NEWS   |   Italia / 21/01/2014

Manupuma, il primo album: 'Le mie canzoni? Una cronaca surreale della realtà'

Manupuma, il primo album: 'Le mie canzoni? Una cronaca surreale della realtà'

Niente talent show ("sono troppo timida", aveva dichiarato in un'intervista precedente). E niente Sanremo, almeno per ora (questione di tempi e di coincidenze mancate, magari se ne riparla l'anno prossimo). Emanuela Bosone in arte Manupuma si è invece fatta notare a Musicultura, la raffinata rassegna che a Macerata dà spazio ai talenti emergenti della canzone d'autore e che nel 2009 le ha assegnato il premio per la miglior interpretazione.

Da lì al primo album omonimo uscito oggi per Universal il passo è stato lungo e meditato, e il percorso tutt'altro che prevedibile (comprese esibizioni dal vivo in apertura di Joan As Police Woman e di Musica Nuda, il progetto di Petra Magoni e Ferruccio Spinetti). Poco usuali, del resto, sono anche lo stile, la voce e il mondo poetico di questa artista milanese con un passato da attrice e un diploma all'Accademia di Belle Arti di Brera. Originale a cominciare dalla scelta del nome d'arte: "Tutto ha avuto origine da un seminario che avevo seguito a Roma con un attore dell'Actor's Studio di New York. Insegnava il metodo Strasberg, e uno degli esercizi in scaletta prevedeva di scegliere un animale da osservare attentamente per arricchire di sfumature il personaggio che bisognava interpretare. Ci sono esempi famossimi, a partire da Robert De Niro che in 'Taxi driver' trasse l'idea di certi scatti isterici della testa dall'osservazione di un canarino in gabbia...Quel giorno ci mandarano allo zoo, e ad attirare la mia attenzione fu un puma che cominciai a sognarmi anche di notte. Così, e dal momento che il mio nome non è particolarmente musicale, ho deciso di presentarmi come Manupuma. Anche per ricordarmi da dove provengo". Una certa "felinità", del resto, la si coglie anche nel suo stile interpretativo, a volte graffiante, altre più morbidamente flessuoso. Nell'album, del resto, c'è una canzone intitolata ai "Ghepardi"... "Che per me", spiega Emanuela, "non sono un simbolo di ferocia e di aggressività ma rappresentano la libertà di essere se stessi".

La ricerca di una cifra espressiva personale è stata, si direbbe, un processo lungo e laborioso. "Con la Universal, all'inizio, si pensava di fare uscire un EP. Scrivevo molto anche in inglese, e loro mi spingevano a farlo in italiano. Non era facile per me, ho sempre amato la musica soul e scrivere su quelle scansioni nella mia lingua madre mi risulta impossibile. Mi piace molto anche Tom Waits e nel panorama nazionale ho avuto sempre riferimenti maschili, Vinicio Capossela e Paolo Conte, piuttosto che femminili. Nel disco ho cercato di trasmettere una mia idea della donna di oggi. Non mi ritrovavo nei mondi intimisti e malinconici di certe mie colleghe che ci raffigurano spesso come madonne immacolate, esseri fragili come una foglia che si rinchiudono in camera a piangere le loro pene d'amore. Perché, mi sono detta, non parlare delle proprie arrabbiature, della voglia di andare al bar a farsi due shot di vodka quando il fidanzato ti ha appena lasciato? E' normale, no?".

Ama il linguaggio crudo ed esplicito ma anche le immagini visionarie e poetiche (le "calli zuccherose" di "Venezia"), Manupuma, che in "Ladruncoli" e "Sai sai sai" affronta anche di sghembo (ma non troppo) temi d'attualità come il malcostume politico-sociale e la perdita del lavoro. "Ne parlo con un filo d'ironia e rifacendomi al mio amore per il cinema: Fellini, il neorealismo e 'Miracolo a Milano', che in 'Ladruncoli' mi sono presa presa la libertà di citare quando immagino di alzarsi in volo tutto il silicone che c'è in città... A ciascuno la sua interpretazione, non voglio fare nomi né politica. Piuttosto un reportage surreale della realtà".



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Si parla anche molto di amore, nel disco: e il finale, spesso, non è a lieto fine. "Sì, ho avuto una vita abbastanza movimentata  e sono anche un po' rompiscatole. Alcune cose sono autobiografiche e altre no. 'Charleston', per esempio, parla di una storia sbagliata che ho inseguito per tanti anni. Gli abbiamo voluto dare un alone un po'  jazz, ma anche una cassa in quattro e un beat quasi hip-hop. Ne è venuto fuori un pezzo un po' scanzonato e da fischiettare, come 'Ladruncoli'. I primi a canticchiarle sono stati i bambini, anche se quei riferimenti alla cocaina e certe parolacce, nel testo, non sono proprio adatti a un asilo...".



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A entrambe le canzoni fa da sfondo Milano, attraversata a piedi o vista dal finestrino di un taxi nei suoi scorci affascinanti e nelle sue brutture. "E' la città in cui sono nata, anche se mia madre è napoletana e mio padre era ligure. Sono cresciuta qui, prevalentemente, e ho cercato di descrivere un luogo che nel bene e nel male mi ha fatto battere il cuore. Anche 'Apocalisse' nasce da un'esperienza vissuta: stavo in via Orti, una piccola strada su cui si affacciano tanti locali. D'estate, con le finestre aperte, mi arrivavano in casa di notte i discorsi dei ragazzi che li frequentano. L'ho voluta dedicare a loro, che mi sono immaginata come giunchi ridenti, ragazzi persi che però hanno la voglia di ritrovarsi e di diventare 'soldati della gioia'. Ai giovanissimi si dà poca importanza, e invece sono pieni di risorse".

Autobiografico è anche il talking blues di "Los Angeles" che, posto in coda al disco, si stacca musicalmente e liricamente dal resto, con quel "sesso, caldo e morte" che evocano persino le atmosfere di Jim Morrison e i Doors. "Ci ho vissuto qualche mese. lì", spiega Emanuela. "Ci ero scappata dopo avere perso mio padre e per superare un momento molto difficile. L'ho scritta dopo, la canzone, ed è stato l'unico tentativo nel disco di avvicinarmi alle sonorità soul e alla poesia di strada. Mentre ero lì ascoltavo molte cose, in particolare la poetessa Ursula Rucker, e Jim Morrison lo cito nel testo. Los Angeles ha qualcosa di fortemente malinconico, in giro c'è una stranissima energia".

A cucire un vestito sonoro su misura, addosso a quella e alle altre canzoni, ci ha pensato il musicista, arrangiatore e produttore Michele De Maestro Ranauro, "un grande pianista che ha studiato al Conservatorio di Bari e che dopo avere vinto una borsa di studio a Umbria Jazz è andato giovanissimo negli Stati Uniti a suonare con Dizzy Gillespie, ma che poi ha collaborato anche con Amalia Grè e con i Casino Royale. E' un jazzista, ma insieme abbiamo cercato di scrivere in modo consono a quello che oggi richiede il mercato. Scrivere in italiano, per strofe e ritornelli, per me è stato un bell'impegno, e ho ancora molto da imparare. Michele e Klaus Bonoldi di Universal mi hanno spronato a dare il meglio, a sfrondare le cose inutili. E ho avuto la fortuna di poter contare su collaboratori fantastici come Davide Rossi, Ferdinando Masi (Casino Royale) e Dellera (Afterhours) che oltre a suonare divinamente il basso ha una voce bellissima". E poi c'e la mano di Pacifico... "Per un certo periodo abbiamo avuto lo stesso manager, è stato lui a convincere Gino a mettere mano a 'Perdersi perdersi' dopo che avevamo collaborato nel suo album di duetti. Il mio testo iniziale era un po' più crudo, l'avevo scritto di getto dopo avere visto 'Control', il bellissimo film in bianco e nero su Ian Curtis e i Joy Division. Non conoscevo bene la loro musica ma mi aveva colpito quello splendido racconto poetico di come sia facile perdersi in un attimo, nella vita. Tornando a casa mi ero scritta il titolo su un biglietto del tram, e sono contentissima che un grande autore come Gino abbia accettato di mettere la sua firma accanto alla mia".

Una bella spinta promozionale, sicuramente. Come, del resto, la scelta di Moschino di utilizzare "Ladruncoli" per un suo spot televisivo. "Era stato il regista del clip, il fotografo Giampaolo Sgura, a contattarmi tramite un'amica comune. La ditta voleva un pezzo famoso di una cantante anni Sessanta tipo Rita Pavone, credo non si siano messi d'accordo sui termini economici. Quando con Giampaolo ci siamo sentiti al telefono si è ricordato di avermi vista suonare anni prima in una casa privata. 'Ladruncoli' gli è piaciuta moltissimo, anche se certe immagini forti del testo non erano adatta a uno spot. Ma il pezzo è rimasto integro, e sono felicissima che sempre lui abbia scelto per uno spot internazionale di Moschino una mia canzone in inglese, 'My life is a sunshine', presente solo nell'edizione digitale del disco". Che effetto fa, vederlo finalmente nei negozi? "Un effetto strano. La gestazione è stata lunga, come quella di un elefante che ci mette due anni a partorire. Forse oggi alcuni pezzi li canterei meglio, chissà. Ma quello di cui sento veramente il bisogno, adesso, è tornare a cantare dal vivo".

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