Omar Pedrini, 'Che ci vado a fare a Londra?': 'Ora sogno coi piedi per terra'

Omar Pedrini, 'Che ci vado a fare a Londra?': 'Ora sogno coi piedi per terra'
Credits: Gaia Capone

Non è preoccupato, Omar Pedrini, di aver fatto passare otto anni tra il suo penultimo album ("Pane, burro e medicine", "che era stato frainteso", spiega lui: "E' stato registrato tra l'ospedale e casa mia, con pochi mezzi, dopo la mia malattia: era solo un modo per dire al mondo che ero ancora vivo. Ma evidentemente il mondo si aspettava un disco vero e proprio") e il nuovo "Che ci vado a fare a Londra?". "L'ho fatto quando me la sono sentita", ci ha raccontato lui, raggiunto telefonicamente poco prima di rimettersi on the road alla volta di una presentazione in store: "Ci sono già troppi dischi, in giro, e di contribuire all'inquinamento del mercato proprio non mi andava".



E allora si preme il tasto rewind e si torna indietro di qualche anno. L'ex Timoria, con una salute in via di miglioramento e una gran voglia di tornare a darsi da fare con la chitarra al collo dopo un periodo passato a fare teatro, televisione e lezioni all'università ("Tutto cose che ho fatto perché i dottori non mi lasciavano fare rock"), aveva una manciata di canzoni nel cassetto. "Ho iniziato a farle sentire in giro. E ogni volta che mi presentavo a qualcuno con i provini in mano e mi sentivo dire 'Ti ho visto in TV, non sapevo che cantassi ancora' era una pugnalata al cuore. Però non avevo fatto i conti con la crisi: pubblicare qualcosa di questi tempi non è facile e mi sono state sbattute parecchie porte in faccia". Finché le demo non finiscono nelle mani di Ron. "La prima spinta è arrivata da lui: mi ha detto che sarebbe stato un delitto lasciare queste canzoni nel cassetto e che se non avessi trovato nessuno ci avrebbe pensato lui, con la sua etichetta. Mi avrebbe anche prestato gli studi. Solo, in cambio, avrebbe voluto fare un duetto".

Il destino, però, l'asso non l'aveva ancora calato: "Qualche tempo dopo faccio ascoltare le canzoni al mio amico Andrea (Dulio, ndr), che lavora molto in Inghilterra, tra gli altri per i fratelli Gallagher. Dopo aver ascoltato il disco mi disse che gli era piaciuto, che l'aveva trovato molto inglese e che gli sarebbe piaciuto farlo sentire a Noel, che di lì a poco avrebbe suonato a Firenze. A 46 anni mi sentivo un pirla a presentarmi davanti a uno come lui con il CD in mano, però lo presi come un segno del destino - siano nati entrambi lo stesso anno, lo stesso mese, a solo un giorno di differenza - e quindi accettai. Andai al suo concerto, lo conobbi e passammo una bella serata bevendo birra. A me bastava, pensavo proprio fosse finita lì. Poi due mesi dopo, un giovedì, il telefono squilla. E' Andrea che mi dice: 'Raggiungimi a Londra perché i tuoi demo sono piaciuti al manager dei Gallagher e vuole conoscerti'. Guardai quella che di lì a poco sarebbe diventata mia moglie: era incinta, io avevo un cuore che andava così così e pochi soldi per viaggio e albergo. 'Che ci vado a fare a Londra?', le dissi. 'Lo vedo che ti brillano gli occhi, se non ci vai sei un pirla'".

Nella City Pedrini entra in contatto coi Folks, band di Manchester con la quale scatta subito l'intesa: "Dopo l'ascolto da Londra ci spostammo a Manchester, la loro città: finimmo subito in sala prove dove riuscimmo a registrare tre canzoni, una delle quali sarebbe poi diventata la title track". Non una collaborazione nata alla scrivania di una casa discografica: "E' stato tutto molto spontaneo, e la collaborazione non si risolverà con questo disco: hanno trovato il mio modo di scrivere molto inglese, e mi hanno convinto a mandargli delle canzoni. Così, ogni mese, gli invio qualcosa di nuovo. Non so se resterò l'autore o farò altro... Non è curiosa, la vita?".

Una seconda - anzi terza - giovinezza, quindi? "Dopo i 40 anni si sogna con i piedi per terra: con i Timoria mi sono tolto delle belle soddisfazioni a vent'anni, andando in tour all'estero, ma adesso non mollo quello che ho qui", spiega lui: "Perché alla fine 'Che ci vado a fare a Londra?' è un disco che nasce dalla disincanto. Un lavoro corale, quasi fosse una raccolta di racconti brevi di un autore della beat generation o di Raymond Carver: ci sono - al netto delle introduzioni - quattordici canzoni, e ognuna rappresenta un personaggio. Non ci sono eroi, sono tutte figure molto quotidiane, perché oggi è la gente normale ad essere speciale. C'è Emily, che non riesce a dichiarare un amore omosessuale, o il nostro Paese, l'Italia, che in 'Uno straccio di anima' dipingo come una donna bellissima in una vestaglia lisa e strappata, con il trucco in disordine, abusata da uomini che non la meritano. Sono tutti personaggi irrisolti, tranne uno, Piero, che - non a caso - è un contandino: il suo è un personaggio che si riferisce ai mondi agresti descritti da Guareschi, Soldati e perché no da Pasolini. Che è stato un profeta, e purtroppo per noi molto spesso una Cassandra, che - per primo - ci ha ricordato che 'quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani, quando l'industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione, allora la nostra storia sarà finita'".

Una tensione anti-progressista? "E' un concetto travisato e, ultimamente, molto strumentalizzato", precisa: "Io sono un buon osservatore, ho avuto otto anni per starmene buono, in silenzio, ad osservare, e questo è quello che ho visto. Ho una passione per il vino, frequento i contadini e conosco i problemi ai quali andiamo incontro: il mercato delle sementi è in mano a 5 multinazionali, che tra non molto potrebbero controllare l'accesso alla riserve idriche. La questione non è lanciarsi in campagne o lanciare anatemi, come farebbe Celentano. Che è sempre molto retorico, però è bello sapere che esista un rompicoglioni così".

Per il tour ci sarà da aspettare - "Per il momento farò delle presentazioni in acustico nei negozi e negli Arci, poi chissà: la richiesta c'è, sto ancora valutando" - e per un libro pure: "In effetti ci ho anche pensato, 'Che ci vado a fare a Londra?' ha le potenzialità per diventarlo: le storie che racconto nei testi sono molto più articolate, quindi di materiale ne avrei. Ne ho anche parlato con un editore, recentemente. Mi piacerebbe farlo: chissà, un domani...". Di certo non vedremo Pedrini tornare subito sugli scudi con un altro disco: "Farò passare parecchio tempo prima di pubblicarne uno nuovo: la mia filosofia è uscire meno ma uscire bene. Come prima di questo disco: ho avuto qualche problema, e allora ho iniziato a fare altro. C'è stato un momento dove ormai pensavo di essere un reduce, uno dei pionieri del rock italiano che ormai aveva fatto il suo tempo: per carità, non sarebbe stato un dramma, sia chiaro. Il fatto è che non ho la presunzione che ci sia bisogno di me, nell'arte, quindi faccio i dischi quando sento di volerli fare. E nel frattempo mi dedico a altre cose".

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