Jazz Summers: 'Le vendite sono calate, gli stipendi dei discografici no'

Jazz Summers: 'Le vendite sono calate, gli stipendi dei discografici no'

Autore di un'autobiografia uscita il settembre scorso ("Big life", Quartet Books), Jazz Summers è uno dei personaggi più coloriti, chiacchierati e leggendari del music business britannico. "E' capace di far piangere uomini adulti e di fargliela fare addosso. Ma essenzialmente è un uomo gentile con un gran cuore e una grande capacità di amare: semplicemente, non fatelo incazzare", ha detto di lui Gary Ligthbody degli Snow Patrol (nella foto) , uno dei suoi affezionati clienti. Manager degli Wham!  e di George Michael  con la società Big Life Management da lui fondata negli anni '80 assieme a Simon Napier-Bell, e poi di Boy George, dei Verve, di Lisa Stansfield, di Yazz (con cui è stato sposato), di Badly Drawn Boy, dei Klaxons, degli Scissor Sisters e degli emergenti London Grammar, ha idee precise di cosa dovrebbe cambiare nel music business e soprattutto all'interno delle major discografiche.

"Si tratta di dare una grossa svolta alla mentalità, di adottare un nuovo paradigma", ha spiegato nel corso di una lunga, divertente e interessante intervista concessa a Tim Ingham di Music Week. "Da qualunque parte la si guardi, gli artisti non sono davvero mai stati in partnership con le major. Mai. Nelle case discografiche ci sono ottime persone, gente che lavora sodo e che si prende davvero cura di loro. Ma la filosofia di una casa discografica consiste nel possedere i copyright e nello sfruttarli. La royalty dell'artista viene trattata alla stregua di una spesa: come un salario, l'affitto dell'ufficio o un volo aereo in prima classe". Come comportamento virtuoso e alternativo Summers cita l'esempio di Daniel Miller, il fondatore della Mute "che è riuscito a mantenere uno dei gruppi più importanti del mondo (i Depeche Mode) sulla sua piccola etichetta praticamente per tutta la carriera. Sai perché? Perché, tanto per cominciare, ha fatto con loro un contratto 50/50, che poi è diventato 60/40 e 70/30. E' stato incredibilmente equo con loro, lasciandogli il completo controllo".

Lo scafato e risoluto manager inglese ritiene dunque che "un artista possa anche rinunciare per contratto ai suoi copyright per un certo numero di anni, ma non per sempre", e punta il dito sulla scarsa equità degli accordi a "360 gradi" con cui oggi le major pretendono di incassare una quota dei ricavi anche sulla musica live, sulle apparizioni tv o su qualunque loro altra attività professionale. "La royalty media per un artista, in quei contratti, è del 20 %", osserva. "Anni fa ti dicevano: ecco il 20 %, ma dobbiamo dedurre un 25 % per il packaging. In altre parole, ti davano il 15 %. Oggi, sul digitale, è il 15 % secco senza deduzioni per il packaging, ma con quei soldi l'artista deve pagarsi il produttore, tre punti percentuali che riducono la quota al 12 %. Poi, all'estero, il tuo contratto ti dice che non sei al 15 ma al 13 %. Cosicché in quasi tutti i Paesi del mondo guadagni effettivamente il 10 o l'11 %. Su quello devi pagare le spese di registrazione, più qualunque anticipo le etichette ti versino per poter vivere, l'appoggio ai tour, metà dei costi di produzione dei video... e poi devi anche pagare il manager. Ma il peggio è che alla fine, dopo che hai pagato 50 mila volte il tuo album, non possiedi ancora le tue registrazioni".

"E' palesemente ingiusto", sostiene Summers riflettendo poi su quanto sta succedendo nel campo dello streaming e del download dove è in corso un'aspra battaglia tra le case discografiche che vogliono applicarvi le royalty tradizionali, e gli artisti che rivendicano il 50 % trattandosi a loro modo di vedere di una licenza ex novo. "La case discografiche", dice, "trattengono dallo streaming il 40 % in più di quel che dovrebbero, ti fanno lo stesso contratto di merda di sempre e a volte vogliono anche più soldi da qualunque altra cosa tu faccia. Il motivo? Fatti la domanda: le vendite di dischi sono calate anno dopo anno, ma cosa è successo agli stipendi dei dirigenti? La risposta la sai da te".

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