Joe Henry: 'Non chiamatemi cantautore, per favore'

Joe Henry: 'Non chiamatemi cantautore, per favore'
Le ingiustizie della vita. I più lo conoscono solo in virtù della parentela acquisita con Madonna (i due sono cognati) e di una fortunata, estemporanea collaborazione con la signora Ciccone in Ritchie, sfociata nell’hit single “Don’t tell me”. Eppure Joe Henry, conversatore brillante, 43 anni (molto ben portati) a dicembre, è uno che ha otto album e 17 anni di carriera musicale sulle spalle, che confeziona dischi bellissimi per i colleghi (l’ultimo, il celebrato “Don’t give up on me” di Solomon Burke) e intanto infila piccole perle discografiche per suo conto: la più recente delle quali, “Tiny voices”, esce il 22 settembre per la Anti/Epitaph, “indie” californiana a cui Henry, cittadino acquisito di Los Angeles, è approdato da poco per gentile intercessione di Tom Waits e Kathleen Brennan (come si vede, il Nostro vanta quantomeno amicizie importanti: ma non lo dà a vedere).
La nuova collezione, che Henry avrà modo di presentare prossimamente in un mini-tour italiano (30 ottobre alla Salumeria della Musica di Milano, e poi una data a Roma ancora da fissare) lo conferma tra i nomi più raffinati, originali e imprevedibili del panorama cantautorale statunitense: non fosse che a lui la definizione di “cantautore” non piace proprio. “C’è un motivo storico”, ci ha spiegato nel corso di un incontro milanese, qualche giorno fa. “E’ che, dagli anni ’70, ‘singer-songwriter’ è diventato il termine per indicare chi scrive canzoni di tono confessionale e autobiografico. L’ho sempre ritenuto un atteggiamento un po’ pretenzioso, e non è il mio caso: io rivendico la libertà di scrivere storie e di interpretare ruoli estranei alla mia persona, come potrebbe fare un romanziere, un regista o un attore. Sono un cantante, e sono un autore, ma non c’entro niente con Jackson Browne”. Se proprio qualche fratello o sorella di sangue bisogna trovargli, insomma, Henry preferisce citare i nomi di Chocolate Genius e di Me’Shell NdegeOcello, “gente artisticamente inquieta come me che ha poco o nulla da spartire con la canzone pop classica”. Si può parlare di ballate jazz, allora, visto che ai suoi dischi hanno collaborato luminari del genere come Don Cherry, Ornette Coleman, Brad Mehldau o (è il caso di “Tiny voices”) il clarinettista/sassofonista Don Byron? “No”, replica lui, “lungi da me l’ambizione di fare un disco di jazz ballad. Ma mi trovo benissimo con i musicisti che parlano quella lingua, mi piace invitarli ad entrare nel mio mondo e scoprire come possono trasformare le mie canzoni. Mi piace la loro competenza tecnica, mi piace il loro gusto per l’esplorazione e soprattutto mi piace la loro assoluta libertà di espressione. Ho verificato che molti musicisti danno il meglio in occasione della seconda o terza ‘take’, quando hanno già preso confidenza con la canzone ma non pensano ancora di registrarne la versione definitiva; quello è il momento in cui, pur essendo ben rodati, sono ancora in grado di inventare qualcosa di inatteso. In quel preciso istante la canzone è ancora un essere vivente, che scaturisce da una collisione spontanea tra i musicisti in studio. Per questo mi piace registrare in fretta i miei dischi, è come quando esci a pescare in barca: preso il pesce, devi rientrare in porto il prima possibile”. Don Byron è stato, naturalmente, la star delle session di registrazione: “Il suo nome me l’ha suggerito un direttore artistico della Blue Note, quando ero alla ricerca di musicisti da ospitare per un’esibizione in uno show televisivo. Da quel momento ho deciso che lui, nel mio nuovo disco, ci sarebbe dovuto essere per forza”.
Ben introdotto nel gotha del jazz, Henry è oggi un musicista assai diverso da quello che collaborava con T- Bone Burnett e i Jayhawks in lavori come “Shuffletown” e “Short man’s room”… “Sono orgoglioso di quei dischi, ma non mi piace riascoltarli. Oggi li trovo irrimediabilmente limitati. Avevo ancora molto da imparare, e credo di essere migliorato molto anche come cantante, da allora”. Ai tempi, era ancora in embrione la sua assodata abilità di scrivere canzoni di taglio “cinematografico”: e anche “Tiny voices”, spiega lui, può essere vissuto quasi come un film. “Per funzionare, un disco deve risultare un tutto omogeneo, mostrare una progressione continua dall’inizio alla fine. A me questo disco sembra paragonabile a una sequenza di strani frammenti tratti da un film. Non c’è un tema unico, ma un certo linguaggio, certe immagini e certi argomenti sono comuni a molte canzoni: la disillusione, la sensazione di sentirsi sfuggire di mano il controllo di se stessi, il disagio nei confronti del modo in cui la vita si dipana davanti ai propri occhi, la volontà di tenersi all’oscuro della verità”.
Per istruire i musicisti su ciò che desiderava da loro, Joe ha scelto un approccio quantomeno curioso: dopo avergli consegnato i suoi demo, li ha invitati a guardare “Estasi di un delitto”, pellicola noir-paradossale che Luis Buñuel diresse in Messico nel 1955. “E’ un film bizzarro, una sorta di giallo fantastico che ruota intorno alla presenza di un carillon. Ha un tono surreale e un umor nero divertente, come certe cose di Fellini e come la mia musica, credo”. Immediato, a questo punto, chiedergli dei suoi rapporti con il cinema. “Mi piace molto scrivere musica per colonne sonore. Con Wendy Melvoin e Doyle Bramhall ho appena composto una canzone per Jill Scott, che recita e canta in un film di recente produzione. Spero di avere presto altre opportunità del genere, e anche di produrre altri dischi: ho parlato con Solomon Burke di un possibile seguito a “Don’t give up on me”, ma il mio sogno resta quello di essere chiamato un giorno da Ray Charles”. Una delle canzoni di “Tiny voices”, “Flesh and blood”, era apparsa proprio sull’album di Burke ma, racconta Henry, “non era destinata inizialmente al mio disco. Sono stati mia moglie Melanie (sorella di Louise Veronica) e alcuni amici a spingermi a pubblicare la mia versione dopo averla ascoltata dal vivo. Alla fine mi sono convinto che anche quello era un pezzo del puzzle, e che si accordava con il resto dell’album”. E a proposito di affari di famiglia: qualche altra collaborazione in vista con Madonna? “Stiamo lavorando proprio adesso a un paio di canzoni per un musical che la vedrà protagonista, credo l’anno prossimo. Carattere difficile? La conosco da quando avevo 15 anni, e dunque non bado a tutti gossip che vengono scritti su di lei”. Buoni rapporti di vicinato, insomma. E se ci scappano anche le royalty, tanto di guadagnato.
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