La RIAA mostra le carte: 'Ecco come smascheriamo i pirati on-line'

Continua il testa a testa a distanza tra l’industria discografica americana e la (per ora) misteriosa cliente di Brooklyn del provider Verizon che invoca il diritto all’anonimato rispetto ai tentativi di “smascheramento” messi in opera dalla Recording Industry Association of America (RIAA). Dopo che la donna, che sul Web si firma con lo pseudonimo di “nycfashiongirl”, è ricorsa ad un giudice federale di Washington per cercare di bloccare il procedimento avviato dai discografici contro Verizon (vedi News), la RIAA ha replicato sostenendo di avere le prove della sua colpevolezza: sarebbe stata lei a mettere in circolazione nel circuito di KaZaA oltre 900 canzoni di provenienza illecita (compresi pezzi di U2, Rolling Stones e Michael Jackson), in aggiunta ad un centinaio di immagini, file video e programmi software contenuti in un “folder” liberamente accessibile agli altri utenti del network di file sharing (nonostante l’organizzazione l’avesse informata già due volte dell’illegalità del suo comportamento).
Le tecniche di indagine impiegate dalla RIAA assomigliano a quelle adottate dall’FBI e dagli organismi che sorvegliano le attività degli hacker. Analizzando i “metadati” contenuti in ogni MP3, e mettendo a confronto le loro “impronte digitali” con quelle dei file pirata rintracciati tre anni fa sui server di Napster, l’associazione è giunta alla conclusione che la musica copiata su pc da “nycfashiongirl” non proviene da una collezione di CD in suo possesso (come le leggi americane sul diritto d’autore consentirebbero per uso strettamente personale), ma sarebbe tutta di provenienza esterna ed illegale, siti Web pirata ed organizzazioni clandestine come la Apocalypse Production Crew: un’associazione underground promotrice del file sharing il cui fondatore proprio in questi giorni ha ammesso in tribunale di aver violato coscientemente i copyright delle case discografiche.
Per bocca dei suoi legali, “nycfashiongirl” sostiene invece di essersi limitata al “fair use”, l’uso equo e strettamente personale dei file, cercando di assicurarsi che nessun altro utente di KaZaA potesse accedere ai dati archiviati sul computer di casa. Da qui la pretesa che la RIAA stia violando i suoi diritti costituzionali alla privacy e alla libera associazione.
La querelle ha un’importanza che va ben al di là del caso singolo: negli USA, l’industria discografica sta cercando di identificare e portare in tribunale almeno 1.300 persone colpevoli di file sharing illegale e su larga scala (vedi News).
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