Amarcord: la prima volta di Rolling Stone in Italia

Amarcord: la prima volta di Rolling Stone in Italia
I media nazionali hanno appena salutato il battesimo del Rolling Stone in edizione italiana (vedi News), ma nessuno sembra essersi ricordato del fatto che l'evento non corrisponde, in realtà, ad un debutto vero e proprio. Il più celebre e prestigioso dei periodici musicali, in Italia, c'era già arrivato una volta agli albori degli anni '80, anche se quell'effimera avventura non ha altro da spartire con il mensile formato deluxe che la Ixo Publishing ha appena sfornato nelle edicole: nulla, appunto, se non l'imprimatur ufficiale della leggendaria testata che Jann S. Wenner lanciò nel lontano 1967 nel vortice di una San Francisco in pieno effetto Summer of Love.
Qualcuno, anni dopo, provò ad esportare quell'idea di musica e di cultura, quel sistema di pensiero “radical” e giovanile, anche in Italia. Troppo tardi o troppo presto, forse, per i tempi, i gusti e i modelli di comportamento allora imperanti: una storia travagliata durata pochi mesi, interrotta per di più da un brusco passaggio di consegne (con strascichi legali) che vide una cordata milanese sostituirsi alla prima redazione romana capeggiata da Carlo Massarini. Di quella sparuta squadra, accanto al direttore responsabile Antonino Antonucci Ferrara (già direttore del periodico musicale Gong e oggi funzionario Mediaset) e al caporedattore Carlo Tunioli, faceva parte il giornalista Riccardo Barberi, che per Rockol ha rievocato la lontana esperienza. “Che ricordo ne ho? Mi torna in mente la sede di lavoro, innanzitutto: tre locali più bagno alle spalle di viale Cassala, con bottiglie di whisky sparse ovunque: un ambiente molto bohemienne come doveva essere, in origine, quello del Rolling Stone americano. Con la differenza, con tutto il rispetto, che loro avevano i Grateful Dead e noi avevamo i Nomadi”. “Con noi”, racconta Barberi, “iniziarono a collaborare giornalisti come Peppo Del Conte, Paolo Scarpellini e Bruno Marzi. A finanziare l'impresa erano Claudio Conversi, allora proprietario dell'Odissea 2001, e un avvocato siciliano di cui non ricordo il nome, già editore di riviste erotiche e scandalistiche come Penthouse e O.V”. Presto, però, anche il team lombardo dovette fare i conti con la dura realtà. “L'edizione milanese”, spiega l'ex redattore, “era diversa da quella romana, che ricalcava fedelmente l'originale nella grafica e nei contenuti. Scegliemmo un formato tabloid, tipo 'la Repubblica': ma la qualità della carta era pessima, la grafica scadente e il tentativo di passare alla periodicità quindicinale, dopo qualche numero, si rivelò disastrosa. Volevamo essere una via di mezzo tra il Rolling Stone originale e un giornale capace di aggredire un pubblico di gusto diverso, com'era quello italiano di allora. La stessa rivista americana faticava allora a tenere il passo con i tempi, continuava a spingere Eagles e Jackson Browne mentre esplodevano il punk e la new wave. Noi provammo a cavalcare quell'onda di rinnovamento culturale e non solo musicale, ma il pubblico purtroppo non ci seguì”.
Venuto subito meno l'apporto degli inserzionisti, si cercò di far pubblicità alla rivista battezzando con lo stesso nome il locale di Corso XXII Marzo che all'epoca apparteneva a Conversi e che ancora oggi si chiama Rolling Stone. “Non facevamo solo un giornale, ci eravamo anche improvvisati tour manager di artisti inglesi: fu un'epoca pionieristica, per quanto viziata da troppa approssimazione”, conclude Barberi. “Personalmente, me la ricordo come un'esperienza bella e tutto sommato formativa”.
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