Al Super Bowl di quest'anno l'esecuzione dello "Star-spangled banner", inno sul quale è inciampato più d'un artista, va a Renée Fleming. La storia recente annovera due casi piuttosto clamorosi di "incidenti". Nel febbraio 2011 Christina Aguilera, emozionata, dimenticò una strofa e cercò di rimediare cantando la successiva al posto di quella che non ricordava: ma ormai la frittata era fatta. E l'anno scorso Beyoncé preferì - "visto il tempo" - cantare sopra la sua stessa registrazione. L'inno nazionale USA è notoriamente pieno di trabocchetti, ai quali ovviamente si unisce il fatto che cantare davanti a decine di migliaia di persone non è da tutti. Quindi, per evitare altri intoppi, quest'anno gli organizzatori hanno preferito andare sul liscio ed hanno affidato la perigliosa impresa a Renée Fleming. La quale è perfettamente sconosciuta a chi ama pop e dintorni.
Si tratta infatti di una soprano 54enne, nata in Pennsylvania nel 1959 e che si affacciò a più ampia ribalta quando, a 29 anni, vinse una gara canora organizzata dalla Metropolitan Opera. Il 2 febbraio va a lei l'onore di sciorinare l'inno a stelle e strisce prima che nell'arena scalpitino Denver Broncos e Seattle Seahawks. Fleming, la quale l'anno scorso ha ricevuto dal presidente Obama la National Medal of the Arts, viene ritenuta perfettamente a suo agio nel ruolo in quanto ha un approccio definito "rilassato". Per lei l'appuntamento con l'evento sportivo che risucchierà davanti alle TV decine di milioni di statunitensi è solo un altro appuntamento musicale, non una causa di nervosismo come per altre più giovani cantanti degli scorsi anni. Rodata con Verdi e Puccini, e con un difficile ciclo di Olivier Messiaen cantato con la New York Philharmonic, Renéè l'inno americano se lo dovrebbe bere. La soprano, curiosamente, non è una tipa tutta Mozart e Puccini: nel 2010 ha infatti pubblicato "Dark hope", album di sue cover di canzoni degli Arcade Fire, Muse ed altri.
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22/01/2014