a fare qualcosa insieme”. Intanto il presente e il futuro di Winwood si giocano tra “About time”, una intensa stagione di concerti programmata per il 2004 (date europee a marzo, probabilmente anche in Italia, e partecipazione a numerosi festival estivi) e un nuovo album di studio a cui il musicista di Birmingham comincerà a lavorare una volta completato il nuovo tour. “Suonare in trio con questi musicisti mi piace moltissimo, ogni giorno creiamo qualcosa di nuovo. Ma devo stare attento a non rimanere ingabbiato in una formula, per quanto piacevole. Le ripetizioni mi fanno paura”.
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