NEWS   |   Pop/Rock / 03/10/2003

Il presente di John Cale, tra nomadismo e tecnologia

Il presente di John Cale, tra nomadismo e tecnologia
Sette anni. Tanto è passato dall’ultimo disco di uno dei musicisti più poliedrici della scena contemporanea. Stiamo parlando dell’ex Velvet Underground John Cale, che pubblica in questi giorni “Hobosapiens”, dopo “Walking on locusts” del 1996. “In realtà in questi anni mi sono dedicato soprattutto alle colonne sonore”, spiega a Rockol questo distinto, gentile e distaccato signore gallese che ha fatto la storia del rock. Che continua spiegando come i suoni e la lavorazione “sintetica” di questo album nascono proprio dal lavoro per il grande schermo: “In questo modo è nata l’idea di iniziare a lavorare alla musica in digitale, usando il sistema Pro Tools. Le colonne sonore si lavorano molto meglio con questi strumenti, soprattutto per la sincronizzazione tra suoni e immagini, che al computer è molto più facile. Ho iniziato a lavorare in un modo diverso: non mi sono messo in una stanza a scrivere canzoni, ma le ho composte direttamente in studio. Le ho pensate in modo diverso, la lavorazione è stata diversa, più facile diversa. Sono andato alla ricerca di atmosfere, e la tecnologia ti aiuta. Ho usato molto anche l’analogico, però, sostituendo i suoni sintetici che non mi piacevano.”
Il risultato è un disco eclettico quanto questo musicista, che è passato dai Velvet Underground a produrre indifferentemente la propria musica, quella di Patti Smith o gli Stooges. In questa logica emerge anche il significato del titolo del disco, un gioco di parole tra Homo Sapiens e gli “hobo”, sorta di moderni nomadi: “gli hobo sono persone che non pensano al presente, ma a dove andranno”, chiosa Cale. Che, nonostante la sua flemma, sembra quasi fare fatica a parlare di questo album, come se la sua mente fosse già altrove, e questo disco facesse parte del passato. Così ti racconta delle voci italiane che fanno da sottofondo a “Reading my mind”: “sono di Alba Clemente, un’attrice, e le ho inserite perché volevo qualcosa che suonasse come un film italiano degli anni ’50”. O della citazione di “Things to do in Denver when you’re dead”: “Quando l’ho scritta pensavo al film omonimo ma qualcuno recentemente mi ha portato il disco di Warren Zevon che contiene la canzone con lo stesso titolo da cui è stato a sua volta ispirato nato il film. Giuro che non lo sapevo…”.
In questa ottica, è ancora più difficile farlo parlare del passato. Quale delle sue numerose e storiche collaborazioni ricorda con più soddisfazione, John Cale? “Beh, la cosa bella di questo disco è che non ce ne sono. E’ puramente un prodotto della mia immaginazione. Tutte le mie collaborazioni del passato hanno un valore e lo ho apprezzo. Ma la mia responsabilità oggi è di andare in un'altra direzione”. Figuratevi farlo parlare di Lou Reed. Dopo le reunion e le litigate, in rapporto state? “Semplicemente non c’è una rapporto. Recentemente siamo comparsi nello stesso disco, quello di Gordon Gano (già leader dei Violent Femmes), ma in maniera indipendente, in canzoni diverse. Gordon conosce un sacco di gente, è un gran tipo. L’ho fatto per fargli un tributo.”
Le ultime parole della chiacchierata sono per il futuro: “Sto mettendo in piedi una nuova band, poi andrò in tour fino a dicembre, quindi sarò di nuovo in studio a registrare”. L’Hobo Sapiens pensa a dove andrà domani.
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